Azione e reazione nella situazione somala di ieri e di oggi

Standard

L’analista somalo Mohamed Abshir Waldo racconta su Terra Italia Nostra l’altra Somalia.

Ci sono due piraterie in Somalia. Una è quella che sta all’origine del problema di oggi, e che è la pesca illegale da parte di imbarcazioni straniere, che oltre tutto mentre pescano assolvono a un altro compito illegale, cioè la discarica di scorie tossiche industriali e persino nucleari nelle nostre acque, tutte provenienti dal mondo ricco. L’altra pirateria è quella che vi raccontano i vostri media. Ma essa si è scatenata in reazione a quei crimini, quando le nostre acque furono avvelenate, quando fu saccheggiato il nostro pesce, e in un Paese poverissimo i pescatori capirono che non avevano altra possibilità se non quella di reagire con la violenza contro le navi e le proprietà dei Paesi potenti che sponsorizzano la vostra pirateria e la discarica tossica qui.

Da aggiungere due dati. Il primo. Un’altra analisi di Mohamed Abshir Waldo sullo stesso argomento è stata pubblicata qui: è in inglese, ma essendo più estesa contiene ulteriori dettagli. Il secondo. Terra Italia Nostra, che s’è occupata parecchio di ambiente, ecomafie, veleni e abusivismi vari soprattutto al sud e soprattutto in Puglia, paga anche il conto in termini di intimidazioni al punto che dal colophon sono stati tolti i nomi dei collaboratori. Rimane solo quello del direttore, Gianni Lannes, che a cicli costanti si vede augurare infausti destini.

La teoria del complotto: miti e ragioni per credere e non credere

Standard

Cults, conspiracies, and secret societiesMichael Shermer è uno storico della scienza che ha fondato un’organizzazione battezzata con il nome di Skeptic Society, dal cui pay off emerge chiaramente lo scopo che persegue – promuovere la scienza e il pensiero critico –, e a cui è seguita la relativa rivista, Skeptic. Da ex fondamentalista cristiano qual è – come lui stesso si definisce – e convertito in seguito all’agnosticismo e all’umanesimo, ha di recente recensito in termini entusiastici un libro uscito lo scorso mese d’agosto. Il titolo di questo volume all’inizio può lasciar interdetti di fronte all’ardore del recensore: Cults, conspiracies, and secret societies: the straight scoop on freemasons, The Illuminati, Skull and Bones, Black Helicopters, The New World Order, and many, many more. E stupisce anche che proprio un personaggio come Shermer abbia usato termini così incensanti per un libro che, a pelle e per i contenuti che approfondisce, avrebbe dovuto liquidare come complottista.

Vediamo il motivo per cui le parole di Michael Shermer risultano a una prima lettura così disorientanti. Intanto partiamo dall’autore del volume. Si tratta di Arthur Goldwag, da vent’anni ricercatore indipendente e scrittore freelance che in passato si è occupato di ebraismo (ma anche più in generale di religione, in particolare per sfatare l’oltranzismo monoteista: sua è infatti la riflessione sugli effetti politici e sociali dei suffissi “ismo” e “ologia”), oltre ad aver lavorato per la blasonata testata statunitense The New York Review of Books. In seconda battuta vediamo in che termini si presenta il libro. Usando le parole della casa editrice che ha pubblicato il volume (Vintage Books), abbiamo a che fare con questo:

una guida intrigante [che] collega i punti [comuni tra varie organizzazioni] e descrive una moltitudine di avidi guru, assassini messianici e coincidenze sospette. Suddiviso in tre sezioni, contiene centinaia di fatti che separano la realtà dal mito.

