Serbia, il grande malato d’Europa nelle parole di Peacereporter

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Mentre in Medioriente la sproporzione è la misura e la Somalia precipita ancora, e mentre a fine gennaio sarà in libreria e in rete un libro in tema a cui tengo moltissimo – Processo agli scorpioni di Jasmina Tesanovic -, PeaceReporter pubblica un reportage di Christian Elia sul grande malato d’Europa. Sarebbe a dire la Serbia, un paese del quale si cerca di comprenderne il presente e intuirne il futuro in un momento in cui l’attenzione verso i Balcani è più focalizzata sul processo di indipendenza del Kosovo.

Le foglie cadono, nel gelo che c’è fuori. “A mio avviso gli anni di Tito possono essere paragonati a un film di Fellini”, osserva Blaz, che veglia sulla tomba del maresciallo. “Se uno non ha gli strumenti culturali per leggere l’aspetto più profondo del film del grande maestro italiano, ne coglierà solo l’aspetto esteriore, a tratti incomprensibile. Ma è nel senso profondo che bisogna perdersi, se si vuole cogliere davvero l’idea del maresciallo: eliminare le divisioni lavorando tutti verso uno stesso progetto. Costruire una società nuova e un uomo nuovo. Non è andata così, anche per colpe dello stesso Tito. Ma quando arriva il 4 maggio, anniversario della sua morte, qui vengono tanti ragazzi, alcuni ancora a piedi, come si usava un tempo. Rendono omaggio a un uomo che, con tutte le sue contraddizioni, è riuscito a tenere assieme quello che è andato distrutto”.

Il maresciallo riposa nella Casa dei Fiori, un cadente edificio circondato da un giardino malinconico, dove le foglie scendono a coprire le statue dell’uomo che ha governato la Jugoslavia dal 1945 al 1980. Blaz, custode filosofo, ama perdersi in chiacchiere con i visitatori, tra i monumenti che raffigurano Tito mentre fa un passo avanti, verso il futuro. L’ultimo passo l’ha fatto verso un catafalco bianco, di marmo, posto al centro di una serie di stanze con i ricordi di un mondo che è andato in pezzi all’inizio degli anni Novanta. Se, come sostiene il filosofo sloveno Slavoj Zizek, i Balcani sono l’inconscio d’Europa, la tomba di Tito potrebbe essere l’inconscio della ex-Jugoslavia. Tutta la Serbia è ancora attraversata dal ricordo, bello o brutto, del maresciallo. Dalla Vojvodina al Kosovo, tra i giovani o tra i vecchi, gli anni di Tito restano ancora un parametro di riferimento, in positivo o in negativo. Ed è naturale tornare al simbolo dell’unità degli slavi del sud (Jugoslavia appunto) mentre si parla di nuove secessioni. Quasi certe come quella del Kosovo, o solo ‘mediatizzate’, come quelle della minoranza ungherese in Vojvodina e dei musulmani del Sangiaccato.

“Io ho solo ventotto anni e non me la sento di giudicare un periodo che non ho vissuto”, racconta Zoltan, un metro e novanta di simpatia, fondatore di una Ong che si occupa di progetti sociali in Vojvodina e dj di una radio locale di Sombor, “ma la situazione attuale mi piace poco. Per un ragazzo della mia età non ci sono prospettive, tutti sognano solo di andare all’estero. Io no, ci tengo a restare qui a lottare per migliorare il mio Paese. Che sento mio davvero, anche se i miei genitori sono ungheresi. Non mi sono mai sentito parte di una minoranza. Certo, tra ragazzini, a scuola, qualcuno ogni tanto mi insultava… ma sono sciocchezze. Però voglio servire la Serbia a modo mio”, continua Zoltan, “siamo governati da una classe dirigente che si arrocca sullo status del Kosovo e sul nazionalismo. I radicali di Seselj sono i più votati e gli altri partiti li braccano sul loro terreno. Ma non è un caso che l’astensionismo sia ai massimi storici. La gente è stanca e con gli stipendi non si arriva a fine mese. Pochi giorni fa, a tutti quelli della mia generazione, è arrivata una lettera del ministero della Difesa di Belgrado. Invitava a registrarsi al più vicino distretto militare, in caso di mobilitazione generale. Lo fanno per terrorizzare la gente, paventando un intervento militare. Ma il Kosovo è perduto. E lo sanno anche loro, ma continuano a parlare il linguaggio del passato, per evitare di affrontare i problemi attuali. Ho visto gli effetti della guerra su mio padre. Tornato dal fronte non ha parlato per un anno. Non faceva nulla… fumava e guardava la parete. Adesso va meglio, ma io la Serbia la voglio servire in un altro modo”.

