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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


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Non chiamarmi zingaro di Pino PetruzzelliDal blog della casa editrice Chiarelettere, l’articolo L’incubo e il sogno di Pino Petruzzelli pubblicato la settimana scorsa su D di Repubblica presenta il libro in uscita la settimana prossima Non chiamarmi zingaro:

Da sempre i rom e i sinti sono stati quello che noi avevamo bisogno di vedere in loro. Ora l’incubo, ora il sogno, mai degli esseri umani con le nostre stesse, mille, sfaccettaure. Nell’immaginario collettivo o suonano il violino o sono delinquenti. In tutti e due i casi, nel bene o nel male, falsità. Proiezioni distorte di nostri bisogni che sfociano nel razzismo. Si obbietterà: se lo meritano, gli zingari rubano.

È vero, alcuni rom e sinti rubano, come alcuni siciliani sono mafiosi, come alcuni veneti tirano pietre dai cavalcavia, come alcuni professionisti frodano il fisco, ma il fatto che “alcuni” vadano fuori dalle regole non ne sancisce una generale e aprioristica negazione dei diritti. Molti italiani di etnia Rom e Sinta, perché la maggior parte di quelli che vivono nel nostro territorio sono italiani a tutti gli effetti, vivono mescolati con noi senza che nessuno se ne accorga. In Italia ci sono pittori, professori universitari, neurologi, campioni sportivi, impiegati rom e sinti, per non parlare di quello che accade nel resto d’Europa. In Bulgaria il maggior cardiochirurgo del paese è rom.
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  • Scritto per libri, politica
  • Il testo che segue lo ha scritto Francesca De Carolis per commentare alcuni dei provvedimenti del governo volti a assolvere quei nove milioni di persone che cercano “soddisfazione” al loro “irreprimibile vizio” e ad avanzare al massimo l’idea di abbattere la legge Merlin. Ecco le considerazioni di Francesca.

    Leggo dell’emendamento al decreto sicurezza, che inserisce le prostitute nell’elenco dei soggetti pericolosi per la sicurezza e la pubblica moralità. In buona compagnia di oziosi e vagabondi, di chi pratica traffici illeciti, dei delinquenti abituali, degli sfruttatori di prostitute e minori, degli spacciatori. Nell’emendamento si legge che deve essere considerato soggetto pericoloso per sicurezza e moralità anche chi vive “del provento della propria prostituzione e venga colto nel palese esercizio di detta attività”. Dunque, brutte sporche e cattive. Con buona pace di quei nove milioni (nove milioni, ripeto) di perbenissimi uomini italiani, che delle prostitute sembra proprio non possano fare a meno. Dimenticando anche la banalissima legge di mercato che vuole che sia fra l’altro la domanda ad alimentare l’offerta. Ignoranza incomprensibile in epoca di libero mercato reclamato e sbandierato ogni volta che ci sembra per qualche motivo conveniente…

    E perché no, a questo punto, un emendamento all’emendamento, che imponga il contrassegno del Triangolo nero rovesciato. Certo non è un’idea nuova, ci avevano già pensato i nazisti. Un bel triangolo nero da affibbiare agli asociali, e cioè a tutte le categorie considerate a rischio per la società, un bel elenco che includeva le prostitute, insieme alle lesbiche, agli assassini, ai vagabondi, ladri e a quelli che osavano violare il divieto di rapporti sessuali tra Ariani ed Ebrei. Così abbiamo ben chiaro da chi stare alla larga (ma come se la caveranno quei nove milioni di esuberanti maschi latini?).
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    Una parte del tentativo di recupero di Alitalia o di reperire quei fondi che scompariranno con la cancellazione dell’imposta sugli immobili passa dal taglio dei fondi destinati a proteggere le donne vittime di violenza. Sara Taricani (segnalazione via Alfonso Fuggetta) fornisce tramite il suo blog una serie di informazioni a proposito delle iniziative contro questo taglio. Inoltre un articolo di Magda Terrevoli, Chi paga per la cancellazione dell’ici? Le donne, pubblicato da Agorà Magazine, intende avviare una discussione sempre sullo stesso tema.

    Bologna, manifestazione a favore della legge 194Se la poteva proprio risparmiare la lettera che il ministro per le pari opportunità ha inviato a Repubblica in risposta a un articolo di Natalia Aspesi sulla violenza sulle donne. A fronte di una situazione che si può presentare ovunque, il ministro sostiene posizioni inaccettabili, peraltro suffragate da decreti che bloccano in modo discutibile fondi già allocati sul sociale (si veda la scomparsa, per esempio, dei finanziamenti per i centri antiviolenza). E tempestivamente arriva via Sorelle d’Italia una lettera di Femminismo a Sud che sottolinea con efficacia perché la titolare del dicastero è (quanto meno) in errore. Eccola di seguito, quella lettera.