Continue reading

Il Fatto che scompare dalle edicole bolognesi

Standard

Il fatto quotidiano a Bologna

Tre edicole, a Bologna, e niente, Il fatto quotidiano, il nuovo giornale di Antonio Padellaro e Marco Travaglio, non si è trovato. L’immagine pubblicata sopra è stata scattata in piazza della Pioggia e il cartello è opera dell’edicolante sotto un portico che dice di aver ricevuto una decina di copie. “Comunque troppo poche, appena aperto erano già andate tutte esaurite”. Una quindicina quelle arrivate in via Riva Reno e altrettante in via Marconi. Non sembra però che si sia verificato solo a Bologna. Su AgoraVox si legge che a Udine è andata nello stesso modo e così è accaduto a Milano, in base a quanto scrive Alfonso Fuggetta. Il quale giustamente aggiunge:

Evidentemente c’era attesa per questo quotidiano. In parte penso sia l’effetto di qualunque numero uno. Forse c’è anche qualcosa in più. Non ho visto Il Fatto e non voglio esprimere un giudizio preventivo. Ma visto che si parla tanto di chi capisce veramente i cittadini, forse c’è una fascia di cittadini, che non credo siano tutti stalinisti o forcaioli, che richiede una rappresentanza che oggi non trova.

Per domani intanto l’ho prenotato. Non sarà il primo numero atterrato in edicola, ma rimane pur sempre una lettura da non tralasciare. Nel frattempo, per chi voglia vederlo almeno in pdf, può scaricarlo da qui, come si segnala sempre su AgoraVox (7,3MB).

Nidi di spie e le contemporanee guerre combattute sottotraccia

Standard

Nest of SpiesUn giornalista investigativo di Montreal, Fabrice de Pierrebourg, e un ex agente dell’intelligence canadese, Michel Juneau-Katsuya, sono gli autori di un libro uscito da poco tempo al di là dell’oceano. Si intitola Nest of Spies: The Startling Truth About Foreign Agents at Work Within Canada’s Borders, pubblicato dalla Harpercollins Canada (qui su Amazon), dalla cui presentazione si legge:

Nel 2006 una spia dei servizi russi venne espulsa dal Canada. Nel 2007 il Canadian Security Intelligence Service (CSIS) rivelò che la Cina era implicata in almeno la metà delle attività di controspionaggio in corso nel paese con 1500 agenti che operano qui. A quanto si dice ci sono per lo meno quindici paesi coinvolti in operazioni coperte all’interno dei nostri confini, molti dei quali sono paesi “amici” come la Francia e Israele, ma tutti rappresentano un serio rischio per la sicurezza e gli interessi economici della nazione.

Lo spionaggio industriale è costato già migliaia di posti di lavoro e miliardi di dollari. In sostanza la responsabilità di proteggere il patrimonio intellettuale del nostro paese rimane in carico alle imprese stesse, ma sono preparate ad affrontare un compito così arduo trovandosi di fronte a un avversario così organizzato? “Nest of Spies” fornisce alcune risposte e descrive come si possa difendersi.

Ottawa Citizen ha pubblicato qualche giorno fa una recensione (The spies who love us) delle 371 pagine del libro in cui racconta tra l’altro come, partendo dagli anni ottanta, i processi economici e la nascita di nuovi paesi leader a livello globale abbiano cambiato attori, obiettivi e strategie. Qualche esempio: la nascita di lobby politiche cino-canadesi per la condanna (almeno morale) del Giappone e dell’uso che fece delle donne nei bordelli della seconda guerra mondiale. Il reale obiettivo sarebbe stato quello di indebolire le relazioni economiche con la nazione nipponica. Oppure la guerra non dichiarata tra la comunità tamil e quella sikh, effetto delle attività di controllo dei paesi d’origine sulle minoranze dissidenti emigrate all’estero. Scopo: quello di mantenere questi gruppi isolati dalla popolazione autoctona impedendone l’integrazione e dunque infiacchendo le campagne politiche che avrebbero potuto mettere in piedi.