Nel centro di Novi Sad, principale città della Vojvodina che conserva un’aria aristocratica con la sua atmosfera austro-ungarica, ci sono gli uffici della Lega Socialdemocratica della Vojvodina, uno dei movimenti leader del fronte autonomista. Dusko Radakovic, segretario generale del Lsv, ci riceve con un sorriso affabile e un’aria casual, seduto a una scrivania sormontata da una mappa con la scritta ‘Vojvodina Repubblica’. Ma quando è il momento di parlare, assume un’aria truce. “Lei è libero di chiamarla secessione o indipendenza, ma è una sua valutazione”, risponde l’uomo, rigido nel suo ruolo, “noi chiediamo a Belgrado solo di farci vivere liberi. Vogliamo autonomia nel potere legislativo, esecutivo e giudiziario. La Vojvodina contribuisce alle casse dello Stato con il quarantadue percento delle tasse, ma riceve solo il sette percento del budget di programmazione nazionale. Le faccio un esempio: noi paghiamo la ristrutturazione di un immobile storico della regione, ma Belgrado ne mantiene la proprietà. Le radio e le televisioni fanno trasmissioni in sei lingue, perché qui non ci sono solo ungheresi ma anche altre cinque minoranze, però i direttori dei network vengono nominati dalla capitale. Non va bene, è tempo che la Serbia impari che la transizione è finita. E anche il centralismo storico”. Il centro e il potere. Simboli, per anni, di Belgrado. Percorrendo le vie della capitale, tra i negozi scintillanti e i locali affollati, tutto appare come sospeso. Poco lontano dalle luci del centro, restano i luoghi simbolo di un passato che non passa. Gli edifici bombardati dalla Nato nel 1999 sono ancora là, come a voler ricordare ai belgradesi che a un certo punto la retorica della Grande Serbia è stata colpita a morte. Lontano dal centro e da occhi indiscreti c’è il campo profughi di Krnjica.

