Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson

Milo Manara racconta piazza Fontana

Giovanni Ventura, nome che ha segnato in modo pesante gli anni della strategia della tensione (piazza Fontana, ma non solo), è morto lunedì scorso, per quanto la notizia sia circolata con un po’ di ritardo e con qualche imprecisione. Di seguito vengono pubblicati alcuni passaggi su di lui contenuti nel libro Attentato imminente, scritto con Simona Mammano sul commissario Pasquale Juliano. Passaggi che tracciano un profilo dell’ex ordinovista.

Franco Freda, insieme a un libraio-editore di Treviso, Giovanni Ventura, verrà ritenuto responsabile in via definitiva dell’attentato del 15 aprile 1969 al rettorato di Padova. E Giovanni Ventura è quel personaggio che si fa passare per militante della sinistra, ma che diventa – e resterà per lungo tempo – una sorta di alter ego del «doktor» Freda: laddove c’è l’uno si nomina l’altro, quando l’uno si fa venire in testa un’idea l’altro si dà da fare per realizzarla. È una specie di spalla, Ventura, che all’inizio gioca con gli specchi parandosi in parte dietro a simpatie insospettabili e in parte dietro al sostegno che la sua famiglia – e la madre in particolare – non lesina alla Democrazia cristiana e a Tina Alselmi nello specifico.

Nato il 2 novembre 1944 da una famiglia di modeste origini, figlio del podestà di Piombino Dese (Padova) che dopo la Liberazione deve prendere la famiglia e riparare in una villa di campagna per sfuggire alle ritorsioni degli antifascisti, Giovanni Ventura vive la seconda parte dell’infanzia e la giovinezza a Castelfranco Veneto. Primo di quattro fratelli [...], fa fatica a integrarsi e in città viene ricordato come un musone, uno il cui carattere ben si adatta alla sua data di nascita, il giorno dei morti. Ne fugge appena può e si mette a fare l’editore mirando in alto, ispirato da Giangiacomo Feltrinelli.
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  • Duemiladieci

    Per capire cosa accadrà a Carpineti, provincia di Reggio Emilia, dal 29 maggio al 4 luglio, si provi a dare un’occhiata qui. Uno dei responsabili di aver trovato “il tempo delle storie e i luoghi per raccontarle” è Patrick Fogli, che da mesi lavora in silenzio all’organizzazione. Una trentina gli eventi contenuti nel programma, all’interno del quale compaiono nomi come quelli di Lella Costa, Danilo Arona, Maurizio Torrealta, Concita De Gregorio, Giulio Cavalli, Nicola Gratteri, Massimo Carlotto, Umberto Ambrosoli, Carlo Bonini, Daniele Biacchessi, Ferruccio Pinotti, Marco Travaglio, Milena Gabanelli, Ivano Marescotti, Carlo Lucarelli, Stefano Tassinari o Luigi Bernardi. Dal canto mio, sarò presente il 20 giugno alle 18.30, in piazza Matilde di Canossa, per l’incontro Raccontare la realtà: il giornalismo d’inchiesta e il 4 luglio, stesso luogo ma alle 15.30, per parlare di E rimasero impuniti e Attentato imminente con Simona Mammano.

    Alle 16.37 del 12 dicembre 1969, esattamente quarant’anni fa, si consumava la strage di piazza Fontana, conosciuta come la “madre di tutte le stragi”, che inaugurò dal punto di vista operativo (quello ideologico si era formato già anni prima) il cupo e sanguinoso periodo della strategia della tensione. A quattro decenni di distanza, chi sostiene che i fatti di piazza Fontana sono un mistero dice il falso o è male informato. Di quell’attentato si conoscono la matrice (Ordine Nuovo), i capri espiatori (gli anarchici e in primis Pino Pinelli e Pietro Valpreda), gli addentellati con l’intelligence nostrana e atlantica, le menzogne della politica e i tentativi di coprire le evidenze che emergevano dalle indagini a partire dal 1972.

    Il lavoro che si deve fare oggi è invece quello di lavorare sui dettagli. È ciò che Simona Mammano e io abbiamo cercato di fare con Attentato imminente raccontando la storia di Pasquale Juliano, il poliziotto della questura di Padova che pagò durissimo il suo aver indagato con mesi di anticipo sulla strage sugli ordinovisti veneti. Juliano poteva evitare, forse, quei morti, ma lo fermarono. Non venne assassinato, come accadrà ad altri funzionari onesti dello Stato negli anni a seguire, ma fu fatto fuori professionalmente, gli venne impedito di fare ancora il suo lavoro mentre il lavoro già fatto veniva coperto di infamie.