La sostenibilità in città e il paradigma vegetale di Oscar Marchisio

Standard

La forma dell'urbanoOscar Marchisio se n’è andato da un mese e mezzo, ma il suo lavoro continua a creare momenti di dibattito. Domani, alle 18, alla Festa dell’Unità di Bologna si discuterà di La sostenibilità in città. Il paradigma vegetale, incontro con Andrea Segrè e Daniele Ara che partirà del libro La forma dell’urbano. Per intanto qui un suo ricordo.

Per settimane, dopo la sua morte, molte testate nazionali hanno dedicato in sua memoria, articoli e testimonianze firmate da autorevoli figure del grande mondo della sinistra. Amici. E compagni. Come Oscar Marchisio. Da questa pagina, anch’io, nel mio piccolo spazio, di metalmeccanico, di fabbrica, voglio scrivere. E di quell’ultima volta che lo sentii al telefono. Su tutte le prime pagine di fine luglio, si scriveva di un lavoratore che si era suicidato per un imminente perdita del posto di lavoro. Oscar Marchisio mi telefonò subito.

“Giuliano, dobbiamo fare qualcosa. Non possiamo permettere che queste cose accadono. Capisci, è tutto un sistema che non funziona”. In realtà, Oscar Marchisio di cose ne aveva già realizzate tante. E tante ancora erano nei suoi infiniti progetti. E così vorrei che tutti sapessero di quella cooperativa in pieni USA, dove il dramma delle torri gemelle aveva causato anche perdita di posti di lavoro. E Oscar Marchisio aveva costituito una cooperativa di gestori di un ristorante. Nel paese più democratico del mondo, non sapevano cosa fosse una cooperativa. E allora li portò in Italia a fare un corso sul mondo della cooperativa. E così vorrei dire anche di quando propose di creare una grande centrale fotovoltaica che rendesse l’Emilia Romagna autosufficente sul piano energetico.
Continue reading

Anatomia di un’ingiustizia: la storia irrisolta di 17 giornalisti russi eliminati

Standard

Anatomy of Injustice: The Unsolved Killings of Journalists in Russia è un dossier pubblicato dal Committee to Protect Journalists, organizzazione non-profit fondata nel 1981 che opera a livello internazionale per la difesa della libertà di stampa. Con prefazione di Kati Marton, lo studio affronta molteplici aspetti: per esempio il sistema di impunità capillare nell’ex Unione Sovietica quando si tratta di indagare sull’omicidio di un giornalista, i rischi che corre la stampa locale (con particolare riferimento al caso Caucaso e agli assassinii avvenuti a Togliattigrad) o le investigazioni sugli investigatori nei casi in cui sono coinvolte le forze di polizia russe.

Il dossier, scaricabile dalla rete in versione integrale (formato pdf, 72 pagine, 9MB), tratta i casi di Yuri Shchekochikhin (53 anni, ucciso a Mosca il 3 luglio 2003), Vagif Kochetkov (31 anni, Tula, 8 gennaio 2006), Eduard Markevich (29 anni, Reftinskiy, 18 settembre 2001), Anna Politkovskaya (48 anni, Mosca, 7 ottobre 2006), Maksim Maksimov (41 anni, San Pietroburgo, 30 novembre 2006), Ivan Safronov (51 anni, Mosca, 2 marzo 2007), Igor Domnikov (Mosca, 42 anni, 16 luglio 2000), Abdulla Telman Alishayev (39 anni, Makhachkala, 3 settembre 2008), Paul Klebnikov (41 anni, Mosca, 9 luglio 2004), Natalya Skryl (29 anni, Taganrog, 9 marzo 2002), Magomed Yevloyev (37 anni, Ingushetia, 31 agosto 2008), Pavel Makeev (21 anni, Azov, 20 maggio 2005), Magomed-Zagid Varisov (54 anni, Makhachkala, 28 giugno 2005), Anastasiya Baburova (25 anni, Sevastopol, 19 gennaio 2009), Aleksei Sidorov (20 anni, Togliattigrad, 9 ottobre 2003) e Valery Ivanov (21 anni, Togliattigrad, 29 aprile 2002).

