Carlo SaronioDi politica Carlo Casirati si era sempre occupato poco o nulla fino a quando, all’inizio degli anni Settanta, rinchiuso nel carcere di San Vittore, non sente voci su fantomatiche collaborazioni che stavano nascendo tra politici e comuni. Quello di Oreste Strano è un nome che circola parecchio, in proposito.

Così, quando all’inizio del 1974 Casirati evade, attraverso di lui prende contatto con l’Organizzazione e con Carlo Fioroni. Ma non gli piace, il professorino, gli sembra uno sprovveduto, uno che si fa di troppa teoria, e allora riceve l’autorizzazione ad agire per conto suo, nella più completa indipendenza quando si tratta di scegliere obiettivi e complici degli espropri proletari. D’altro canto i suoi rapporti con Toni Negri sono così disinvolti e talmente poco gerarchici che, dopo una rapina, si rifugia con Alice Carobbio nella casa padovana del docente universitario e ottiene di dormire con lei nel letto matrimoniale di Negri tra i rimbrotti dei compagni e la divertita disponibilità del suo ospite.

Inizia così la dissociazione di Carlo Casirati e inizia così il nuovo racconto che fa degli eventi che hanno portato alla morte di Carlo Saronio. Ma come per Fioroni, anche le sue parole verranno smontate e fatte a pezzi negli anni successivi, frutto di suggestioni ben congegnate che avrebbero dovuto portare – e portarono – in carcere le decine di persone giudicate nel processo “7 aprile”.

Casirati dice di fare lo sbruffone con Negri, ma di esserne anche in qualche modo soggiogato, vittima di una specie di lavaggio del cervello che lo porterà a partecipare a una rapina in uno stabilimento di Marghera per portare via le buste paga, a un’altra alla Montedison di Porto Marghera, a incursioni in ville e appartamenti per arraffare preziosi e argenteria e a trafficare con documenti da falsificare. Descrive se stesso come punto di snodo tra la criminalità politica e comune, passante attraverso cui transitano armi usate dall’una o dall’altra schiera, riferimento per le attività di ricettazione.

Tuttavia a un certo punto si stanca, vuole smettere con le “cosette” e scalare verso colpi più rischiosi ma anche più fruttuosi. Allora ne parla con l’Organizzazione che gli lascia ancora una volta campo libero. Vuole passare ai sequestri di persona? Che sia, e vertici politici della struttura gli suggeriscono qualche nome: ci sono i Rizzoli o i Pirelli e c’è una cantante lirica che sta facendo un sacco di soldi in quel periodo. E poi – salta su Fioroni a un certo punto – c’è anche Carlo Saronio: lo conosce pure Casirati, gliel’ha presentato da poco, e nel caso non l’avessero capito è un ricchissimo compagno che frequenta l’Organizzazione e dunque più facile da prendere.

Il gruppo dirigente concede il suo benestare e c’è chi pensa a tutto “l’occorrente per fare addormentare il sequestrato”. In questa versione del racconto non è più Fioroni a occuparsi di anestetici o smacchiatori, ma Gianfranco Pancino, un medico che procurerebbe dell’etere e due confezioni di Largactil. I sedativi arrivano velocemente perché erano già pronti per un altro sequestro poi non attuato: quello dell’industriale Vittorio Duina di Milano che era sfuggito per un soffio al tentativo di due o tre automobili rubate di bloccarlo alla guida della sua Alfa Coupé 2000.

Svanito dunque il piano di prendere Duina, si torna a Saronio, anche se l’idea iniziale – ribadisce Casirati – era quella dell’autosequestro. Perciò Carlo Fioroni e Maria Cristina Cazzaniga raggiungono l’ingegnere a Bogliasco, dove c’è anche la fidanzata del giovane, e gli prospettano l’idea dovendo però incassare un rifiuto. Saronio – aggiunge – però a questo punto è sempre più pericoloso per l’Organizzazione perché cede la sua Alfa Sud a un’altra militante del vertice dell’Organizzazione, Silvana Marelli, e dà il suo nome al ragionier Damaschi perché formalizzi il passaggio di proprietà: per i sovversivi il collegamento Saronio-Marelli non andava fatto. Insomma l’ingegnere deve sparire e meglio che accada nel modo più profittevole per tutti – sostiene Casirati – che inizia a esercitare pressioni crescenti su Negri ottenendo infine il suo placet.

Scatta il piano e la ricostruzione di Casirati si arricchisce di nuovi particolari. Carlo Saronio quella sera viene atteso fuori dalla casa della famiglia Borromeo da un’auto sulla quale stanno solo delinquenti comuni. Quando esce è insieme a due ragazze, Silvana Marella e Bianca Radino, la ex-fidanzata di Fioroni, e uno dei finti carabinieri (diventati quattro in questa versione) che lo avvicinano, per conferire maggior veridicità al fermo, chiede a un altro: “Brigadiere, gli metto i ferri?”.

Saronio, non abituato ai controlli di polizia e consapevole che il suo nome era trapelato con la lista dei fiancheggiatori ritrovata poco tempo prima, non si sarebbe ribellato e anzi ne sarebbe stato ulteriormente intimorito. Infatti il giovane segue i falsi militari e rimane buono anche quando questi, invece di accompagnarlo in caserma, lo portano nella villa di Garbagnate rivelandosi per quello che sono: sequestratori.