“Perché venite tutti qui a chiedere se ci prepariamo all’arrivo di altri profughi? Voi giornalisti siete parte del problema”, sbotta furioso Sinisa, responsabile della struttura che ospita quattrocentotredici profughi serbi fuggiti dal Kosovo. Ci accompagna, attraverso i vialetti poveri ma lindi, negli ex capannoni industriali che ospitano ancora famiglie arrivate qui nel 1999. Famiglie come quella di Dragan e Anja, che in venti metri quadri vivono in cinque. “Cosa volete ancora, andate via! Non vi basta aver ucciso i nostri figli!”, tuona Anja, mentre il marito le impone il silenzio e si prepara, per l’ennesima volta, a raccontare la stessa storia. “Avevamo un piccola casa nei pressi di Pec, in Kosovo”, dice Dragan, tirando fuori da un vecchio mobile delle foto sgualcite, “circondata da un frutteto. I miliziani del’Uck hanno bruciato tutto. Era il 1999 e, da allora, siamo qua. Senza nessuna prospettiva. Ci hanno offerto il programma di rientro delle Nazioni Unite, ma tornano solo i vecchi che vogliono morire sulla loro terra. Io ho un figlio di quindici anni, che ogni giorno fa chilometri per andare in una scuola. Cosa ci torniamo a fare? Per essere soli e isolati? Abbiamo paura. Potrebbero attaccarci di nuovo. Io sono malato e vivo con duecento euro al mese di sussidio statale, tentando di arrotondare con piccoli lavoretti saltuari”. Anja intanto, pur contrariata, non manca di offrire un tè e un po’ di pane, mentre fuma mille sigarette, che sembrano prosciugarla dall’interno. Appena Sinisa si allontana, Dragan ci tiene a dire che “il governo di Belgrado ci aiuta, ma non troppo. Secondo loro abbiamo lasciato il Kosovo in mano agli albanesi. Ma che altro potevamo fare? Soffriamo ogni giorno, vivendo in queste condizioni, e con mia moglie e i miei figli abbiamo deciso, tra noi, di non parlare più del Kosovo. Ma che altro potevo fare?”, chiede Dragan, quasi a giustificarsi. I profughi serbi sono il simbolo maggiore di una decadenza politica che per la Serbia, dal 1991 a oggi, sembra non conoscere sosta. Per i giovani è diverso. Nel 2000, dalle università partì il movimento che rovesciò Milosevic e i suoi piani di Grande Serbia, che hanno distrutto questo paese. Ma nelle facoltà di Belgrado, in particolare in quella di Filosofia, dove sette anni fa ferveva l’attivismo di Otpor (Resistenza), il movimento leader della protesta, oggi si trova un’unica associazione: quella degli studenti per l’Erasmus. “Otpor è stato importante in quel periodo”, spiga Nina, bellissima portavoce del gruppo, “ma aveva molto poco di autentico. L’abbiamo capito solo dopo, quando dal 2001 la leadership si è dissolta ed è confluita nei vecchi partiti emersi dopo il crollo di Milosevic. La protesta era sentita, ed è per questo che tanti studenti militavano. Ma adesso, ottenuto quel risultato, i giovani hanno altro per la testa. Vogliono un lavoro, ma in Serbia se non conosci qualcuno è praticamente impossibile”. “Non se ne può più. Le tasse costano, più o meno mille euro all’anno. Hai idea di quanto sia difficile per una famiglia dove uno stipendio medio si aggira sui seicento euro al mese? La politica è lontana da qui – continua Nina, salutando tutti nel fumoso caffè degli universitari – gli studenti vogliono solo un visto per andare all’estero. Ma l’Unione Europea ci fa mille problemi, tenendoci come chiusi dentro. Di cosa avete paura?”. Lo status del Kosovo è lontano dalle prospettive di questi ragazzi. Per le vie del centro di Belgrado sono pochi i segni di attenzione per la questione. Un manifestante solitario, con un cartello tenuto in alto con entrambe le braccia, guardato a vista dalla polizia di fronte all’ambasciata tedesca, chiede il rispetto della sovranità serba sulla regione. Una serie di manifesti del gruppo 1389.org (l’anno della battaglia di Kosovo Poljie, sulla quale si fonda il mito del nazionalismo serbo) ricorda minacciosa che ‘il Kosovo era, è e sarà Serbia’. Ma i pochi militanti del gruppo, nei giorni scorsi, sono stati tutti arrestati. Il governo ha pagato una serie di manifesti: in alcuni cinque star della televisione lanciano un appello alla comunità internazionale per il rispetto del diritto all’integrità territoriale della Serbia, in altri Abramo Lincoln, John Fitzgerald Kennedy e altri personaggi storici Usa ricordano a Washington che bisogna rispettare la democrazia. Poca roba, che rende l’idea di come esista una retorica di superficie e una trattativa sottotraccia, più proficua e meno impossibile.