Collegare fatti e persone: alla ricerca di uno strumento

Standard

Schemi e correlazioni storiche e politiche

L’immagine che compare sopra a queste righe è un esempio, una specie di esperimento fatto una domenica mattina sopra un block notes. Riguarda alcuni personaggi coinvolti in alcuni eventi di portata nazionale, come lo scandalo della loggia P2, i contatti con la banda della Magliana e con la criminalità organizzata, il caso Cirillo, Roberto Calvi, il Banco Ambrosiano e alcuni altri fatti. Il rapido esperimento su carta aveva come scopo quello di cercare di vedere come, attraverso alcuni personaggi, determinati eventi siano collegati ad altri. E come altrettanto lo siano gli attori protagonisti (e alcune comparse) tra loro.

Lo scopo, volendo trasportarlo in ambiti diversi da quelli di cellulosa, sarebbe quello di capire se esiste uno strumento informatico che, ricorrendo a semantica e correlazioni, possa generare in automatico grappoli attraverso cui dare una lettura complessiva di determinati fenomeni politici, storici o criminali. Ovviamente la logica poi si potrebbe riversare pari pari su altri ambiti, però quello di interesse nello specifico di questo post è quello citato. Altrettanto ovviamente lo strumento non potrebbe sostituire l’apporto umano e le relative competenze, senza le quali qualsiasi supporto semantico e informatico non avrebbe senso. Ma forse, lavorando su contesti così ampi e articolati, il software – indispensabile che sia libero (libero as in free speech, not as in free beer, come disse Lui) – può venire in aiuto nel cogliere connessioni (o correlazioni) che individuare in altro modo sarebbe arduo. Dunque, che qualcuno sappia, esiste già qualcosa che sia in grado di compiere operazioni del genere? Suggerimenti, proposte, strumenti analoghi? Qualsiasi suggerimento sarebbe prezioso.

Letteratura e giornalismo: interferenze ed esperimenti del racconto

Standard

Letteratura e giornalismoUn libro che riprende un dibattito che ogni tanto si riaccende. Un dibattito che, insieme ad altri di recente emersi, risulta interessante per approfondire il termine del racconto tributato dalla realtà. Per questo segnalo la recensione di Giorgio Fontana pubblicata sul Sole 24 Ore dal titolo “Letteratura e giornalismo” di Clotilde Bertoni:

Risultano di grande interesse i capitoli dedicati all’evoluzione narrativa del reportage. Partendo dal “non genere” dell’elzeviro, la storia dell’ibridazione trova una svolta nel new journalism di metà anni ’50 — Tom Wolfe, Gay Talese, e il genio stralunato e folle di Hunter S. Thompson — si arriva fino al non fiction novel di Truman Capote o del nostro Roberto Saviano (uno dei pregi del libro, fra l’altro, è proprio quello di non tralasciare affatto il panorama contemporaneo italiano).

L’autrice insegna letterature comparate alla facoltà di scienze della formazione dell’università di Palermo e in questi termini si presenta il volume:

Letteratura e giornalismo presentano diverse antinomie: la letteratura ambisce alla durata, il giornalismo è per sua natura effimero, legato com’è alla contingenza del momento; la prima è basata sulla menzogna, intesa come rielaborazione della realtà, creazione di mondi alternativi, il secondo punta a descrivere puntigliosamente il reale. Eppure tra questi due mondi, all’apparenza antitetici, esistono contatti e contaminazioni. Il libro ne passa in rassegna alcuni: l’attività degli scrittori giornalisti e le forme sperimentali di cronaca o di narrativa che possono derivarne; le interferenze vere e proprie, create dalla contiguità materiale (il feuilleton, l’elzeviro) o dal ricorso a strategie e libertà letterarie (come nel caso del New Joumalism); la tematizzazione letteraria del giornalismo, dalle balzachiane “Illusioni perdute” fino al romanzo contemporaneo.

