Carlo SaronioQuando si torna a esaminare la “verità Casirati”, il criminale comune non chiarisce ma butta altra legna sul fuoco. Parla infatti di Alceste Campanile, il ragazzo assassinato nella campagna reggiana nel 1975 poco più di due mesi dopo il sequestro, e sostiene che secondo lui assomiglia fin troppo a un giovane che andava in giro con Carlo Fioroni e Franco Prampolini prima che fossero arrestati a Lugano. Inoltre i carcerieri dell’ingegnere gli hanno descritto il ragazzo che accompagnava Fioroni quando questi si presenta nella villa di Garbagnate: dalle loro parole si convince che è proprio Alceste Campanile tanto che – gli dicono – aveva pure la parlata emiliana.

Ribadisce poi che il vertice dell’Organizzazione aveva dato il suo benestare ai sequestri per autofinanziamento e che Gianfranco Pancino, durante un incontro nella Torre Velasca di Milano, gli aveva consegnato una fiala su cui c’era scritto “etere” da utilizzare prima con Vittorio Duina e poi impiegata per Saronio. Infine sostiene che l’Alfetta usata per il trasferimento dell’ostaggio da Garbagnate a Melnate era stata bruciata perché non rimanessero impronte digitali e l’odore di etere era così forte che la polizia avrebbe potuto insospettirsi se l’avessero fermata.

Incalzato dal pubblico ministero Armando Spataro a proposito di una serie di incongruenze che non sono state spiegate, Casirati ammette che tutta la verità non l’ha ancora raccontata. Innanzitutto cova rancore nei confronti di Fioroni che lo accusa subito dopo l’arresto in Svizzera e poi si duole di aver fatto il nome dei carcerieri, che avevano sempre tenuto un comportamento più che corretto verso l’ostaggio. Infine ritratta di nuovo tutto: i finti carabinieri non indossano alcuna divisa ma si limitano a qualificarsi come tali, non è mai esistita alcuna prigione perché Carlo Saronio non muore durante un cambio di covo, ma viene assassinato subito dopo essere stato catturato.

I comuni che dovevano prenderlo e consegnarlo ai brigatisti si erano rivelati così incompetenti che in piena notte si erano presentati a Sesto San Giovanni, avevano parcheggiano sotto casa sua ed erano saliti dicendogli in preda al panico di avere un problema: Saronio sta male. Allora lui va a controllare, corre in farmacia dove si procura cardiotonici e una siringa e gli fa un’iniezione sperando che abbia effetto. Poi gli pratica un massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. Ma è tutto inutile. Tutto il resto già dichiarato rimane valido e lo conferma.

Insomma già i magistrati che seguono questo processo, ma anche gli altri romani che stanno lavorando a indagini diverse, a iniziare dal giudice istruttore Francesco Amato, non si possono fidare: qualsiasi elemento dicano, aggiungano o ritrattino queste persone va verificato. Vengono sentiti molti testimoni. La militante Caterina Pilenga prima nega qualsiasi coinvolgimento in attività criminali, ridicolizza Carlo Fioroni definendolo “un pistolero paranoico e tanto fuori dalla realtà da aver messo, una volta, acqua nel serbatoio della benzina dell’automobile, un mistificatore”, ma chiesta una pausa di riflessione inizia a sua volta a ritrattare: anche a lei Toni Negri ha fatto il “lavaggio del cervello” arrivando ad accettare l’idea di commettere reati perché espressione di “giustizia proletaria”.

Ammette di aver partecipato a furti di opere d’arte, aver passato un pacco di esplosivo destinato alla resistenza greca, di aver dato rifugio a Carlo Casirati e a Rossano Cochis e di aver contribuito alla fuga di tre giovani dopo il fallimento della tragica rapina di Argelato. Sul sequestro Saronio, i primi sospetti su Fioroni li formula da sola e le vengono confermati da altri appartenenti all’Organizzazione.