La Serbia, da nord a sud, è tanti paesi in uno solo. Dopo i maestosi viali di Belgrado, uscendo nel congestionato traffico cittadino, ci si lascia alle spalle la politica e i problemi economici della capitale, per entrare in un mondo che è ancora Serbia, ma che muta piano piano. Novi Pazar è il centro principale del Sangiaccato. La campagna serba lascia il posto, all’improvviso, ai primi minareti, che annunciano una sorta di Stato nello Stato. “La posizione del Sangiaccato è strategica”, racconta Muamer Zukorlic, il principale muftì della Comunità islamica in Serbia, “siamo tra Serbia, Bosnia, Kosovo e Macedonia. Per questo vogliono destabilizzarlo”. Zukorlic ci riceve nella scuola islamica della città, assediata dai suoi uomini. Facce da duri e giubbotti di pelle. Sembra più di andare a trovare un boss che un religioso. D’altronde l’aria a Novi Pazar, negli ultimi mesi, si è fatta pesante. Gli uomini di Zukorlic hanno gridato al golpe quando, dopo un regno ininterrotto dal 1993, la comunità islamica si è spaccata e un gruppo ha seguito Adem Zilkic, nominato nuovo Gran Muftì. La posizioni sono distanti, al punto che qualcuno ha pensato bene di ridurre le distanze a colpi di kalashnikov. “Belgrado si sta intromettendo”, dice Zukorlic, “ha spinto un gruppo di imam alla scissione, mettendo il naso in affari che non li riguardano. Il governo deve stare attento: la gente in Sangiaccato non è stupida e quando il potere politico s’inserisce negli affari religiosi si sa come comincia ma non come finisce”, termina minaccioso il Muftì, sprofondato in un’elegante poltrona del suo studio in legno decorato con motivi arabeggianti. La comunità islamica serba è però più divisa di quanto voglia far credere Zukorlic: a Novi Pazar si sono perfino tenute due distinte cerimonie di saluto per i pellegrini in partenza per la Mecca. I fedeli di Zilkic hanno festeggiato nel palazzetto dello sport della cittadina, dove il clima gioioso si scontrava con un servizio d’ordine da stato di massima allerta. I fedeli, rapiti dalla predica e dalla preghiera, fumano e parlano al cellulare, rendendo l’idea di un Islam balcanico dai toni soft. Quasi nessuna donna ha il capo coperto, ma secondo i media internazionali il Sangiaccato sarebbe una sorta di zona franca del fondamentalismo in Europa. “Agli italiani il nome di Senad Ramovic dovrebbe dire qualcosa”, dice Yakub Lekovic, il ‘premier’ del gruppo di Zilkic, “è stato anche in Italia. Era un terrorista ricercato in tutto il mondo, e Zukorlic l’ha usato fino a quando gli ha fatto comodo. Poi l’ha scaricato, quando ha capito che doveva accreditarsi come moderato. Non lo è mai stato e continua a tenere unita la comunità islamica serba a quella bosniaca”. Sembra una lotta senza esclusione di colpi, tra due gang rivali. “Qui la religione non c’entra nulla”, racconta Yuri, un giornalista locale, “Zukorlic vuole continuare a gestire i suoi traffici e lo stesso vogliono fare gli altri. Belgrado punta sul nuovo Muftì, ma il vecchio non arretra. E intanto la Serbia ha firmato un accordo di cooperazione anti-terrorismo con gli Stati Uniti per combattere la diffusione del wahabismo nella regione. Ricevendo molti soldi in cambio”. Le diatribe di Novi Pazar lasciano il passo al Kosovo. Un’idea della reale efficacia delle discussioni sullo status si ha appena giunti a quella che è in tutto e per tutto una frontiera. Presidiata dai poliziotti della ‘Kosovo Police’, con tanto di stemma. Non hanno ancora una bandiera, perché la comunità internazionale non vuole che ci siano né riferimenti alla Serbia né all’Albania. Banditi quindi il rosso e il nero, il bianco e il blu. E non ci devono essere aquile. Un gruppo di kosovari ci sta lavorando da mesi, ma la bandiera ancora non si vede.

