Gubitosa: l’omicidio impunito di Anna Politkovskaja

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L'omicidio impunito di Anna PolitkovskajaCarlo Gubitosa è un intellettuale caratterizzato da una vivacità che lo fa spaziare in ambiti tra loro molto eterogenei per argomenti e campi d’applicazione. Wikipedia, per esempio, scrive di lui che “assieme a Riccardo Orioles, Lorenzo Guadagnucci e Andrea Semplici, […] fa parte di quel gruppo di giornalisti e scrittori italiani del nuovo millennio che si caratterizzano per la passione, l’impegno civile e la serietà del loro lavoro, pur restando intenzionalmente lontani dalla ribalta mediatica e televisiva”. A testimonianza poi delle diverse tematiche che segue, basti pensare a lavori suoi come Telematica per la Pace (con Alessandro Marescotti ed Enrico Marcandalli), Italian Crackdown, Genova, nome per nome. Le violenze, i responsabili, le ragioni. Inchiesta sui giorni e i fatti del G8 o i due splendidi Elogio della pirateria e Hacker, scienziati e pionieri. Ma avvicinandoci all’argomento legato a questo post, si pensi anche a Viaggio in Cecenia. La «guerra sporca» della Russia e la tragedia di un popolo. In proposito, Carlo è tornato a scrivere con l’articolo L’omicidio impunito di Anna Politkovskaja, pubblicato dalla rivista Mosaico di Pace e poi ripreso da Informazione pulita. Articolo che merita di essere letto e che riporto nelle righe che seguono.

“Anna è stata uccisa a causa del suo lavoro. Non vedo altre motivazioni possibili per questo efferato delitto”. Così diceva Vitaly Yaroshevsky, vice-direttore della “Novaya Gazeta”, subito dopo l’omicidio a sangue freddo di Anna Politkovskaja con cinque colpi di pistola alla testa e al petto. Uccisa nell’ascensore di casa sua il 7 ottobre 2006 a Mosca, Anna è la giornalista che nei suoi libri e sulle pagine della “Novaya” ha descritto meglio di chiunque altro la violenza della guerra in Cecenia e il rapporto di questa violenza con gli interessi di Vladimir Putin e del suo regime di oligarchi.

Di fronte ai mille interrogativi di questa esecuzione, la giustizia russa non è riuscita a fornire risposte, e il 19 febbraio scorso l’attività di due anni e quattro mesi di indagini, quattro mesi di processo e tre ore di camera di consiglio si è conclusa con un nulla di fatto. I 12 giurati della corte militare di Mosca, presieduta dal giudice Yevgeny Zubov, hanno assolto per insufficienza di prove con verdetto unanime i quattro imputati del processo.
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La commissione europea e quegli spioni dei giornalisti

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Ora il rischio spionistico, riporta Peacereporter, sarebbe costituito dai giornalisti, secondo la commissione europea. Si legge infatti che:

L’associazione internazionale dei giornalisti a Bruxelles, l’Api, ha protestato ufficialmente con quanto contenuto nella nota interna della Commissione. Lorenzo Consoli, presidente dell’Api, ha dichiarato che: “I giornalisti hanno il dovere di cercare le informazioni, anche quelle più sensibili e confidenziali”. Il portavoce della Commissione europea Johannes Latenberger ha replicato all’associazione della stampa internazionale affermando che: “L’essenza della professione giornalistica è cercare informazioni. Non è questo il problema. Il problema riguardo l’obbligo dei funzionari della Commissione di difendere informazioni confidenziali”. Latenberger ha inoltre sottolineato che la Commissione, diversamente da quanto fanno altre istituzioni pubbliche, “consente a tutti i funzionari di parlare con i giornalisti, purché mantengano il rispetto richiesto per le informazioni sensibili”.

Caccia al giornalista somalo. Che in molti vogliono zitto o morto

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L’attentato contro Ali Imam Sharmak, il direttore di HornAfrik assassinato a Mogadiscio lo scorso 4 febbraio (terza vittima della stessa emittente: negli ultimi due anni sono stati uccisi anche il proprietario, Ali Iman Sharmake, e uno speaker, Mahad Ahmed Elmi), avrebbe dovuto riportare il dibattito almeno un po’ sullo stato della Somalia – uno stato di conflitto permanente a partire dal 1991, con la fine del regime di Siad Barre – e su quello di chi opera al di fuori delle fazioni schierate con i vari signori della guerra. Perché – torna a ribadire ancora il rapporto 2008 di Reporter Senza Frontiere sul paese del Corno d’Africa – la Somalia è uno dei paesi a più alto rischio per chi fa informazione.

