Alceste CampanileL’omicidio di Alceste Campanile, avvenuto il 12 giugno 1975, è rimasto per quasi venticinque anni un mistero – si diceva – che a un certo punto si è innestato sul caso del sequestro e dell’assassinio di Carlo Saronio. Oggi è un mistero che, a meno di risultanze processuali che cambino le carte in tavola in appello e in Cassazione [il testo è stato scritto prima del processo di secondo grado a Paolo Bellini, condannato per questo delitto. Si veda qui. NdB], sembra essere stato chiarito e non c’entra nulla con la sorte dell’ingegnere milanese. Anche se sulla vicenda specifica rimangono dubbi. Dubbi sulla matrice dell’omicidio: per la giustizia, frutto di un litigio improvviso con un reo confesso che se n’è addossato la responsabilità; per la famiglia, che sottolinea una serie di lacune nell’indagine, originato e consumatosi negli ambienti dell’estrema sinistra reggiana. Ma come accade che i due casi a un certo punto si incrocino?

Carlo SaronioPer capirlo occorre ripercorrere la vicenda dall’inizio. Siamo nel cuore dell’Emilia Romagna, provincia di Reggio, sono le undici di sera, l’estate è ormai incombente, e una coppia sta percorrendo in auto la strada provinciale che da Montecchio porta a Sant’Ilario. Lei a un certo punto chiede al marito di fermarsi, non si sente bene ed è meglio che scenda e faccia quattro passi. Ma appena la donna mette piede nel campo a lato della carreggiata, si imbatte in una specie di fagotto: è il corpo di un uomo, un giovane, che giace supino ed è sdraiato sopra il braccio destro ritorto dietro la schiena. Sopra la camicia indossa un giubbotto di tela leggera e su di esso è chiaramente visibile una macchia di sangue provocata da un proiettile che gli si è piantato in un polmone. Porta anche un paio di occhiali da sole che si sono spostati sulla fronte: sotto di essi c’è un secondo foro, largo, un foro d’uscita perché qualcuno gli ha sparato alla nuca.

Addosso al corpo non viene trovato alcun documento che aiuti a identificarlo e così, una volta compiuti i primi accertamenti sul posto, viene portato all’obitorio di Montecchio, dove il giorno dopo verrà riconosciuto: è Alceste Campanile, nato a Reggio Emilia il 21 luglio 1953, studente universitario a Bologna, ed è il figlio maggiore di Vittorio e Lucrezia Fazio. Suo fratello, Domenico, ma più conosciuto con il diminutivo di Mimmo, ha un anno meno di lui.

Alceste in città è noto per essere estroverso, avere un sacco di amici e, grazie al suo bell’aspetto, uno stuolo di ragazze che spasimano per lui. Ma è noto anche come attivista politico: da qualche anno infatti è entrato nelle fila di Lotta Continua ed è diventato il leader del Circolo Ottobre a cui fanno capo organizzazioni culturali che ruotano nell’orbita di LC. Le modalità della sua morte, che sembrano richiamare un’esecuzione a sangue freddo (il giovane non aveva ferite da difesa, né aveva tentato di reagire ai suoi aggressori), vengono subito messe in relazione alla sua militanza. L’omicidio assume così i connotati politici e ad avvalorarle ci sarebbero due contingenze che vengono immediatamente prese in considerazione dagli investigatori.

Innanzitutto la tornata elettorale per il rinnovo delle amministrazioni locali in molte città italiane, Reggio Emilia compresa: si voterà infatti la domenica successiva, il 15 giugno. In secondo luogo, Alceste muore proprio a metà di quel 1975, anno in cui si sta compiendo – laddove non era ancora accaduto – il passaggio alla fase più violenta degli anni di piombo. Dunque per i militanti della sinistra più o meno estrema questi fatti devono essere per forza collegati tra loro. Tanto che ai funerali del giovane, fissati per sabato 14 giugno, i comitati antifascisti si danno appuntamento da tutta Italia a Reggio Emilia: rendere l’estremo saluto al ragazzo significa ribadire il proprio impegno di lotta contro il neofascismo e l’eversione.

