La videocrazia è roba loro e chi critica fuori da tv pubbliche e private

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Senza che nemmeno si sia concluso l’affaire RaiTre e TG3, un nuovo segnale giunge da Raiset. Scrivono infatti Giuseppe Giulietti e Vincenzo Vita a proposito di Videocracy, il trailer censurato dalla Rai:

Se ancora qualcuno coltivasse delle illusioni sulle reali intenzioni della destra a proposito della Rai, la censura imposta al trailer del film “Videocracy” è arrivata puntualmente a svelare il piano di normalizzazione in atto. Tutto quello che non piace a questo governo deve essere espulso dalle reti MediaRai, si tratti di un autore, di un soggetto sociale, di un trailer per un film che osa affrontare il tema della tv in Italia. Non sorprende che il rifiuto sia venuto da Mediaset che almeno risulta essere di diretta proprietà di Berlusconi, sorprende invece che la Rai per rifiutare il trailer abbia esplicitamente parlato di un messaggio politico contro il governo in carica.

In questi giorni il direttore Masi si è molto preoccupato di far sapere che non guarderà in faccia a nessuno e provvederà alle nomine di Rai3 e del Tg3,adesso è il momento che la Rai cominci a rassicurare i cittadini che non intendono essere oscurati o imbavagliati. L’associazione Articolo21 non intende accettare il regime della oscurità e dell’oscuramento e per queste ragioni ha deciso di dedicare l’apertura del sito al trailer cancellato. E ovviamente, è fondamentale che in questa sacrosanta battaglia di libertà si trovino insieme tutte le opposizioni.

Intanto, sul documentario censurato, che qualche nervosismo l’aveva stimolato già settimane addietro, si può vedere il trailer qui oppure andare sul sito del produttore, la svedese Atmo.

Fotografi, non terroristi. Una campagna in Gran Bretagna

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I'm a photographer, not a terroristAccade in Gran Bretagna (dove qualche tempo fa era nato il movimento Fit Watch di cui s’era parlato) che se qualcuno viene sorpreso con una macchina fotografica venga scambiato per un malintenzionato. In senso terroristico. Per seguire via via gli aggiornamenti si possono seguire gli account su Twitter o Facebook dove vengono pubblicati i fatti di questo genere. E ancor prima nasce la campagna I’m a photographer, not a terrorist per ribadire che nel limbo dei sospetti ci finiscono “amatori o professionisti”, senza distinzione tra chi “ritrae paesaggi, forme architettoniche o strade urbane”. Dunque:

[questa situazione] non solo corrode la libertà di stampa, ma spegne anche la creazione di una storia visiva collettiva del nostro paese attraverso norme anti-terrorismo create per proteggere un patrimonio che ci viene impedito di ritrarre. Questa campagna è destinata a chiunque abbia a cuore i simboli visivi, non solo ai fotografi, è portata avanti da una serie di singoli e non deve nulla a una singola organizzazione. Dobbiamo lavorare insieme per fermare [questa tendenza] prima che la fotografia diventi parte della storia invece rimanere un modo per registrarla.

Sul sito sono stati pubblicati molti autoritratti di coloro che sostengono la campagna (qui le istruzioni per inviare il proprio) e qui invece le grafiche con cui creare magliette o materiale a supporto.

(Via BoingBoing)

Censura preventiva: il caso di Victor Marchetti e del suo libro

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Cia - Culto e mistica del servizio segretoNei giorni scorsi mi hanno prestato questo libro, Cia – Culto e mistica del servizio segreto, volume pubblicato da Garzanti nel 1975 che proponeva in italiano l’originale The CIA and the Cult of Intelligence uscito l’anno precedente per le edizioni Alfred A. Knopf. Finora ho letto un terzo di questo libro, che risulta utile a capire meglio i retroscena di eventi come il golpe in Cile, la caduta di Mohammad Mossadeq in Iran, lo sbarco nella Baia dei Porci o gli interventi sub-politici in Indocina, Vietnam e Corea. Ma questo libro merita una nota prima della fine per la storia che precede la sua uscita.