I carcerieri di Saronio sono due: un comune non meglio identificato, che mette a disposizione la casa ma visto come finisce quella faccenda si allontana dalla militanza, e un brigatista. Di nessuno dei due però vuole rivelare il nome. Nel racconto di Carlo Casirati finora tutto è andato liscio, ma qualche giorno dopo iniziano i problemi con l’incursione di Fioroni che vuole vedere l’ostaggio e il conseguente trasferimento in un’altra prigione. Quindi, durante questo viaggio, si incappa nel posto di blocco, viene sfoderato il tampone anestetico e di lì a poco l’ingegnere sarà morto. A questo punto i comuni, che fanno sparire il corpo, decidono di tagliare fuori i politici e di proseguire da soli nella gestione delle trattative per farsi consegnare il riscatto.

Dal momento in cui Saronio è stato catturato non sono trascorsi più di dieci giorni e tutto è andato in malora, ma occorre reggere ancora il gioco. Casirati lo fa quando incontra Fioroni, gli dice che il rapito è stato portato in un luogo segreto a Melnate e che rifiuta di collaborare. Di nuovo si torna al racconto originario fino al momento della spartizione del bottino, ma poi subentra una nuova variazione a quanto già dichiarato: Casirati e Fioroni si incontrato alla gelateria Adriana di viale Padova e il primo consegna al secondo una valigia che contiene la metà del sequestro, 235 milioni, destinati all’Organizzazione.

Il comune convertito alla causa, a testimonianza della buona fede che vuole dimostrare, si offre a questo punto di fare chiarezza anche su un altro episodio che non c’entra con il sequestro Saronio, ma che – dice – è stato strumentalizzato dall’ultrasinistra e in particolare da Soccorso Rosso di Mestre. Si tratta dell’assalto del giugno 1974 alla sede del MSI di via Zabarella, a Padova. Lo scopo dell’irruzione era la sottrazione dello schedario del partito perché l’Organizzazione sospettava che un fascista si fosse infiltrato nelle sue fila e – prosegue Casirati – il commando era composto da cinque persone: lui stesso che deve agguantare lo schedario, due brigatisti (Corrado Alunni e Alfredo Bonavita) e altri due esponenti dell’Autonomia padovana (Carlo Picchiura e Alberto Gardin).

Tutti sono a volto scoperto, a eccezione di Alunni, e le due persone dentro la sede del MSI vedendo le armi non reagiscono e si mettono contro il muro con le mani alzate. A questo punto Casirati, mentre sta infilando in un sacco le schede degli iscritti, sente dei colpi di pistola, vede i due crollare a terra e i cinque si danno alla fuga portando con loro il materiale che cercavano. Una volta al sicuro, Alunni e Picchiura cercheranno di giustificarsi: il secondo spara su ordine del primo il quale però lo smentisce, ha sparato lui perché i missini avevano tentato una reazione.

“Secondo me,” afferma Casirati, “quella è stata un’esecuzione” e dopo l’episodio pensa bene di levarsi di torno e tornare a Milano. Conclusa la deposizione del comune, a Fioroni viene chiesto conto delle divergenze tra i due racconti: chi tra di loro sta spacciando falsità? “Sono semplicemente stupito dalla storia raccontata da Casirati,” dice, “io, infatti, ho raccontato tutta la verità”. Una verità che ammette però depurata di qualche particolare: il nome della sua ex ragazza, Bianca Radino, che voleva tenere fuori, che del sequestro sa tutto solo perché l’ha informata lui ma al quale è del tutto estranea. Anzi la giovane tenta di fermarlo, di farlo rinsavire.

E omette pure il reale ruolo avuto da Prampolini, anche lui perfettamente consapevole di quello che sta accadendo perché partecipa agli incontri con Casirati e addirittura lo incontra da solo in un’occasione almeno: dopo questo rendez-vous, avvenuto mentre lui è in Svizzera, afferma di venire a sapere che Saronio sta per essere trasferito da Sanremo alla Calabria. Ritrattazione analoga anche sul conto di Maria Cristina Cazzaniga: è una compagna fidata, è dentro l’Organizzazione e dunque è complice al pari degli altri perché è presente a più di una riunione, ospita Casirati e Carobbio, agguanta documenti a coinquilini e ospiti e offre referenze professionali di copertura.

Corretto il suo racconto con i dettagli che definisce mancanti, Fioroni passa alle smentite: non è vero che rivela a Casirati l’esistenza di un deposito estero di 5 miliardi di lire a nome di Carlo Saronio; falso il suo ruolo nel convincere l’ingegnere all’autosequestro e falso anche l’episodio in cui avrebbe indicato a Casirati chi era Saronio perché lo conosceva già. Inoltre non è stato lui a fornire le indicazioni sulla riunione a casa Borromeo al termine della quale avviene il sequestro e non sapeva che i carcerieri fossero dei brigatisti rossi. A questo punto, come se fosse una partita di poker, passa al rilancio e butta sul piatto una nuova rivelazione: Toni Negri era molto interessato a Carlo Saronio tanto da averli fatti incontrare più volte.

Era la seconda metà del 1973 e l’Organizzazione aveva un disperato bisogno di quattrini: Saronio, per Negri, sarebbe la chiave per proseguire con le attività politiche e militari e – prosegue Fioroni – cerca di convincerlo a finanziare la causa con il versamento di parecchi milioni di lire. Saronio avrebbe pure voluto, ma non può perché il suo patrimonio è vincolato dalla sua famiglia. Fioroni, nel descrivere questo incontro che definisce drammatico e penosissimo, dice di aver avuto l’impressione che Negri volesse sfruttare Saronio al pari di quanto afferma che Piperno avesse fatto con Feltrinelli.