A dare poi maggior consistenza alla pista nera – quella che sarà ribattezzata la “prima pista nera” – c’è anche una rivendicazione. Cinque giorni dopo l’omicidio, il 17 giugno, viene infatti diffuso un volantino che porta la firma di Legione Europa. È una sigla di estrema destra di relativamente recente costituzione che aveva già firmato un paio di attentati tra la Lombardia e la Toscana. Il più grave è quello che avviene il 13 gennaio 1975: un ordigno esplosivo viene piazzato nel seminterrato del palazzo di giustizia di Milano, ma quando scoppia nessuno rimane ferito pur essendo ingenti i danni che la detonazione provoca.

Ma c’era già stato un precedente volantino che attaccava politicamente il giovane di Reggio Emilia: il Fronte della Gioventù aveva infatti diffuso nel febbraio 1975 un testo che si intitolava “Da ‘fascista’ a comunista – viltà o convenienza” e che recitava testualmente: “Attenti compagni! Chi ha tradito una volta può tradire ancora! Il motto di queste banderuole è uno solo: ‘W l’aria che tira’. Questa è la scheda di iscrizione alla ‘Giovane Italia’ di Alceste Campanile”. Una campagna d’odio premeditata, per gli antifascisti, contro il ragazzo che effettivamente un passato nelle file giovanili del Movimento Sociale Italiano ce l’aveva avuto: nel 1968, a quindici anni, si era tesserato, ma l’esperienza era durata un mese e Alceste, una volta uscitone, si era progressivamente avvicinato agli ambienti politicamente contrapposti.

Del resto, provenendo da una famiglia ostile alla sinistra e iscritto a un liceo reggiano, lo scientifico Spallanzani, in quel periodo frequentato da giovanissimi simpatizzanti per formazioni conservatrici se non dichiaratamente reazionarie, non doveva destare particolare sorpresa questa prima e limitatissima esperienza politica di Alceste. Le indagini sulla rivendicazione di Legione Europa portano a un militante di Parma, Donatello Ballabeni, che viene fermato il 18 giugno. Ballabeni è uno già noto all’ufficio politico della questura emiliana perché il suo nome era saltato fuori in un’altra inchiesta per l’omicidio di un ragazzo della sinistra extraparlamentare: era il 25 agosto 1972 e Mario Lupi venne aggredito da un gruppo di neofascisti e ammazzato a coltellate. Ad acquistare le armi utilizzate in quell’occasione – si stabilì – era stato proprio Ballabeni.

Per il caso Campanile, oltre a lui, vengono fermati anche altri due camerati, Roberto Occhi e Bruno Spotti. Ma per il giudice istruttore, Giancarlo Tarquini, le dichiarazioni rese dai tre non sono convincenti e anzi fanno pensare che con l’omicidio di Alceste Campanile non c’entrino nulla. La rivendicazione l’avrebbero scritta infatti per millantare in preda a una sorta di mitomania e per loro le accuse sono solo di apologia di reato.

Giunti al settembre 1975 però accade qualcosa di nuovo: Vittorio Campanile, il padre del militante di Lotta Continua, decide di prendere parte attiva nell’accertamento della verità sulla morte del figlio. La sua prima azione è un manifesto che fa stampare a sue spese e che diffonde: su di esso sono riportati solo i nomi di battesimo di coloro che ritiene essere gli assassini del ragazzo, suoi amici, compagni di Lotta Continua o di altre organizzazioni di estrema sinistra. E si apre un’indagine – questa volta ribattezzata dalla stampa la “prima pista rossa” – ma i carabinieri, che a lungo scandaglieranno gli ambienti che Alceste frequentava, cercando di far emergere nemici, motivi di tensione, propositi di vendetta, non trovano nulla. Anche questa, come la prima pista nera, è un vicolo cieco.