    I dettagli, si diceva. Ed è ciò che a tutt’oggi chiede Guido Salvini, adesso Gip a Milano e a partire dal 1989 giudice istruttore dei dibattimenti milanesi sui fatti del 12 dicembre 1969. Se la Cassazione nel 2005 ha posto fine all’iter giudiziario che vedeva imputati gli ordinovisti veneziani assolvendoli perché non era dimostrata la loro partecipazione alla strage (e aggiungeva che gli autori di quel massacro erano Franco Freda e Giovanni Ventura, però assolti per gli stessi fatti quasi vent’anni prima e dunque non più processabili), oggi si potrebbe tornare a indagare su qualche ulteriore tassello che aiuti a comporre un mosaico di cui già si vedono bene disegni e figure.
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  • Ecco qui il booktrailer di Attentato imminente. È stato realizzato dall’infaticabile e grande amico Luigi Milani.

    Attentato imminenteAttentato imminente, il libro che racconta la storia del commissario Pasquale Juliano e delle sue indagini su ciò che avvenne prima della strage di piazza Fontana, è arrivato in libreria con qualche giorno di anticipo rispetto alle previsioni. E insieme all’uscita del libro fisico, ecco online la versione elettronica, rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo e scaricabile integralmente da qui. Di seguito il testo che apre il racconto, “Il giorno dell’innocenza per sempre perduta”.

    Si era ancora innocenti, all’ora di pranzo del 12 dicembre 1969, quando il telegiornale delle 13.30 aveva raccontato agli italiani che la Grecia dei colonnelli si era ritirata dal consiglio d’Europa dove si discuteva della sua sospensione. E aveva raccontato anche che la vertenza sindacale dei lavoratori dell’editoria sembrava mettersi al bene mentre nulla cambiava per i metalmeccanici, che restavano in stato di agitazione. Intanto – proseguiva la catena delle notizie – a Palermo non si arrestavano le indagini per la strage di viale Lazio, uno dei momenti più feroci della prima guerra di mafia. Ma in mezzo a tutti quegli scorci di vita e fatti, l’edizione del notiziario si concludeva con un soffio dell’innocenza tramontante degli anni Sessanta.

    Lucio Battisti, snobbato dalla sinistra perché poco o per nulla impegnato, un fascistoide per qualcuno, come tutti quelli che non si schieravano, continuava a respirare a pieni polmoni la consacrazione del suo successo dopo ostacoli e delusioni. Era stato un anno fortunato, per lui, il migliore di tutti, iniziato in febbraio con il successo al festival di Sanremo dove aveva cantato Un’avventura e proseguito in estate con Acqua azzurra, acqua chiara, pezzo del trionfo al Festivalbar e al Cantagiro. Con una cadenza burina a rivendicare la sua estrazione sabina, e mentre confessava con una punta di imbarazzo al microfono di Lello Bersani che non aveva mai studiato musica, mescolava la timidezza dello sguardo alla caparbietà del suo percorso artistico.
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    Attentato imminenteDialogo con Christian Diemoz a proposito di Pasquale Juliano, l’entusiasta:

    Ci sono libri che lasciano un gran dolore addosso. Sono i primi da leggere, perché un organismo non può sviluppare anticorpi in assenza di esposizione al male. “Attentato Imminente”, in libreria a novembre per i tipi di “Stampa Alternativa” è tra questi. Le vicende [...] sono poco note ai più, ma costituiscono i semi dai quali germoglieranno alcune delle pagine più macabre degli “anni di piombo” italici. Siamo infatti nel nord-est di fine anni sessanta, quando una bomba ai danni del rettore Opocher apre una stagione i cui protagonisti principali assurgeranno, mesi dopo, alla ribalta della cronaca per l’attentato che “fece perdere l’innocenza” al Paese: piazza Fontana. Un poliziotto, alla Questura di Padova, era arrivato a un passo dal Sancta Sanctorum del neofascismo di quella zona. Messo dai superiori, quasi per caso, ad indagare su alcuni atti violenti, senza una vera preparazione “politica”, sfiorò il successo che a funzionari con molta più esperienza (vuoi per imperizia, vuoi per una serie di coincidenze inquietanti) non apparve nemmeno lontanamente raggiungibile. Pasquale Juliano, giovane Commissario della Polizia di Stato, era a pochi giorni dalle manette a Franco Freda e Giovanni Ventura (anche perché aveva intuito e messo nero su bianco il rischio di attentati di vaste proporzioni a breve termine), quando il meccanismo che gli aveva consentito di arrivare sin lì (una rete di informatori) gli si ritorce contro. Da inseguitore, il poliziotto si ritrova braccato. Dalle accuse tra le più infamanti per un uomo in divisa, lanciate da chi, fino al giorno prima, gli aveva riferito movimenti di armi e progetti di quanti fungevano da braccio armato delle “spinte centrifughe” che avrebbero tenuto tristemente compagnia all’Italia per lunghi anni ancora. Il procedimento penale a carico di Juliano durerà una decade. Al termine, verrà completamente scagionato. Un eroe borghese? Indubbiamente. Un superuomo? No. Un martire? Nemmeno. Soprattutto, però, un entusiasta.

