Zahra’s Paradise: da domani in rete un romanzo a fumetti sull’Iran contemporaneo

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Zahra's Paradise

Da domani, venerdì 19 febbraio, inizierà a uscire online il fumetto Zahra’s Paradise sull’attuale situazione politica e sociale in Iran. Le puntate saranno poi raccolte in un libro che verrà pubblicato il prossimo anno. Così lo racconta BoingBoing:

Scritto da Amir, un attivista per i diritti umani, e illustrato da Khalil, Zahra’s Paradise ricostruisce la storia di un blogger iraniano che cerca suo fratello, Mehdi, diciannovenne scomparso da Tehran dopo le proteste del giugno 2009. Quando il blogger e sua madre, Zahra Alavi, iniziano a cercare Mehdi, veniamo trasportati nell’elaborato labirinto della Repubblica Islamica in cui sono svaniti molti dissidenti nel corso degli ultimi decenni. Nonostante i personaggi non siano reali, il contesto e gli eventi invece lo sono.

Hrw: in Guinea è stata un’azione sistematica sfociata in crimine contro l’umanità

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Pubblicato un paio di giorni fa da Human Rights Watch (Hrw) il documento Bloody Monday: The September 28 Massacre and Rapes by Security Forces (si può scaricare da qui in versione elettronica; formato pdf, 160,5KB). Un lungo testo per ribadire a chiare lettere che i fatti accaduti tra il 28 e il 30 settembre scorsi (cronaca di Global Voices) in Guinea sono un crimine contro l’umanità. Scrive in proposito Peacereporter:

“Gli abusi perpetrati in Guinea non sono stati l’azione di alcuni gruppi fuori controllo, come sostiene il governo. Erano premeditati, e sicuramente i leader del Paese erano consapevoli di quello che si stava pianificando” ha dichiarato il responsabile di Hrw per le emergenze, Peter Bouckaert. Secondo l’associazione umanitaria, le violenze sono state commesse dalla Guardia personale del presidente Camara, che avrebbe anche provveduto a nascondere i cadaveri delle vittime e bruciarli in diverse fosse comuni. Il rapporto descrive anche le fasi più cruente della repressione nello stadio della capitale Conakry, dove i militari della giunta hanno sparato sulla folla. Durante le indagini, Human Rights Watch ha intervistato più di 240 persone, stilando un bilancio di morti compreso tra le 150 e le 200 persone.

Online (e liberi) gli archivi fotografici canadesi della prima guerra mondiale

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Canadian General Hospital

Dopo l’Australian War Memorial (con relativo set Flickr) e L’indipendent con le sue trecento fotografie di cui si era parlato tempo addietro, è la volta (a dire la verità, lo è dal 2008) dei Library and Archives Canada – Bibliothèque et Archives Canada (LAC/BAC) di mettere a disposizione in rete il proprio patrimonio di immagini (sempre su Flickr) risalenti agli anni della prima guerra mondiale. In questo caso, a differenza dei precedenti citati, non si vuole tanto dare un nome agli sconosciuti che vi sono ritratti, ma presentare un archivio finora non ancora disponibile e descritto con queste parole:

L’obiettivo del progetto è quello di esplorare nuovi fronti per migliorare l’accesso e accrescere l’interazione con il patrimonio documentario canadese. Il LAC/BAC è entusiasta delle possibilità che le comunità sociali di condivisione dei contenuti multimediali offrono ai canadesi di discutere e di contestualizzare un’importante selezione della nostra storia collettiva.

Peraltro, anche per questo archivio, è stata scelta una licenza Creative Commons.

Angus McLeod: la guerra raccontata da strisce a fumetti

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World War by Angus McLeod

Angus McLeod è un artista canadese che racconta la guerra a fumetti. Per partire a conoscere il suo lavoro si possono leggere i suoi due ultimi lavori, World War One: Simple Version e World War Two: Simple Version in cui ogni personaggio è uno Stato coinvolto nel conflitto: la sua sagoma ricalca quella tracciata dai confini della nazione che rappresenta e porta addosso i segni di riconoscimento della propria condotta bellica. Ma navigando all’interno della sua galleria, si può trovare molto altro materiale interessante. Come i volti della guerra. Tipo questo. Nota a conclusione: i lavori di Angus McLeod sono rilasciati con una licenza Creative Commons BY-NC-ND.