Nel complesso intreccio di città a maggioranza albanesi e di enclavi serbe, che disegnano un inestricabile groviglio di odi, rancori e problemi economici, Mitrovica diventa il simbolo di un’unità scissa per sempre. Tutto è ostentato, con forza. La bandiera russa e i ritratti di Putin troneggiano accanto ai vessilli serbi nella parte a nord, tanto quanto quelli albanesi e degli Stati Uniti trionfano al sud. I nomi delle città sono sempre due: Pec/Peja, Viti/Vitina e così via. Nulla deve essere condiviso, e il ponte sul fiume Ibar a Mitrovica è il segno più evidente di come poche centinaia di metri segnino il confine tra due mondi. Al punto che la gente si organizza per riesumare i propri morti, e portarli al di là del ponte, come se per i trapassati abbia ancora un senso tutto questo. “Qui il problema è grande, nessuno lo mette in dubbio”, racconta Mensur, uno studente universitario albanese di ventun anni, “io ricordo ancora quando ero costretto a passare il ponte, perché era necessario, e venivo picchiato e aggredito. Però non ho più nessuna fiducia nei politici che governano il Kosovo. E’ tutta gente che in otto anni non è riuscita a costruire nulla, non è riuscita a regalare un minimo di sviluppo alla mia gente. Mio padre è in Italia dal 1989 e provvede a mantenere tutta la mia famiglia. Io potevo stare da lui, ma ho deciso di tornare, perché è qui che voglio costruire qualcosa. Ma per duecento euro al mese non resterò, non so che farmene. L’illegalità e la corruzione sono ovunque, e indipendenza o no la situazione è disastrosa. Alle ultime elezioni ha votato solo il trentasette percento dei cittadini. Qui si è perduta ogni speranza e se continua così tutti i giovani se ne andranno. E so bene che anche oltre il ponte non si vive meglio. Non credo che tornerà la guerra, perché la gente è molto più impegnata a mettere assieme il pranzo con la cena”. “Il problema non è andare o restare. Se anche il Kosovo riceve l’indipendenza, coloro che non sono fuggiti dopo i fatti del 2004 (diciannove morti provocati dalla furia albanese verso i serbi per un episodio non ancora chiarito rispetto all’annegamento di tre ragazzini albanesi, ndr) non andranno via”, racconta Ljuba, un ragazzo serbo privilegiato, grazie a un buon lavoro presso l’Osce. Capelli lunghi sulle spalle e aria da fricchettone anni Settanta, attraversa a passo svelto Mitrovica Nord, salutando a destra e sinistra. “Il problema è il lavoro. Qui l’economia è ferma e non ci sono prospettive. La gente arrotonda i salari e le pensioni da fame con le sovvenzioni statali”, continua Ljuba, “elargite per tenere buona la gente. Ma senza un programma di sviluppo di lungo periodo, non c’è soluzione”. Non tutti però la pensano come Mensur e Ljuba.