I casi del marzo 1994 di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin sono di certo quelli più noti. E quando si parla di giornalisti stranieri l’eco è spesso elevata, come per il rapimento di una reporter canadese e di un fotografo australiano. Ma la situazione interna è poco battuta dagli organi di informazione. Innanzitutto probabilmente non si sa granché del fatto che in Somalia, malgrado una situazione politica e militare devastante, l’eterogeneità e la professionalità dei giornalisti è di buon livello, anche se le statistiche non lasciano ben sperare per il futuro: lo scorso anno, ne sono stati assassinati otto, feriti quattro e costretti all’esilio una cinquantina. Inoltre sono stati altrettanti – prosegue il rapporto di RSF – quelli arrestati nel Paese.
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Ilaria Alpi: online il documentario “The toxic truth” di Al Jazeera

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Andato in onda lo scorso 17 gennaio, è stato messo in rete il documentario The toxic truth, reportage contenuto nella trasmissione People & Power di Al Jazeera e realizzato da due giornalisti italiani, Emanuele Piano e Alessandro Righi. Tema centrale è stato il caso di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, e dell’inchiesta che stavano conducendo a proposito di un traffico d’armi e di rifiuti tossico-nocivi nel Corno d’Africa. Annunciato da Woman.it e dall’osservatorio sull’informazione dedicato alla memoria della giornalista Rai, il reportage è stato messo a disposizione sul canale Youtube dell’emittente del Qatar e suddiviso in due parti (qui la prima e qui invece la seconda): nodi della ricostruzione sono la situazione del Paese, lo stato delle indagini – compresa la condanna del cittadino somalo accusato di aver fatto parte del commando (un “capro espiatorio”, secondo l’avvocato Douglas Duale, che lo difese) – il tentativo di voler archiviare ulteriori approfondimenti e la voce dei genitori di Ilaria Alpi, instancabili della loro ricerca che dura da quasi quindici anni.

Online l’archivio Creative Commons di Al Jazeera

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Al Jazeera Creative Commons RepositoryQuesta è una notizia da diffondere: la riprendono Bernardo Parrella e il blog di CC.org scrivendo che Al Jazeera Network ha annunciato di aver aperto il primo archivio di filmati di qualità professionale rilasciati con la più libera delle licenze Creative Commons, la 3.0 Attribuzione (che in sostanza consente l’uso di un contenuto per qualsiasi scopo, compreso quello commerciale e la derivazione di nuove opere, citando l’autore del contenuto stesso). L’Al Jazeera Creative Commons Repository al momento mette a disposizione video sul conflitto in corso a Gaza realizzati dalle troupe dell’emittente televisiva del Qatar e quanto è e andrà online sarà disponibile in inglese e in arabo. In rete anche i documentari e gli eventi pubblici tramite i canali di Youtube. Per saperne di più qui c’è il comunicato stampa che annuncia l’iniziativa di Al Jazeera.

Gaza, l’ipotesi del fosforo bianco e i precedenti

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  • Sheera Frenkel e Michael Evans su Carmilla, Il Times: Israele bombarda Gaza con fosforo bianco. La BBC: lo fece già in Libano:

    Riportiamo due articoli e un video. Il primo articolo è la traduzione della notizia data oggi dal Times, secondo cui bombe al fosforo bianco sono state utilizzate a Gaza City. L’ipotesi, basata su un’analisi di immagini dell’attuale guerra mossa da Israele su Gaza, appare in queste ore sui media di tutto il mondo. Non si tratta di un’ipotesi peregrina, se consideriamo il secondo articolo che pubblichiamo in traduzione: si tratta della notizia data dalla BBC sull’ammissione da parte di Israele, la prima nella sua storia, di avere utilizzato fosforo bianco nella guerra in Libano (qui la versione video della notizia data da “Democracy Now!”). La notizia, che ebbe risalto internazionale, non sortì il medesimo clamore in Italia. Il video proposto in calce, infine, surrogherebbe l’ipotesi dell’utilizzo di fosforo bianco a Gaza. Il fosforo bianco è bandito come arma in luoghi popolati dal Trattato di Ginevra. Qui, una descrizione dei suoi devastanti effetti.