Gli autori, Victor Marchetti e John D. Marks, sono degli insider dei servizi informazioni: il primo, esperto in materia di aiuti militari sovietici ai paesi del terzo mondo, è stato fino al 1969 nel team del direttore della Cia ricoprendo vari incarichi; il secondo invece fu prima consigliere civile per il programma di pacificazione in Vietnam e poi assegnato dal dipartimento di stato statunitense all’ufficio informazioni e ricerca. Quando all’inizio degli anni Settanta entrambi si sono congedati, ormai in rotta con i propri apparati di appartenenza, decidono (prima ognuno per sé usando anche la fiction, poi inizieranno a collaborare) di raccontare cosa significa lavorare come agenti dell’intelligence, conoscono il fenomeno della censura preventiva. Scrive in proposito Marchetti:

La Cia e il governo si sono battuti a lungo con grande decisione e con metodi non sempre corretti, prima per scoraggiare la stesura del libro, poi per impedirne la pubblicazione. Appellandosi a cavilli legali di ogni genere e agitando lo spettro di presunte violazioni alla “sicurezza nazionale”, le autorità sono riuscite a impormi limitazioni senza precedenti all’esercizio della libertà di parola […] ottenendo che la magistratura emettesse nei miei confronti un’incredibile “ingiunzione permanente”, che riconosce alla Cia il diritto di sottoporre preventivamente a censura qualsiasi cosa io scriva o dica, in forma espositiva, narrativa o di altro genere, sui servizi informazioni.

Di fatto Marchetti non ha intenzione di sottostare e si rivolge a Melvin Wulf, direttore legale dell’American Civil Liberties Union, che ingaggia una battaglia legale che porterà i vertici di Langley per tre volte davanti a un giudice. I risultati saranno alterni e alla fine non negativi: a fronte dei 339 tagli effettuati a questo libro in una prima fase, una corte passerà a comprovarne 168 e alla fine ne sopravviveranno solo 27: non altri – e non ulteriori – sono i passaggi “classificati” che non sarebbe il caso di divulgare. E commenta Wulf:
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Quando la crisi cambia le rotte delle migrazioni

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La crisi, i migranti e vecchie rotte verso il continente americano. Questa storia la racconta Sara Chiodaroli su Peacereporter. Le carrette dell’oceano atlantico puntano sia a nord che a sud e i viaggi – che si interrompono e che vengono pagati dai 2.500 ai 7 mila dollari – generano bilanci drammatici.

Dal mese di marzo a oggi sono state intercettate cinque imbarcazioni che portavano a bordo migranti provenienti da Eritrea, Etiopia, Ghana, Somalia, Nigeria, Cina, Bangladesh e Nepal, successivamente messi in stato di detenzione in attesa di rimpatrio o di richiesta di asilo. Il 13 marzo cinquanta migranti sono stati soccorsi dal Servizio Marittimo al largo delle coste del Nicaragua, dopo essere stati abbandonati in alto mare dai ‘coyotes’ colombiani che li avevano condotti a bordo di un peschereccio salpato dalle coste della Colombia, promettendo di lasciarli in Honduras. Tuttavia il viaggio via mare era cominciato ben quaranta giorni prima, dalle coste africane, dopo aver pagato circa 2.500 dollari ai trafficanti locali. Secondo i dati statistici della Direzione Generale per l’Immigrazione del Nicaragua, negli ultimi quattro anni erano stati rimpatriati dal paese centro americano solo nove cittadini di origine africana; questo sbarco ha rappresento quindi un evento straordinario, considerando anche le difficoltà diplomatiche con i rispettivi consolati, per lo più assenti sul territorio nicaraguense per disporre le operazioni di rimpatrio.

E questa è solo una delle storie raccontate nel reportage di Sara Chiodaroli.