“L’indipendenza è l’unica soluzione. Ci vuole un referendum e una deadline per la presenza internazionale in Kosovo”, dichiara Albin Kurti, leader del movimento Vetevendosje, che ha scontato gli arresti domiciliari per una manifestazione non autorizzata nella quale sono morti due militanti del suo gruppo indipendentista. Aria da intellettuale, molto elegante, abituato a muoversi di fronte a telecamere e taccuini, sembra un politico di lungo corso imprigionato nel corpo di un giovanotto: “La presenza dell’Onu e delle organizzazioni internazionali non ha portato alcun beneficio alla gente comune”, risponde Kurti, tra un’intervista e l’altra, “hanno finito per drogare l’economia locale, arricchendo chi era già ricco e elevando il costo della vita per la povera gente. Per questo alle elezioni la gente ha finito per seguire il nostro appello al boicottaggio. Ci accusano di essere estremisti, ma solo perché i politici kosovari sono sempre proni di fronte alla comunità internazionale, e il loro atteggiamento fa sembrare noi degli estremisti. Vogliamo solo l’autodeterminazione”. Kurti s’inalbera quando gli si fa notare che il Kosovo sembra tutto tranne che uno Stato pronto per l’indipendenza. “È un discorso assurdo. Qui l’economia collassa, con la disoccupazione al novanta percento, perché lo stato d’incertezza allontana gli investitori”, tuona, perdendo per un attimo l’atteggiamento da leader pacifico, “il giorno in cui potremo lavorare su un programma di lungo periodo, con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, tutto cambierà”. Anche a nord, problemi a parte, c’è chi continua a mettere la politica davanti a tutto. Come nella cafana, l’osteria di Bobi, a Zvecan, pochi chilometri fuori Mitrovica. Il locale è un ritrovo dello zoccolo duro dei serbi locali. Facce da duri, litri di birra e una sfilata di giubotti tutti uguali, con la scritta in cirillico Serbia dietro le spalle e Kosovo e Metodja davanti. Non è facile farli parlare, ma Rodo accetta, mentre gli altri fumano mille sigarette davanti alla partita di calcio in tv. “Voi volete sempre sapere se tornerà la violenza”, racconta il ragazzo con lo sguardo da cattivo sotto il cappello, “ma tutto dipende dagli albanesi. Se ci attaccano troveranno pane per i loro denti. Noi da qui non ci spostiamo e a me, sinceramente, della politica di Belgrado non frega nulla. Io sono nato e cresciuto qui. In questa regione ci sono i segni della nascita della civiltà a cui appartengo. A me non interessa cosa decidono a Pristina, Belgrado, Bruxelles, Washington o Mosca. Questa è casa mia e non mi muovo”.

Il viaggio attraverso la Serbia finisce qui. Dopo minoranze e problemi economici, politica e nazionalismo, la sensazione che il paese non riesca a uscire dal blocco nel quale la storia recente l’ha precipitato è forte. Un blocco che non è solo politico ed economico, ma anche culturale. La situazione è drammatica. A me ricorda il clima osceno che c’era prima della tragedia del 1991″. Borka Pavicevic potrebbe essere l’icona vivente del tentativo di ricomporre un puzzle che è andato in frantumi, portandosi dietro migliaia di vite. Da sempre attiva nel teatro, ha fondato all’inizio degli anni Novanta il Centro per la Decontaminazione Culturale, un’associazione e compagnia teatrale che ha sempre lavorato sul nazionalismo come male assoluto dei Balcani. “Le stesse persone che hanno utilizzato il nazionalismo per distruggere l’ex-Jugoslavia adesso lottano per accaparrarsi i centri commerciali”, racconta Borka, nascosta nella sua soffitta sopra il teatro gestito dall’associazione a Belgrado, avvolta in una nube di fumo, “nessuno ha lavorato sulla mentalità. Tutti parlano del Kosovo, ma il problema non è se deve o meno essere indipendente. Il problema è che livello di democrazia potrà mai avere un paese nato in queste condizioni. Nessuno si rende conto che in Kosovo il settanta percento della popolazione è molto giovane. Si poteva fare un lavoro grandioso, per preparare i Balcani del futuro. Si continua invece a lottare sui temi vecchi, sul nazionalismo, mettendo i giovani di fronte al vuoto pneumatico della Foto di Massimo Si Nonnosocietà contemporanea. Magari non vogliono più sentir parlare di violenza, per fortuna, ma non si è lavorato abbastanza sui contenuti. Non si è costruita una nuova generazione, fondata sulla cultura del rispetto. Chi governa ha pensato solo al profitto, agli accordi internazionali e alle alleanze. Senza punire i colpevoli dei crimini osceni accaduti in queste terre dal 1990 a oggi. Se prima non si lavora sulla mentalità, non si costruirà mai il futuro. Porterò il mio lavoro teatrale a Pristina, come l’ho portato nella Sarajevo occupata. Perché qui, purtroppo, non è ancora finita”.

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