“The War on Words”: conferenza su terrorismo e media a Vienna

Standard

The War on WordsPer chi avesse la possibilità di andarci, il 5 e il 6 ottobre prossimi, a Vienna, in programma c’è la conferenza The War on Words – Terrorism, Media and the Law organizzata dall’International Press Institute (IPI) e dal Center for International Legal Studies (CILS) di Salisburgo. Questa la sua presentazione:

In questa due giorni prominenti figure del mondo dei media, del giurisprudenza e dei diritti umani, così come esperti in sicurezza e antiterrorismo, discuteranno dell’impatto che la lotta al terrorismo ha sulle libertà civili, in particolare sulla libertà d’espressione e di stampa. Le sessioni si focalizzeranno sugli sforzi dei governi di estendere e rafforzare i loro poteri e di restringere l’accesso alle informazioni in nome della sicurezza, sul ruolo di cane da guardia dei media e sulla relazione fra libertà d’espressione e tolleranza religiosa. Nell’incontro conclusivo i partecipanti lavoreranno all’impostazione dei princìpi guida per la “dichiarazione di Vienna sul terrorismo, i media e il diritto” che potrà essere usata in giro per il mondo a sostegno della libertà d’espressione e di stampa.

Via mail, in questi giorni, arrivano gli aggiornamenti legati alla conferenza via via che si concretizzano. Tra gli ospiti, è confermata la presenza di Philip Zelikow, che faceva parte del dipartimento di Stato statunitense durante la presidenza di George W. Bush e della commissione sull’11 settembre (cosa ne pensi di argomenti attinenti a quelli trattati ieri si può leggere qui). Inoltre saranno presenti Manfred Nowak (United Nations Special Rapporteur on Torture), Raphael Perl (OSCE Action against Terrorism Unit) e Hamid Mir (della pakistana GEO TV, colui che intervistò per tre volte Osama bin Laden e la terza intervista fu la prima che il capo di Al Qaeda rilasciò dopo gli attentati di otto anni fa).

Per intanto da qui si può scaricare (in formato pdf) il programma della conferenza mentre per partecipare è necessario compilare e inviare un form di registrazione.

Dall’Espresso: ufficiali e giornalisti, nei secoli reporter

Standard

Un po’ di tempo fa si parlava del libro Cia – Culto e mistica del servizio segreto di Victor Marchetti e John D. Marks. Un libro che, per uscire, ha dovuto sfidare nelle aule di giustizia a stelle e strisce l’apparato dell’intelligence statunitense che a tutti i costi voleva impedire che suoi ex dipendenti ne ricostruissero meccanismo e funzionamento. Il settimanale L’espresso attualmente in edicola riporta in trafiletto che mica si riferisce all’inizio degli anni settanta, come il volume in questione, ma che per per certi versi risulta attinente:

Ufficiali e giornalisti – Nei secoli reporter

Siamo uomini o caporali? Lo Stato maggiore dell’Esercito non ha dubbi: i giornalisti che indossano la divisa part time e fanno da portavoce nelle missioni internazionali restano sottoposti alla censura per tutta la vita. Si tratta della cosiddetta “riserva qualificata”: redattori, inviati, capiservizio che per guadagno o passione prestano brevi periodi come ufficiali. Ma secondo una nuova circolare quando tornano nelle loro redazioni, devono continuare a chiedere il permesso per qualunque cosa: un articolo, una tesi di laurea, una conferenza, uno scritto epistolare, persino «per messaggistica varia e telefonia cellulare». E non importa l’argomento: è “interesse militare” ogni forma di comunicazione che provenga da un ufficiale. Insomma, in servizio per sempre. Peccato che nessuno li abbia avvertiti al momento dell’arruolamento.