Ancora una volta occorre ripartire da zero e per farlo si decide di riprendere dalle modalità dell’omicidio. Due colpi, si diceva, uno alla testa, sparato alle spalle con traiettoria dall’alto verso il basso, e uno al torace, esploso da qualcuno che stava di fronte alla vittima. Già da questi elementi si ipotizza che a sparare potrebbero essere state due persone: la prima che fa inginocchiare il ragazzo, lo tiene fermo torcendogli li braccio destro dietro la schiena e a distanza ravvicinata gli esplode contro il primo colpo, ritrovato conficcato nel suolo a un paio di metri dal corpo. La ricostruzione combacia con le macchie di terreno ed erba che ci sono sui suoi pantaloni. Il secondo è probabile invece che fosse partito quando Alceste era già crollato: entrato da davanti, il proiettile sarà rinvenuto sotto la schiena del giovane. Va aggiunto che il secondo colpo non era necessario: il ragazzo muore già con il primo, fulminato da quello sparo che gli devasta il cervello.

A far pensare agli investigatori che quella sera con Alceste Campanile fossero in due c’è anche un altro elemento. Entrambi i proiettili sono di calibro 7.65, ma mentre uno è ancora intonso, il secondo è deformato. Forse è stato deformato da un sasso che lo ha deviato, ma le perizie balistiche stabiliscono che parte del suo stato deriva da una pistola diversa dalla prima. Per avanzare nella ricostruzione dell’omicidio si devono anche ripercorrere le ultime ore di vita del ragazzo. Il giorno in cui Alceste muore era stato a Bologna dove doveva dare un esame, inglese, che supera brillantemente con il massimo dei voti. Una volta che il trenta viene trascritto sul libretto universitario, va alla stazione del capoluogo e prende un treno per tornare a Reggio Emilia, dove arriva intorno alle 17, e rientra a casa. Poco dopo le nove e mezza esce di nuovo. “Vado a fare un giro”, dice ai genitori, e diversi testimoni affermano di averlo visto intorno alle 22 in piazza Camillo Prampolini.

Quella sera infatti si sono radunati alcuni ragazzi che si mettono a suonare e a cantare. Alceste gironzola, saluta, scherza, si ferma a chiacchierare con qualcuno e finisce per dare appuntamento a un gruppo di amici per mezzanotte: si vedranno allo Ziloc, un locale nel quale ogni tanto tiravano tardi. Ma sui movimenti del giovane c’è anche chi racconta un’altra storia: quella sera non era a Reggio, ma a Sant’Ilario, nei pressi di una pizzeria, e con lui c’erano persone sconosciute.

Da qui in avanti le voci si rincorrono, si contraddicono, non si trovano conferme a una versione o all’altra. Insomma non si riesce a capire come Alceste Campanile ci sia finito su quella strada provinciale dove poi verrà ammazzato. La situazione è talmente confusa che quasi quattro anni più tardi, sul numero di Lotta Continua dell’11 febbraio 1979, due pagine rievocheranno la sua storia e Marco Boato, uno dei fondatori del quotidiano e suo editorialista, scriverà un articolo in cui afferma: “Chi sa parli, l’omertà è uno stile mafioso, il comunismo non ha niente a che vedere con la mafia”.