(Via BoingBoing.net)

Serbia: le attività di sminamento e l’interessato intervento italiano

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La situazione delle zone minate al confine tra Serbia e Croazia mi era capitato di vederla, con colonne di auto che progressivamente si formavano all’approssimarsi della frontiera perché occorreva rimuoverne alcune troppe vicine alla sede stradale. In argomento, Peacereporter racconta questa storia: Italia-Serbia, via le mine ma la ruggine resta. E il sottotitolo all’articolo aggiunge che sarebbero in arrivo «aiuti per lo sminamento, sponsor per l’Europa e accordo Fiat Zastava. Ma per alcuni non basta per cancellare i ricordi dei bombardamenti». E infatti, in merito al disinteressato gesto tricolore, si legge:

La parternship serba rappresenta un’occasione da non perdere, soprattutto per l’Italia. L’avvio della produzione di automobili in Serbia “è un tassello fondamentale per lo sviluppo collettivo del gruppo Fiat e il più significativo in termini di potenziale: abbiamo aspettato un bel po’ di tempo per trovare un paese che ci avrebbe ospitato”, ha ammesso il manager italiano. Si tratta di investimenti di “circa 940 milioni di euro”. Per l’Italia, “un’irripetibile opportunità, con particolare riferimento al settore industriale e commerciale ed alla presenza italiana in settori strategici (telecomunicazioni, infrastrutture, banche)”. Di più, raccogliendo investimenti, la Serbia offre all’Italia un’area franca, con tasse al minimo o nulle (si va dal 10 percento a scendere a seconda degli investimenti fino allo zero per gli utili reinvestiti), terreni gratis per le aziende, ma soprattutto la possibilità di esportare dalla Serbia senza alcun dazio doganale su un mercato da 800 milioni di clienti, Ue compresa. Da 4 a 5 mila euro per chi investe in zone svantaggiate da Kraguievac a Nis fino al Sud, tassazione al minimo, costo del lavoro molto basso e alta specializzazione dei lavoratori. Una grande occasione per l’Italia, che ora prova a ricambiare il favore donando a Belgrado materiale e apparecchiature militari destinate all’individuazione, alla rimozione e alla distruzione delle mine, eredità dei bombardamenti Nato, per un valore complessivo di 600 mila euro.

Goldstone, piombo fuso e gli intricati accordi di pacificazione

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Dicesi operazione piombo fuso e qualcosa s’era già scritto poco tempo fa. Ora Peacereporter, attraverso la firma di Christian Elia, racconta perché si sta aspettando Goldstone:

L’inchiesta, in realtà, denuncia in egual misura le violazioni dei diritti umani sia dell’esercito israeliano che dei miliziani islamisti di Hamas, ma aggrava la posizione d’Israele denunciando la scarsa collaborazione delle istituzioni di Tel Aviv al lavoro del pool di giuristi dell’Onu. La polemica è scoppiata subito, con gli stati arabi inferociti, sia con gli Usa che con l’Autorità Nazionale palestinese. Il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas, infatti, ha accettato il rinvio, tutto preso dalle trattative con Israele per la ripresa dei negoziati di pace e dall’accordo di pacificazione inter palestinese che Hamas e Fatah dovevano firmare al Cairo il 18 ottobre prossimo. E che ora è in forte dubbio.

E si ipotizzano eventuali sviluppi, legato a una fantomatica registrazione video di una riunione con tre partecipanti durante la quale accadrebbe quanto segue:

Barack esprime tutta la sua perplessità nel continuare un attacco che ha già causato la morte di tanti civili e l’indignazione dell’opinione pubblica internazionale, mentre Abbas lo sprona a non fermare le truppe israeliane fino a quando Hamas non fosse stata distrutta. Che il video sia veritiero è davvero improbabile, ma rende l’idea dell’opinione pubblica araba rispetto al presidente dell’Anp che, mentre Israele metteva a ferro e fuoco la Striscia, non trovava niente di meglio da fare che mandare i suoi uomini ad arrestare i militanti di Hamas in Cisgiordania.

Azione e reazione nella situazione somala di ieri e di oggi

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L’analista somalo Mohamed Abshir Waldo racconta su Terra Italia Nostra l’altra Somalia.

Ci sono due piraterie in Somalia. Una è quella che sta all’origine del problema di oggi, e che è la pesca illegale da parte di imbarcazioni straniere, che oltre tutto mentre pescano assolvono a un altro compito illegale, cioè la discarica di scorie tossiche industriali e persino nucleari nelle nostre acque, tutte provenienti dal mondo ricco. L’altra pirateria è quella che vi raccontano i vostri media. Ma essa si è scatenata in reazione a quei crimini, quando le nostre acque furono avvelenate, quando fu saccheggiato il nostro pesce, e in un Paese poverissimo i pescatori capirono che non avevano altra possibilità se non quella di reagire con la violenza contro le navi e le proprietà dei Paesi potenti che sponsorizzano la vostra pirateria e la discarica tossica qui.