    Il post completo.

    Attentato imminenteCi manca ancora un po’ all’uscita, prevista per il 20 novembre (per quella data sarà online anche la versione elettronica del libro, rilasciato con licenza Creative Commons e pubblicato da Stampa Alternativa), però intanto i giochi sono fatti e con la copertina ormai si è a un passo dalla tipografia. Il libro, intitolato “Attentato imminente”, racconta la storia di Pasquale Juliano (qualche accenno lo si può trovare nella cronologia curata dalla Fondazione Cipriani), consumatasi alcuni mesi prima della strage di piazza Fontana (per questo l’altro giorno se ne accennava) ed è scritto a quattro mani con Simona Mammano. Daniele Biacchessi ha firmato la prefazione mentre la postfazione è opera di Antonio Juliano, il figlio del commissario che indagò a Padova. Questa la presentazione del testo:

    Nella primavera del 1969 l’ennesima azione terroristica all’università di Padova fa partire una nuova indagine. A coordinarla è un commissario di polizia, Pasquale Juliano, il capo della squadra mobile, che arriva a individuare un nucleo di estremisti neri che traffica in armi ed esplosivi. Ma i neofascisti gli preparano una trappola: Juliano si vedrà così scippare l’inchiesta, che verrà insabbiata, e finirà sotto processo perché accusato di aver costruito le prove contro i terroristi. Gli occorreranno dieci anni per dimostrare la sua innocenza, ma nel 1979, quando sarà assolto da tutti i capi d’imputazione, la stagione delle bombe avrà ormai quasi concluso il suo corso.

    Foto di AuroraMentre si annuncia la prossima realizzazione di un film sulla strage di piazza Fontana (prodotto da Cattleya e sceneggiato da Stefano Rulli e Sandro Petraglia), il quotidiano L’Unità presenta l’articolo 12 dicembre 1969, le indagini, il racconto dei sopravvissuti e un dvd di Lucarelli. Qui, al di là del riprendere i contenuti proposti nella pubblicazione dello scrittore emiliano, si fa ampio riferimento a una storia su cui si sta lavorando in questo periodo: quella che ruota intorno al palazzo padovano di piazza dell’Insurrezione, dove viveva ai tempi Massimiliano Fachini, e alla morte del suo portinaio, Alberto Muraro, unico testimone a favore del commissario Pasquale Juliano, accusato ingiustamente di aver fabbricato le prove contro la cellula veneta e “reo” di aver intuito la preparazione di un “attentato imminente”, che qualche mese più tardi (siamo tra il giugno e il settembre 1969) si sarebbe consumato in piazza Fontana, a Milano.

    Il portinaio Alberto Muraro, ex carabiniere, morto precipitando dalle scale che stava lavando, aveva rivelato ai giudici d’aver visto un ragazzo con una pistola e una bomba uscire dall’appartamento di Massimiliano Fachini, consigliere comunale missino, amico di Franco Freda e di Ventura. Muraro aveva ritrattato. Disse di essersi confuso e di non aver visto proprio nessuno. Per chiarire, si sarebbe dovuto presentare in tribunale il 15 settembre. A Fachini, a Freda e Ventura si era già arrivati, ancora grazie a una testimonianza, questa volta di un professore padovano, democristiano, Guido Lorenzon, che il 15 dicembre, assistendo in tv ai funerali per le vittime di piazza Fontana, s’era ricordato di alcune parole dell’amico Ventura. Ventura gli aveva confidato d’aver portato una bomba a Milano, in maggio, in un edificio pubblico. La bomba non era esplosa. Centomila lire buttate via. Tanto era costato l’ordigno.

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