Se n’è andato Beppe Cremagnani, autore di “G8/2001” e molto altro

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Del documentario G8/2001 – Fare un golpe e farla franca si era parlato varie volte da queste parti. E anche di uno dei suoi autori, Beppe Cremagnani, che, stroncato da un infarto, se n’è andato. Su Peacereporter il ricordo del giornalista e scrittore:

Nato a Milano nel 1951, Giuseppe Cremagnani, da tutti conosciuto come Beppe, si è laureato in Giurisprudenza all’Università Statale di Milano. Ben presto ha intrapreso la carriera di giornalista passando attraverso innumerovoli esperienze. Giornalista e autore televisivo, ha lavorato a la Repubblica e a l’Unità ed è stato autore di numerose trasmissione televisive: Milano, Italia; Il laureato; Inviato speciale; La nostra Storia; Ragazzi del 99; Vento del Nord; L’elmo di Scipio. E’ stato consulente della trasmissione «Che tempo che fa» e collaboratore con «Diario». Con la Luben Production, una delle sue ultime passioni, ha realizzato importanti film-documentari sulle cronache, tristi, delle vicende italiane degli ultimi anni: oltre a “G8/2001 fare un golpe e farla franca”, “Quando c’era Silvio”, “Uccidete la Democrazia”, “L’Ultima Crociata” e “Gli imbroglioni”.

Dare vita a una rete non profit per il giornalismo investigativo

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Center for Public IntegrityNasce la Investigative News Network. Annunciata un mesetto fa dal Center for Public Integrity – Investigative journalism for the public interest (di cui c’era già parlato) e concretizzatasi nei giorni scorsi in un meeting tenuto all’interno del Pocantico Conference Center, la rete comprende almeno tre decine di giornalisti e realtà di settore (ma non solo testate giornalistiche, ne fanno parte anche associazioni e università: qui alcuni dei partecipanti) e ha un proprio manifesto. Da tenere d’occhio dunque per vedere che risultati riuscirà a produrre e per sperare, almeno un po’, che anche da questa parte dell’oceano un giorno possa nascere qualcosa del genere.

Agoravox, il cittadino che fa notizia e la ricostruzione in Irpinia

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Terremoto in IrpiniaAgoraVox è un’ottima lettura. Se non quotidiana, quasi. Anche perché qui sopra, sul sito dove “il cittadino fa notizia”, si possono trovare notizie che altrove vengono un po’ snobbate. Come le cronache di Radio Mafiopoli, curate da Giulio Cavalli, caso unico in Italia di giullare con la scorta perché nei suoi spettacoli si permette di parlare e di prendere in giro la criminalità. Oppure come il processo di secondo grado a Marcello dell’Utri, condannato nel 2004, in primo grado, a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. L’appello viene seguito udienza per udienza da Federico Pignalberi. Oppure, ancora, come questa notizia, riportata da pochissimi altri, Terremoto in Irpinia. Tutti assolti, in cui si legge che:

Eppure ad ormai trent’anni dalla tragedia che coinvolse l’Irpinia, ancora oggi non abbiamo i nomi dei colpevoli della ricostruzione post-terremoto, tragedia nella tragedia; quella che permise ai clan della camorra di fare il salto di qualità ed arrivare ad investire al Nord nelle imprese. Nell’inchiesta istituita dalla Commissione parlamentare presieduta da Oscar Luigi Scalfaro furono coinvolte 87 persone fra politici ed imprenditori e vennero individuati forti collegamenti fra politica e camorra.

Bizzarri “Valori” che avvicinano cappucci e compagni

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P2 walk this wayRoberto Vignoli, collaboratore di Micromega online e ancor prima mente di InformationGuerrilla.org (mente così pungente da “aggiudicarsi” prima gli strali di Edward Luttwak e poi la schedatura del Sismi ai tempi di Pio Pompa, insieme ad alcune altre realtà dell’informazione italiana, come Nuovi Mondi Media e La Voce delle Voci), non perde il vizio di segnalare fattacci della politica italiana. Come questo, rapido resoconto dell’amicizia tra Oliviero Diliberto e Giancarlo Elia Valori, che è corretto – seppur riduttivo – definire piduista (si dia un po’ un’occhiata a questo articolo prima che diventi illegale e/o che l’oblio sia imposto per legge).