    Egregia Ministra Carfagna,

    ho letto con attenzione la Sua “lettera al direttore” di Repubblica nella quale descriveva le Sue considerazioni sulla questione della violenza alle donne.

    Di queste considerazioni non condivido quasi nulla. Il contenuto della lettera mi ha invece indotto a scriverLe per introdurLa ad una differente lettura dei dati statistici sulle violenze contro le donne che certamente Le sono noti.

    Una lettura che di sicuro trova d’accordo le 150 mila donne, femministe e lesbiche che hanno partecipato al corteo contro la violenza maschile dello scorso 24 novembre e che comprende una visione di quell’impegno culturale che lei stessa auspica – “per ridare serenità alle donne italiane” – non tendente verso una direzione familista.
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  • Scritto per cultura, politica
  • American Civil Liberties UnionSu BoingBoing viene ripresa la segnalazione di un documento della CIA a proposito (anche) del ricorso alla tortura. Peccato che le parti che, a giudicare dai titoli, sembrano più interessanti siano state interamente “oscurate”. L’unica frase che si legge chiaramente infatti è:

    These enhanced techniques include:

    Qui il pdf del documento, ma seguendo i link riportati nell’articolo del blog of rights dell’American Civil Liberties Union si approda comunque a materiale interessante in materia.

    Marco Bavaglio di VauroAttenzione: questo non è un racconto di Lansdale, accade. Anche se sembra assurdo. Tanto i problemi starebbero tutti nelle parole di un giornalista. Infatti, mentre il quotidiano Europa scrive che, sull’affaire Travaglio, “non ci sono in ballo né la lotta alla mafia (che prosegue con buoni successi e alterni governi), né il buon nome di politici e cariche istituzionali [ma] la pretesa di una fazione intellettuale e giornalistica di condizionare e orientare l’agenda dell’opposizione ai governi della destra, ricattando apertamente il Pd perfino sui suoi stessi giornali, come capita alla povera Unità”, dice Furio Colombo ad Articolo21:

    Nell’Italia di oggi un solo giornalista che ha citato fatti pubblicati e finora non contestati si è trovato contro tutta la RAI, la presidenza del Senato con tutto il suo peso, e il capo dell’opposizione al Senato, presumibilmente in rappresentanza dei sentori di tutta l’opposizione. Ora, si può star tranquilli che nessuno ci riproverà, perché è stata confermata con forza l’idea che in RAI si va solo per fare quattro chiacchiere, grati dell’invito e attenti ad evitare quell’imperdonabile maleducazione che è avere un’opinione o proporre una citazione [...]. Mi scandalizzano le parole usate da Luciano Violante che chiama “pettegolezzo” ciò che ha scritto un giornalista che è scortato per minacce di mafia, ovvero Lirio Abbate, il cui frammento di libro è stato citato da Travaglio. Chiamare pettegolezzo una testimonianza di mafia, mi pare inconcepibile e sta allargando in modo allarmante il “livello Bondi”, che sta diventando il parametro a cui una parte di dell’opposizione aspira ad omologarsi.

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    Documenta 12 - Biopiracy in Art and LiteratureLa biopirateria è, per citare l’articolo riportato da PeaceLink, “una nuova forma di colonialismo perpetrata ai danni delle popolazioni native e una colossale rapina che le multinazionali euro-americane, con in testa le grandi industrie farmaceutiche, avide di nuove fonti di guadagno, commettono ai danni delle comunità autoctone del Sud del mondo”. In proposito, sul sito Worldchanging, viene pubblicato il reportage Biopiracy in Art and Literature di Régine Debatty. È il resoconto di quanto esposto a Documenta 12, a Kassel, per destare attenzione su temi come i brevetti sulle sementi, la strumentalizzazione del materiale genetico o le speculazioni sulle popolazioni indigene.

    Su Flickr le immagini delle installazioni e delle opere d’arte presentate in Germania (e rilasciate con licenza Creative Commons). Inoltre, per leggere ancora in tema: Andean farmers pick potato fight with Syngenta e Bolivian Farmers Demand Researchers Drop Patent on Andean Food Crop.