Da aggiungere due dati. Il primo. Un’altra analisi di Mohamed Abshir Waldo sullo stesso argomento è stata pubblicata qui: è in inglese, ma essendo più estesa contiene ulteriori dettagli. Il secondo. Terra Italia Nostra, che s’è occupata parecchio di ambiente, ecomafie, veleni e abusivismi vari soprattutto al sud e soprattutto in Puglia, paga anche il conto in termini di intimidazioni al punto che dal colophon sono stati tolti i nomi dei collaboratori. Rimane solo quello del direttore, Gianni Lannes, che a cicli costanti si vede augurare infausti destini.

Scorci di vite palestinesi oltre i riflettori di guerra e media

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Palestina borderlinePeacelink pubblica una lunga recensione firmata da Francesca Borri e dedicata a un libro uscito lo scorso maggio per ISBN Edizioni. Si tratta di Palestina borderline – Storie da un’occupazione quotidiana, scritto da Saree Makdisi, docente di letteratura inglese all’università della California cresciuto a Beirut ed esperto di Medioriente (su questo blog c’è un archivio dei suoi scritti). Non è un testo che ha per protagonista la guerra nei suoi aspetti più eclatanti, ma i protagonisti sono i “signori nessuno” che con gli effetti della guerra ci devono aver a che fare, che siano in patria o all’estero. Quelli che si mettono in fila dovendo sopportare trafile burocratiche e quotidiane prevaricazioni. O che vivono rincorrendo visti per ricongiungimenti familiari da sempre negati. O – ancora – testimoni muti di logiche bancarie che sono più forti e più opprimenti di qualsiasi forma di estremismo. Questa la presentazione del libro:

Questo libro non racconta storie di kamikaze, ma storie di persone comuni. Come quella di Sam Bahour, un uomo d’affari di Al bireh, di Mohammad Jalud, un agricoltore che vive a Qalqilya, di Samira che lavora a Gerusalemme. Esistenze che sarebbero banalmente normali, se non dovessero fare i conti con gli orrori di un’occupazione quotidiana […]. Saree Makdisi viaggia nei Territori, scatta fotografie, raccoglie dati e informazioni sulle condizioni di vita dei palestinesi e spiega come il cosiddetto «processo di pace» nasconda di fatto il progressivo restringimento della geografia della Palestina e una serie di misure di sicurezza punitive imposte dallo Stato di Israele. Palestina borderline descrive la realtà di un Paese dai confini di filo spinato, ponendo finalmente l’essere umano al di sopra delle questioni politiche.

E aggiunge Francesca Borri nella recensione:

Le prime volte, un checkpoint incendia indignati: ma rapida, subentra una sorta di aritmetica istintiva del male minore: difendere da uno sputo è regalare il pretesto per una chiusura. Si è contagiati così da una gramigna di tolleranza, via via più larga – perché ogni giorno è giorno di infinite ingiustizie minime: fino a riscoprirsi pazienti in fila a un checkpoint, anestetizzati come davanti a un semaforo rosso. E se il pericolo, scriveva Tiziano Terzani, è che alla guerra ci si abitua, questo libro non è allora per principianti, ma veterani della questione palestinese: per quelli che non si sorprendono più – perché è qui che l’occupazione vince: quando si converte in paesaggio.

Piombo fuso: immagini da una guerra riprese da un freelance

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Su Peacereporter è stata pubblicata una lunga intervista realizzata da Nicola Falcinella a Stefano Savona (che già aveva girato Primavera in Kurdistan), autore del documentario Piombo fuso sull’attacco a Gaza del dicembre 2008.

Le dinamiche che nascono sono le peggiori, come nei lager e leggere I sommersi e i salvati di Primo Levi mi ha aiutato. Non si può dare la colpa a tutti i palestinesi per i discorsi e la politica di Hamas. Di certo la guerra non ha fatto che aumentare il consenso per gli estremisti […]. Per la prima volta nessuno mi ha detto di non filmare qualcosa. Sono sempre stato libero di riprendere. In giro c’ero solo io con la videocamera, è stata una guerra poco mediatizzata, la gente capiva che ero là a mie spese e a mio pericolo. All’inizio avevo qualche timore a filmare le donne velate perché so che non amano essere riprese, poi ho notato che anche loro facevano segni di vittoria con le dita e mi sono sentito più sicuro a riprenderle. Con Hamas ufficialmente non ho mai avuto nessun contatto, non mi hanno contattato né detto nulla.

Già presentato al Festival di Locarno, una versione di 52 minuti del documentario verrà mandata in onda all’interno di Doc3 giovedì 17 settembre. In rete invece non c’è ancora un trailer ufficiale, ma qualche immagine si può vedere da un servizio del Tg3.