Chiaiano: una cosa importante da dire

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Aggiornamento del 6 gennaio 2009: La cava di Chiaiano si allaga: dovrebbe ospitare la discarica.

Il sito No alla discarica di Chiaiano pubblica il trailer del documentario Una cosa importante da dire realizzato da Raffaele Manco. In proposito scrive il blog Note ecologiche:

Un’ora e 20 minuti di filmato per ripercorrere i mesi di lotta dei comitati civici, della comunità locale e dell’amministrazione comunale contro la decisione di allestire una discarica ella Cava del Poligono di Chiaiano. Nel documentario anche la vicenda relativa al ritrovamento di amianto nell’area adibita a discarica.

A integrazione si può vedere inoltre la situazione delle zone limitrofe tra inceneritori e roghi abusivi tracciata da La terra dei fuochi e i documenti che spiegano perché Chiaiano non è una zona idonea alla discarica.

Global Voices e il racconto dei fatti mediorientali

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Global Voices OnlineDel ruolo che Global Voices si sta sempre più guadagnando ne ha parlato a più riprese Bernardo Parrella. E se di ulteriore conferma ce ne fosse bisogno, è sufficiente dare un’occhiata alla copertura del progetto di giornalismo partecipativo a proposto dei recenti accadimenti che hanno riguardato Palestina e Israele. Lo stesso dicasi per la versione localizzata in italiano di GV, di cui Bernardo è coordinatore. Per rimanere aggiornato con (anche) ciò che viene scritto da voci al di fuori dei grandi network o dalle testate d’informazione, dunque, si può seguire la sezione Medioriente e Nord Africa e i feed del progetto.

Serbia, il grande malato d’Europa nelle parole di Peacereporter

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Mentre in Medioriente la sproporzione è la misura e la Somalia precipita ancora, e mentre a fine gennaio sarà in libreria e in rete un libro in tema a cui tengo moltissimo – Processo agli scorpioni di Jasmina Tesanovic -, PeaceReporter pubblica un reportage di Christian Elia sul grande malato d’Europa. Sarebbe a dire la Serbia, un paese del quale si cerca di comprenderne il presente e intuirne il futuro in un momento in cui l’attenzione verso i Balcani è più focalizzata sul processo di indipendenza del Kosovo.

Le foglie cadono, nel gelo che c’è fuori. “A mio avviso gli anni di Tito possono essere paragonati a un film di Fellini”, osserva Blaz, che veglia sulla tomba del maresciallo. “Se uno non ha gli strumenti culturali per leggere l’aspetto più profondo del film del grande maestro italiano, ne coglierà solo l’aspetto esteriore, a tratti incomprensibile. Ma è nel senso profondo che bisogna perdersi, se si vuole cogliere davvero l’idea del maresciallo: eliminare le divisioni lavorando tutti verso uno stesso progetto. Costruire una società nuova e un uomo nuovo. Non è andata così, anche per colpe dello stesso Tito. Ma quando arriva il 4 maggio, anniversario della sua morte, qui vengono tanti ragazzi, alcuni ancora a piedi, come si usava un tempo. Rendono omaggio a un uomo che, con tutte le sue contraddizioni, è riuscito a tenere assieme quello che è andato distrutto”.
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Fit Watch: “Loro riprendono noi e noi facciamo lo stesso”

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Se si parla della Cina, come fa Rebecca MacKinnon su RConversation a proposito della censura, in qualche modo ce lo si aspetta. Forse meno atteso è invece il discorso sulla Gran Bretagna e sulle relative norme antiterrorismo. Si veda per esempio cosa riportava poche settimane fa Indymedia UK a proposito degli emendamenti contenuti nel Counter Terrorism Bill o il racconto che viene fatto dal blog Fit Watch, creato da un gruppo di persone che tiene d’occhio le novità riguardanti il Forward Intelligence Team. Che, ancora per esempio, di recente ha ammesso l’esistenza di un database che scheda gli attivisti politici che hanno preso parte a proteste pubbliche. Il lavoro svolto da Fit Watch (riprendere e immortalare gli agenti che fanno parte del FIT come questi fanno con i cittadini) è pubblico: oltre al blog, su Flickr vengono pubblicati gli scatti fotografici del gruppo e si incoraggiano con un semplice vademecum di sei punti i cittadini a scendere per strada con la propria attrezzatura di ripresa.