    Onda pazza a cura di Guido Orlando e Salvo VitaleTra pochi giorni (il 9 maggio prossimo, lo stesso giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro) saranno trascorsi trent’anni dall’omicidio di Peppino Impastato e un bel modo per ricordarlo è il libro Onda pazza – Otto trasmissioni satirico-schizofreniche (Stampa Alternativa, 2008) curato da Guido Orlando e Salvo Vitale della redazione storica di Radio Aut. A prefazione del volume, Vauro ha scritto che Onda pazza non muore mai. Un bel pezzo sulla società e sulla ribellione alla mafia nel 1978. E oggi-

    Ho provato a immaginare che quella per Peppino, a distanza di trent’anni dal suo assassinio, potesse essere una “commemoriazione”: invece non può che essere un ricordo. Non solo perché Peppino certamente non avrebbe gradito di essere considerato un eroe, da commemorare, appunto. Ma anche perché le “commemorazioni” si fanno per i vincitori e la battaglia contro la mafia non è stata vinta. Anzi, in questi trent’anni, nonostante molti altri siano caduti nel tentativo di contrastarla, quella battaglia non si è mai voluta combattere.

    Non hanno voluto e non vogliono combatterla i potenti della finanza e della politica. Così chi è morto come Peppino è morto solo, sia che indossasse una sciarpa rossa, sia un’uniforme o una toga. E se per i fedeli servitori dello Stato caduti ogni tanto si fa qualche cerimonia in pompa magna è solo per nascondere le complicità dietro l’ipocrisia di uno sdegno inesistente. Per gente come Peppino poi non vale la pena di fare nemmeno quello: perché lui all’impegno dello Stato contro la mafia non ci aveva mai creduto.
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    Fiera del Libro di TorinoLo scrittore Vincenzo Cerami ha pubblicato questa mattina una serie di riflessioni a proposito di Fiera del Libro di Torino e proteste contro gli scrittori israeliani. A ospitare il pezzo è il quotidiano Il Mattino e si intitola Le bandiere dei libri e della pace. Online è disponibile solo una parte dell’articolo mentre di seguito viene riportato integralmente per andare ad aggiungersi a considerazioni precedenti sull’argomento.

    A Torino sta per cominciare la Fiera del Libro. Quest’anno è dedicata alla tormentata terra di Israele, un’occasione per far circolare le idee, discutere, anche scontrarsi, ma sempre parlando di pace, di una pace che sappiamo difficile da raggiungere. Qualcuno ha colto l’occasione per mettere in scena il proprio dissenso bruciando la bandiera di Israele. Il gesto è stato teatrale, drammatico, esibito da chi non vuole riconoscere a quel territorio la legittimità di Stato.

    Il luogo scelto per un gesto così aggressivo è doppiamente sbagliato. Protagonisti della Fiera del Libro sono i libri, per definizione oggetti artistici che contengono verità non ufficiali, sentimenti non codificati, passioni non scontate, verità che la politica fatalmente trascura e che pure raccontano la vita e la morte delle persone.

    Tutti sappiamo che gran parte degli scrittori israeliani è molto critica nei confronti del proprio governo, non perde occasione di denunciarne l’impotenza, l’incapacità di agire affinché tutto il territorio mediorientale possa trovare un modus vivendi che con il tempo si trasformi in pace e collaborazione costruttiva. Tuttavia non bisogna dimenticare che la spirale della violenza è mantenuta in vita dal terrorismo inarrestabile e dal fanatismo religioso degli integralisti.
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    Marcello BaraghiniQuando per essere fuorilegge ci vuole un centesimo. Lo racconta in un agguerrito articolo Marcello Baraghini di Stampa Alternativa a Tuttolibri, il supplemento del quotidiano La Stampa. Il pezzo non illustra però solo origine ed evoluzione dei Bianciardini, nati con gli scritti di Luciano Bianciardi a cui di recente si sono aggiunti quelli di Leo Longanesi, ma spiega anche perché dissente da chi dissente con la scelta della Fiera del Libro di Torino di ospitare gli scrittori israeliani. I quali, dice:

    sono la sola forza salvifica rispetto a ciò che sta succedendo, non scappano dal ruolo critico senza il quale le società muoiono…

    E Marcello spiega, in una della due Lettere 22, perché è arrivato ad abbracciare questa idea:

    Pensate un po’ che la persona che mi dette questa idea fu il primo ambasciatore di “Al Fatah” in Italia. Io dopo aver collaborato alla redazione e alla diffusione di “Vietnam Informazioni”, il bollettino delle forze di liberazione vietnamite, fui chiamato a fondare ed a diffondere “Al Fatah”. Accettai, senza pensarci su e così frequentai assiduamente l’ambasciatore, che era anche poeta, scrittore e innamorato delle arti, della musica soprattutto. Solo l’arte e la letteratura, mi diceva, possono avere quel ruolo decisivo che armi, guerra e ragion di stato non riescono ad avere. Non ci fu molto tempo per approfondire, perché una mattina l’ambasciatore, mentre tornava a casa dopo aver fatto un’umile spesa (due sfilatini e un litro di latte), fu assassinato dagli sbirri dei servizi segreti israeliani nell’androne del suo palazzo.

