Carlo SaronioInsomma su Antonio Negri – che sta via via assumendo i connotati del grande vecchio della sovversione italiana, il manipolatore di giovani menti, il profittatore del patrimonio di militanti fragili e dall’animo travagliato – si addensano due distinti temporali: quello seguito dal pubblico ministero Spataro a Milano e l’altro, quello romano, istruito dal giudice Amato.

Al momento ci sono solo parole, contro di lui, ancora nessuna prova, nessun indizio che lo inchiodi alle responsabilità che gli vengono attribuite. Ma occorre indagare, interrogare. E così il professore padovano che nei primi anni Settanta era stato uno dei leader di Potere Operaio, deve rispondere alle domande dei magistrati. Inizia a raccontare di aver conosciuto Carlo Fioroni nel 1967 a Bologna e i due si erano incrociati negli anni in cui era entrato a far parte di POTOP assumendo a un certo punto l’iniziativa “tutta personale” di instaurare rapporti con Giangiacomo Feltrinelli. E prosegue:

Fioroni era entrato nella logica gappista per molte ragioni, ivi compresa la sua condizione personale e familiare che lo condizionavano notevolmente. Ciò dico per non per attaccare Fioroni, perché si tratta di circostanze assai penose e meritevoli di attenzione piuttosto che di critica malevola, ma perché servono a inquadrare la sua figura e la sua storia personale. Dopo essere stato coinvolto in vicende giudiziarie di notevole gravità, ripresi i contatti col movimento, egli appariva ed era un uomo solo, nel senso che riceveva da un lato poco credito e dall’altro tentava di far valere la sua precedente militanza ed esperienza come unico elemento di qualificazione.

Io ebbi nei confronti del Fioroni un atteggiamento amichevole, umanamente gli fui vicino. Lo aiutai materialmente e in ogni modo che mi fu possibile. Mi venne allora criticata, e mi viene tanto più ora criticata, la ‘debolezza’ dei miei comportamenti nei suoi confronti. Mi trovai nella condizione di doverlo difendere contro tutti anche perché Fioroni giocava contemporaneamente su più tavoli, per esempio tenendo contatti separati fra compagni, organismi, collettivi ed altro (che non avevano relazioni politiche fra di loro), ma presentandosi all’uno come ‘agente’ dell’altro e all’altro come ‘agente’ dell’uno [...]. Aggiungo che mi accorsi allora [...] che Fioroni [...] si stava muovendo alla disperata sulla base di un suo progetto organizzativo.

Dopo questa previsione del tutto personale si inserisce il rapporto con Casirati. Ribadisco che io ho avuto modo di rivedere Casirati, sotto le spoglie di Antonio [Angeloni, N.d.A.], una sola volta. Con lui c’era la moglie, aveva la gamba ingessata e il colloquio verté esclusivamente sul fatto che il Casirati voleva andare in vacanza alle Seychelles. Non nego che io ebbi la sensazione di trovarmi di fronte a persona che aveva qualche conto da regolare con la legge, ovvero che si trovava in qualche guaio. Quanto dichiarato da Casirati è assurdo, così è assurdo il riferimento alla mia persona per il duplice omicidio [di via] Zabarella[, a Padova].

Su Negri gravano le dichiarazioni dei suoi accusatori anche per l’attentato che portò il primo febbraio 1977 all’incendio degli stabilimenti della Face Standard di Fizzonasco, in provincia di Milano, e il 29 giugno successivo per l’abbandono affidato a Fioroni dell’automobile della militante tedesca Petra Krause vicino agli edifici di questa fabbrica in modo che fosse incolpata del rogo. Il professore su questi argomenti risponde:

Questo fatto era enorme, avendo coinvolto una persona del tutto estranea all’episodio e già sospettata dagli inquirenti. Mi consultai con i compagni e fui il solo a sostenere che il Fioroni, che per me era un povero ragazzo, dovesse essere non tanto espulso dal movimento in generale, ma aiutato, date le sue condizioni. Da quel momento comunque Fioroni fu un emarginato dal movimento e anche in Svizzera, dove andò per cambiare ambiente, fu guardato con sospetto dai compagni della ‘Autonomia’ svizzera, che avevano saputo dell’episodio Krause. Tuttavia la lealtà di Fioroni non era mai stata messa in dubbio.

Del tentato sequestro Duina, Negri afferma di averne saputo dagli inquirenti che stavano indagando sul suo conto e in merito all’idea di spedire Fioroni a Napoli o in Francia, dice che è vero: c’era quell’idea, ma perché Fioroni aveva bisogno di cambiare ambiente e frequentazioni date le sue “condizioni psicologiche disastrose e politiche irrecuperabili” senza altra finalità politica. Inoltre non era mai esistita alcuna commissione d’inchiesta per il sequestro Saronio, era un’invenzione: Negri si era limitato a parlare con qualche amico della vittima per farsi un’idea dei fatti e dalle informazioni di cui disponeva non era mai esistito alcun collegamento tra il rapimento e gli ambienti dell’Autonomia. Infine, a proposito del “memoriale Radino”, ne era venuto conoscenza a macchina giudiziaria avviata aggiungendo che “non esisteva neppure il timore che il movimento venisse coinvolto nel sequestro, ma solo il timore che fosse colpito da discredito sul piano morale, a causa della partecipazioni al fatto criminoso di Fioroni.

Il quale, a suo avviso, non poteva che essere inciampato in una provocazione. Se nel corso delle indagini romane sembra che in un primo momento Toni Negri e Gianfranco Pancino, colui che viene indicato sostanzialmente come il medico dell’Organizzazione, concludano le loro traversie giudiziarie, non significa che la faccenda scatenata dalle dichiarazioni di Carlo Fioroni e Carlo Casirati sia conclusa. Anzi, sarà solo l’inizio di un percorso che durerà anni. Il giudice Amato, infatti, su richiesta del pubblico ministero, estenderà anche a loro – oltre che ai politici Egidio Monferdin, Franco Tommei e Silvana Marelli – le imputazioni per il sequestro di Carlo Saronio: con il suo rapimento, infatti, l’accusa ipotizza a loro carico i reati di estorsione, omicidio e occultamento di cadavere, gli stessi per cui Fioroni e Casirati sono sotto processo.

Ma con la sentenza-ordinanza del 30 marzo 1981 firmata dal giudice istruttore vengono rinviati al giudizio della corte d’assise di Roma tutti con l’esclusione di Negri e Pancino, prosciolti per insufficienza di prove. Contro il proscioglimento viene presentato appello presso la sezione istruttoria della corte di appello capitolina sia da parte della procura generale, che non si arrende, sia degli stessi imputati, a cui la formula dubitativa non sta bene.