A tutto questo fumo si aggiunge anche un’altra “pista”, quella che lega l’omicidio di Alceste Campanile al sequestro e alla soppressione di Carlo Saronio. Qual è l’origine del cortocircuito? L’origine è il “professorino”, Carlo Fioroni, che nel 1979 si trova rinchiuso nel carcere di Matera proprio per la fine che fa fare all’ingegnere milanese. Senza mai formulare affermazioni, ma ponendo sempre la sua versione in termini di ipotesi, racconta che il buco nella bombola del gas della Fiat 124 che porterà Franco Prampolini, Maria Cristina Cazzaniga e i 67 milioni del riscatto da riciclare in Svizzera sia stato praticato in un’officina di Reggio Emilia e anche se la circostanza viene smentita in fase di dibattimento (il foro verrà fatto a Milano e nessuno dei presenti sapeva che il malloppo derivasse dal sequestro Saronio), la voce che collega Campanile a Saronio continua a circolare: Alceste poteva essere venuto a conoscenza di qualcosa, avrebbe potuto parlare inguaiando i responsabili del sequestro e dunque per questo sarebbe stato eliminato.

Questa congettura, che prenderà il nome della “seconda pista rossa”, però già contiene una serie di contraddizioni: quando Fioroni viene arrestato a Lugano per la leggerezza di contare il denaro appena riciclato in un parco pubblico di fronte ad occhi estranei, nessuna delle persone effettivamente coinvolte viene uccisa. Casirati fugge all’estero arrivando alla fine a Caracas, De Vuono girovaga, Piardi invece continua a sfoderare la sua vita da neo-arricchito senza preoccuparsi di poter essere collegato all’omicidio. In tanti della banda al massimo cambiano nome, si procurano documenti falsi, ma a eccezione di chi si dà alla latitanza nessuno ammazza nessuno per timore che racconti alla polizia come esattamente si sono svolti i fatti nel sequestro Saronio.

Insomma, la fase istruttoria per questo omicidio è tutt’altro che semplice: tra estremisti di destra e di sinistra, terroristi e criminali comuni c’è già di che penare. Figurarsi poi quando il processo da Reggio Emilia deve trasferirsi ad Ancona perché nelle indagini ci finisce anche un magistrato. Ma il passaggio nel capoluogo marchigiano inizia a produrre i primi risultati o quantomeno fa piazza pulita delle piste investigative sbagliate: fuori dall’indagine infatti sia i fascisti che i comunisti, non c’entrano con quella morte. Ma per molti anni non sarà possibile procedere oltre: si arriva a un punto morto e l’omicidio di Alceste Campanile va via via assumendo i connotati del caso irrisolto.

Almeno fino al 1999 quando spunta la “seconda pista nera”. A indicarla è un ex-neofascista reggiano, tale Paolo Bellini, uno considerato vicino agli ambienti di Avanguardia Nazionale, organizzazione fondata nel 1960 da Stefano Delle Chiaie e disciolta nel 1976: era infatti finita sotto procedimento giudiziario perché accusata di ricostituzione del partito fascista dopo un processo di avvicinamento con Ordine Nuovo di Pino Rauti per perseguire fini golpistici e terroristici. Tornando a Bellini, nel 1976 prima si dà alla latitanza riparando in America Latina e poi ricompare in suolo patrio venendo intercettato a Pontassieve, in provincia di Firenze, mentre è alla guida di un camion che trasporta mobili rubati. Fermato, è identificato – e non smentito – come Roberto Da Silva e con questa identità finisce in galera: per giungere al suo nome vero sarebbe stato necessario confrontare le impronte digitali che gli vengono rilevate con quelle già archiviate in occasioni precedenti. Ma il suo cartellino segnaletico – si scoprirà più avanti – è andato perduto. Scomparso.

Bellini-Da Silva è uno che ha conoscenze pericolose: tra queste c’è per esempio quella di un mafioso, Antonino Gioè, che non è un nome qualunque di cosa nostra. Finito prima nel mirino di Boris Giuliano, il capo della squadra mobile di Palermo assassinato il 21 luglio 1979, si suiciderà in cella il 28 luglio 1993 lasciando un biglietto sul quale aveva scritto: “Io sono la fine di tutto”. Uomo appartenente al clan dei corleonesi, è colui che poco più di un anno prima si infila in un cunicolo sotto l’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi conduce al capoluogo siciliano per piazzare una carica esplosiva che farà saltare per aria Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro. È la strage di Capaci del 23 maggio 1992.