    Credo che non si possa che concordare e rimane sempre valido l’appello di Raul Montanari nel nome della letteratura.

    Revisionismi post-elettorali

    Lui alle celebrazioni del 25 aprile non ci va, ma rilascia implausibili dichiarazioni a proposito di “definitiva pacificazione nazionale” e di “ragioni dei ‘ragazzi di Salò’”. Forse è anche per poter parlare di questi argomenti che la “libera stampa” di cui scrive Pino Nicotri non ha posto qualche questione scomoda all’entrante capo del governo. Come questa:

    Nessun giornalista in campagna elettorale gli ha fatto la fatidica domanda: da presidente del consiglio, come intende risolvere il problema della sentenza della Corte di Giustizia europea che condanna l’Italia a pagare una multa di 400.000,00 euro al giorno (sì! quattrocento mila euro al giorno), perché rete4 non va sul satellite per lasciare le frequenze a Italia7 che ne ha diritto da 12 anni? Chi pagherà questa multa: Berlusconi di tasca sua o gli Italiani di tasca loro? È una tassa imposta agli Italiani o un obolo degli Italiani all’oratorio di Arcore?

    E Nicotri racconta nel suo lungo post diverse altre storie interessanti: dal maxi prestito ad Alitalia che improvvisamente raddoppia ai neoeletti galeotti (o candidati tali) fino alle recenti traversie giudiziarie per questioni di tangenti della famiglia Marcegaglia.

    Con una maggioranza parlamentare di destra, le buone notizie corrono veloci. E, leggendo in giro, pare che sia vero che, almeno per alcuni settori, le esportazioni siano in aumento. Il settimanale Left, in un reportage pubblicato qualche giorno fa, lo conferma e non si può dire di certo che sia un organo al soldo dei vincitori delle elezioni. Infatti, dice subito nel sommario Sofia Basso, la giornalista che si è occupata dell’argomento:

    In due anni l’export di armi made in Italy è aumentato del 74 per cento. Nella metà dei casi, è finito in Paesi non Nato. Per il 2007 spicca la fornitura di intercettori antiaerei al Pakistan.

    E prosegue:

    Mentre in Pakistan infuriava la più sanguinosa campagna elettorale della storia del Paese, l’Italia autorizzava Mbda, partecipata Finmeccanica, a vendere al generale Musharraf 443 milioni di euro di missili antiaerei “spada”. Un sistema con funzioni difensive ma molto sofisticato, in grado di colpire contemporaneamente quattro obiettivi mobili [...]. La maxicommessa con il Pakistan ha fatto segnare un nuovo record all’export di armi italiane, che nel 2007 ha incassato autorizzazioni per quasi 2,4 miliardi di euro, il 9,4 per cento in più del 2006, che già aveva marcato un incremento del 61 per cento rispetto all’anno precedente.

    E se questi dati si riferiscono ovviamente a competenze governative diverse da quelle attuali, sarà interessante vedere se il trend si mantiene.

    McMafia di Misha GlennyUn paio di giorni fa, su BoingBoing Mark Frauenfelder segnalava il libro McMafia: A Journey Through the Global Criminal Underworld scritto dal giornalista Misha Glenny (Knopf, 2008). Un testo che si annuncia interessante dato che affronta tipologie di reati differenti (traffico di droga, contrabbando di sigarette, criminalità informatica, stoccaggio di scorie nucleari) dimostrando come esistano e quali siano le interconnessioni tra realtà così variegate. Globalizzazione, la chiamano, e anche in questo caso gli effetti dell’era postsovietica mi mescolano a eventi che si verificano nella Gran Bretagna, a Mumbai, nelle campagne colombiane o nelle periferie statunintensi. Per farsi un’idea più circostanziata del libro, qui è stato pubblicato un estratto.