I distesi rapporti tra i due erano fatto noto già da un po’ di tempo, almeno fin dall’esplusione di Marco Rizzo dal suo partito, decretata ufficialmente per aver tenuto “comportamenti ostili” all’interno del Pdci in favore dell’Italia dei Valori. Di fatto, Rizzo aveva anche fatto altro. Come indire una conferenza stampa in cui diceva (in pdf) chiaro che qualche piduista era tra loro. E se in questo fatto non ci sarebbe oggi nulla di penalmente rilevante (anche perché Luigi De Magistris non da potuto finire con Why Not e dunque nemmeno con Valori), sta di fatto che l’etica in politica non è – o non dovrebbe essere – argomento che riguarda sempre e solo gli altri. Si veda infatti un ritratto del personaggio di cui sopra, L’ultimo potere forte, tracciato da Gianni Barbacetto nel 2000 per il Diario della Settimana e riproposto da Società Civile.

Peacereporter: la moglie di Tito, una storia jugoslava

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Una storia jugoslava: è la prima parte, la pubblica Peacereporter e si concentra sulla vicenda della moglie del Maresciallo Tito, tra intrighi e miserie. Scritto da Francesca Rolandi, il testo esordisce raccontando che:

Alcuni giorni fa i riflettori dei media serbi si sono riaccesi sulla figura di Jovanka Broz, vedova 85enne del presidente jugoslavo Tito. Le dichiarazioni di Ivica Dačiċ e Rasim Ljajiċ, rispettivamente ministri serbi degli Interni e del Lavoro e delle Politiche Sociali, secondo le quali alla signora Broz starebbe per essere consegnato un passaporto, hanno riportato agli onori della cronaca la controversa vicenda della ex first lady jugoslava, che nei giorni successivi ha rilasciato una delle sue rarissime interviste al quotidiano belgradese Politika.

Qui la seconda parte.

Da Pino Maniaci a “Federalismo criminale” per raccontare la realtà

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Mafia spaghetti with seafood and tomato sauce - Foto di Wm JasDi Pino Maniaci – si raccontava un po’ di tempo fa – dicevano che esercitasse abusivamente la professione di giornalista perché non iscritto all’ordine, malgrado la solidarietà dei colleghi di tesserino. Non importava che facesse informazione antimafia che ci sarebbe da imparare e per la quale qualcuno si innervosiva. Ora, da Articolo21, fanno sapere che è stato assolto perché “il fatto non sussiste”. Infatti:

Il giudice Giacomo Barbarino ha fatto valere da una parte l’articolo 21 della Costituzione che sancisce la libertà di espressione e, dall’altra, la consistenza del raggio d’azione, piuttosto contenuto, dell’emittente di Maniaci. Un caso questo che già l’ordine dei giornalisti prevede tra quelli che consentono di fare informazione anche senza iscrizione all’albo.

Federalismo criminaleSempre in tema, ma su estensione nazionale, si dia poi un’occhiata al libro Federalismo criminale. Viaggio nei comuni in cui le mafie governano (Nutrimenti, 2009) del giovane cronista Federalismo criminale. Dalla postfazione del giornalista Roberto Morrione (per questo di nuovo grazie a Paola Esposito):

Le mafie che vivono sotto casa, che depredano le risorse pubbliche, che riducono a deserto i territori. Il federalismo criminale come sistema politico che governa intere parti del nostro territorio. Le storie dei comuni sciolti per mafia raccolte in questo libro raccontano le mani della piovra nelle aule comunali tra omertà, mattanze ed eroi isolati. Tra appalti truccati, centri commerciali, alta velocità, assunzioni e contributi sociali in mano a mafie e politica criminale. Una situazione di indecenza democratica dove la legalità, la sicurezza pubblica, la civile convivenza lasciano il posto alla barbarie, al feudo, a vecchi e nuovi podestà. Le mafie divorano le istituzioni nel silenzio della politica e dell’informazione. Federalismo criminale è la denuncia, eccezionalmente documentata, di come anche nei comuni sciolti per mafia nulla cambi, di come le mafie riescano a ritornare ogni volta padrone. Con i nomi e i cognomi dei protagonisti del malaffare di ieri e di oggi, tra scandali, devastazione ambientale e latitanze dorate.

Che, come argomento e in chiave altrettanto disincantata, si ricollega al libro di Massimiliano Virgilio di cui si parlava qualche giorno fa.