Viene interrogato anche Mauro Borromeo, segretario amministrativo dell’Università Cattolica, che si accusa di reati simili a quelli ammessi da Caterina Pilenga: inoltre la sera in cui Saronio viene catturato era stato a casa sua e si doveva parlare di Soccorso Rosso e della situazione dei compagni detenuti. C’erano anche Silvana Marelli, che aveva organizzato l’incontro e che era arrivata con una ragazza bionda (cioè Bianca Radino) e altre due persone, Tino Cortiana e Renata Cagnoni. In quell’occasione Carlo Saronio era addolorato: lamentava una situazione familiare difficile, le difficoltà economiche a cui la famiglia lo avrebbe costretto e la sua voglia invece di affrancarsi finanziariamente perché voleva metter su casa con la sua fidanzata: la ragazza, infatti, è da poche settimane incinta, anche se nessuno degli amici-compagni ne è ancora stato informato, e la vigilia di Natale ’75 darà alla luce una bambina che in seguito verrà riconosciuta come figlia di Carlo Saronio con sentenza del tribunale di Milano.

Quando l’ingegnere viene rapito, Borromeo vorrebbe anche andare alla polizia a dire che lui e i compagni sono stati gli ultimi a vederlo e che addirittura aveva letto alcuni numeri della targa di un’automobile che stazionava da un po’ da quelle parti, ma sostiene di essere stato convinto da Silvana Marelli a desistere perché avrebbe messo a repentaglio l’intera Organizzazione. I numeri di targa – aggiunge – li avevano inviati anonimamente alla famiglia, ma per bocca di Armando Damaschi questa affermazione verrà smentita così come si smentiranno blocchi al patrimonio di Carlo, che poteva godere del suo patrimonio senza dover rispettare alcun vincolo economico.

Bianca Radino, la ex-fidanzata di Carlo Fioroni, sostanzialmente conferma quando detto dal militante, parla di un rapporto stretto, quasi affettuoso tra Fioroni e Toni Negri, e aveva pensato a una boutade quando alcuni compagni le avevano detto: “La sai l’ultima? Casirati ha buttato lì la proposta di rapire Saronio. Tu che ne pensi?”. Ma poi Saronio scompare davvero e Fioroni si incupisce fino a scivolare nella depressione. Lei lo incalza per saperne di più, per sapere se lui è coinvolto e lui sbotta: “E se anche fosse, perché dovrebbe sembrare una cosa tanto terribile?”. Ma poi, dopo qualche giorno, scoppia in lacrime e quasi si giustifica: “Non sono un delinquente, ma un compagno comunista che lo ha fatto per motivi politici”.

Intanto, a quanto dice la ragazza, le condizioni psicologiche di Fioroni sono sempre peggiori, ma non gli impediscono comunque di servirsi di lei per carpire informazioni alla famiglia Saronio, come accade quando incontra la fidanzata dell’ingegnere e quest’ultima le confida di attendere un bambino. Infine, quando viene versato il riscatto, racconterà al giudice di essere andata a comprarsi un abito nuovo per rendersi più presentabile e credibile in attesa di iniziare il riciclaggio del denaro in Svizzera con Fioroni, Prampolini e Cazzaniga.

Non partirà però per Lugano, ma scriverà un memoriale che consegnerà all’avvocato Antonio Stati di Soccorso Rosso con la raccomandazione di non utilizzarlo a meno che nel caso Saronio non fossero rimasti coinvolti personaggio estranei. Di fatto il memoriale – dice ancora – sarà consegnato all’avvocato Giuliano Spazzali che difende Antonio Negri e Silvana Marelli. Riconvocata successivamente, si limiterà ad aggiungere che non si era rivolta alla polizia per non arrecare danno a Carlo Saronio né al suo ex. Ma quando delle parole della giovane si chiede conferma a Fioroni, lui tronca qualsiasi tentativo di fargli dire di più: “Dati i miei precedenti rapporti con la teste, non intendo affatto rispondere o entrare nel merito di ciò che ha dichiarato, anche per non rischiare di nuocerle”.