    Inoltre, anche se con un po’ di ritardo, segnalo l’intervento di Franco Bifo Berardi su Rekombinant a proposito di diritti, elezioni, politica e media. In particolare:

    Lasciamo perdere l’idea di ricostruire la sinistra, perché la sinistra non ci serve. È un concetto vuoto, che si può riempire soltanto di passato. La società non ha bisogno di un nuovo apparato di mediazione politica. Non ci sarà mai più mediazione politica. Il capitale ha scatenato la guerra contro la società. Non possiamo far altro che adeguare ad essa i nostri strumenti e i nostri linguaggi. Non possiamo combattere quella guerra sul piano della violenza, per la semplice ragione che la perderemmo. La società deve costruire le strutture della sua autonomia culturale: dissolvere le illusioni che sottomettono l’intelligenza al lavoro al consumo e alla crescita, curare lo psichismo collettivo invaso dai veleni della paura e dell’odio, creare forme di vita autonoma autosufficiente, diffondere un’idea non acquisitiva della ricchezza. Non abbiamo altro compito. Ed è un compito gigantesco.

    NazirockSta continuando a incontrare diverse difficoltà in fase di promozione il film Nazirock (Feltrinelli, collana Real Cinema), documentario sull’estrema destra in Italia girato dal giornalista Claudio Lazzaro, già autore di Camicie verdi (qui un po’ di articoli in proposito). I motivi dei problemi sono le contestazioni di Forza Nuova, determinate dal nodo attorno a cui il film si articola:

    La destra radicale in Italia può raggiungere il mezzo milione di voti e diventare determinante, in un quadro politico in cui ne bastano 25.000 a decidere chi governerà il Paese. Per questo viene sdoganata. Nazirock racconta questo passaggio politico, usando come filo conduttore le band che infarciscono di testi fascisti la loro musica skin, oi, white power e punkadestra.

    Il film apre con le immagini dei “due milioni” convocati a Roma dall’opposizione al governo Prodi, il 2 dicembre 2006, ma soprattutto racconta la Nashville dell’estrema destra: una grande manifestazione, organizzata da Forza Nuova, il movimento guidato da Roberto Fiore (condannato a nove anni per banda armata), che si è svolta a Viterbo, nel Lazio, con la partecipazione dei principali gruppi rock assieme a militanti e a leaders provenienti da Spagna, Germania, Francia, Grecia, Libano e Romania.

    Per dare un’occhiata a ciò che ai ragazzi di Fiore dà così tanto fastidio, ci sono sequenze audio e video del film sul sito del documentario, disponibili anche su Youtube, oltre alla rassegna stampa degli ultimi mesi. Documentazione sul fenomeno nel suo complesso si può trovare poi qui.

    Mangano: se un mafioso diventa eroe

    Lirio Abate e Peter Gomez - 8 settembre 2007, Palermo - Foto di Calogero GiuffridaLirio Abate è un giornalista palermitano che di mafia ne sa e ne scrive al punto che, a causa dei suoi reportage, vive sotto scorta e ha subito molto più che minacce e intimidazioni. Qui qualche informazione ulteriore. Con l’articolo Mangano: se un mafioso diventa eroe, pubblicato su Articolo 21, spiega ciò che i candidati alle politiche del prossimo fine settimana raccontano (come lo raccontano e che cosa tacciono) quando si parla di cosa nostra.

    I politici parlano tanto e cercano di raccogliere voti anche negli angoli più sporchi della Sicilia. Sono pronti a tutto. A stringere accordi con la mafia, anche se pubblicamente devono scagliarsi contro Cosa nostra o le altre mafie. Insomma, a parole sono tutti bravi. Molti politici, della legalità, dell’etica e della giustizia però non vogliono saperne nulla, perché sono elementi che non portano voti. La mafia, invece, sì.

    Quando Silvio Berlusconi è arrivato in Sicilia domenica 6 aprile, qualcuno gli ha suggerito che era opportuno – per una questione mediatica – che dal palco di Palermo e poi da quello di Catania, qualcosa contro la mafia era opportuno che la dicesse. Al cavaliere questa parola “mafia” non va proprio giù e da tempo non riesce a pronunciarla. Forse per questo ha pensato bene di dire che “tutti i voti al PdL saranno utilizzati contro la criminalità organizzata”, che è molto diversa da Cosa nostra. Alcune ore dopo, al termine del pranzo, interpellato dai giornalisti che si chiedevano come mai non avesse pronunciato la parola mafia, il cavaliere ha specificato: “Per quanto riguarda la Sicilia, i voti al Pdl saranno usati contro la mafia; nelle altre regioni contro ‘ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita. Così mi sembra di essere molto chiaro”. Chiarissimo. Anche per i boss.
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