Dopo la conoscenza tra i due, Bellini cambia approccio e si autoaccusa di una decina di delitti, non sa quantificarli nemmeno lui con precisione, alcuni dei quali commessi per conto della ‘ndrangheta calabrese e qui fa i nomi dei mandanti. Il primo però di questi crimini lo ha fatto da solo, è roba sua, e dice di essere proprio lui l’assassino di Alceste Campanile. Nella ricostruzione che fa di quell’omicidio, racconta che la sera del 12 giugno 1975 stava percorrendo la via Emilia. O forse era sulla provinciale che da Reggio conduce a Montecchio. Non sa di preciso. Incontra Alceste per caso mentre sta facendo l’autostop, gli dà un passaggio perché i due si conoscono già dai tempi della Giovane Italia e iniziano a chiacchierare.

Ma a un certo punto la conversazione prende una piega politica. Bellini infatti porta la discussione sul recente tentativo di Alceste di bruciare l’albergo di suo padre e, sempre secondo l’avanguardista, a questo proposito non ha dubbi perché l’ha beccato lui Alceste con una tanica di benzina in mano. “È l’albergo di un fascista e sta sicuro che ci riprovo,” avrebbe detto il ragazzo a Bellini. Il quale a quel punto si fa assalire dai fumi della rabbia, ferma l’auto, trascina giù Alceste e gli spara alla testa e al torace. Dunque, secondo questa ricostruzione, dietro l’omicidio non c’è nessuno scopo apertamente politico, ma è frutto di un alterco occasionale, non c’è premeditazione. Interrogato a più riprese, Bellini insiste nella sua ricostruzione: ha agito da solo, le perizie balistiche dicano quello che vogliono.

A una prima sentenza su questo omicidio si arriva solo il 30 ottobre 2007 e con essa arriva anche l’amarezza perché Bellini è riconosciuto colpevole dell’omicidio ma il reato è prescritto proprio per l’assenza di premeditazione e se resta in carcere è solo perché nel frattempo è stato condannato anche per altri reati. Insomma, non ci saranno punizioni per l’omicidio commesso nel lontano giugno 1975 e le complicità di altre persone (ci sono quattro presunti complici) non sono provate e dunque gli imputati andranno verso il proscioglimento contro il quale le parti offese, la madre di Alceste e il fratello, non hanno presentato opposizione.

A conclusione di questa vicenda va detto che le ragioni politiche non hanno ancora abbandonato l’orizzonte dei fatti. In un articolo pubblicato su “La Gazzetta di Reggio” il 10 aprile 2008, “Bellini mente, la pista giusta è rossa”, viene riportata all’inizio la dichiarazione di Emanuele Campanile, zio di Alceste, secondo il quale “Bellini è credibile per chi gli vuole credere”. E prosegue:

Molti legittimi e ben fondati dubbi sulla credibilità di Bellini sono stati espressi dall’onorevole Mauro Del Bue nella sua ottima ricapitolazione della storia di Alceste [...]. ‘Restano fondati dubbi su un’autoaccusa improvvisa non richiesta e funzionale a un po’ troppi benefici’ (Bellini chiese la scarcerazione perché collaboratore di giustizia). Basta leggere l’analisi di Del Bue per convincersi che Bellini non è credibile. Uguali dubbi sono stati espressi da Paolo Ricci, l’amico più intimo di Alceste, nella lettera da lui sollecitata a Willer Barbieri, e da Carlo Lucarelli. Questi, inoltre, solleva inquietanti quesiti che non hanno avuto riscontro nel processo di Bellini perché niente affatto considerati dal PM e quindi tuttora irrisolti e validi. Io, com’è ben noto, non ho mai creduto a Bellini perché le sue ‘storie’ non hanno alcun fondamento o merito di credibilità”.