Wikileaks, la rete e la strage di Ustica. Bonfietti: “Il diritto di cittadinanza passa attraverso istituzioni trasparenti”

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Dossier WikileaksL’etica hacker parte da un assunto, l’informazione deve essere libera. E l’esempio pratico Wikileaks, progetto divenuto celebre a livello mondiale prima con Collateral Murder e la verit sugli eccidi di Iraq (dimostrando che alla contabilit ufficiale mancavano almeno 15 mila vittime civili) e poi con la diffusione dei cablogrammi diplomatici statunitensi, considerata la pi grande fuga di notizie della storia del giornalismo dopo i Pentagon Papers sul Vietnam, pubblicati nel 1971 dal New York Times.

Wikileaks ne un esempio al punto da pagare le conseguenze che ci ha determinato. Non solo per le accuse per violenza sessuale formulate in Svezia contro Julian Assange (in realt determinate dall’uso o meno di un preservativo, i rapporti erano consenzienti per ammissione delle stesse presunte vittime). Ma anche per la dimostrazione che la net neutrality – in base alla quale l’infrastruttura telematica che avvolge il pianeta deve coniugare il verbo dell’agnosticismo rispetto ai contenuti che vi transitano – pu andare in frantumi in qualsiasi momento. accaduto quando Amazon ha rescisso il contratto per gli spazi server venduti (e pagati) dall’organizzazione o con le societ di carte di credito e con Paypal che hanno tagliato i canali di finanziamento.

un punto su cui torna a pi riprese Stefania Maurizi, la giornalista dell’Espresso, terminale italiano della rete di giornali di tutto il pianeta che ha collaborato con Wikileaks e con il suo leader, Assange. Presentando a Bologna il suo Dossier Wikileaks – Segreti italiani (Bur) ospite della libreria Modo Infoshop, la cronista, che ha iniziato a essere dentro il progetto dal 2009 e che ha seguito il rilascio degli Afghan War Logs, dei documenti su Guantanamo, dei cablogrammi diplomatici e degli spy files, rimarca che “non c’ alcun elemento legale per il taglio delle donazioni”.
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Ustica: dalle minacce alle querele. Non si pu parlare di depistaggi

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Ustica un gioco che tende a ripetersi: ribadire un’opinione spacciandola come una “verit”, non importa quanto suffragata da prove oggettive. Che, se esistessero, permetterebbero la revisione di processi chiusi, se finiti con condanne, o l’apertura di nuovi filoni d’indagine. Basta per fare eco sfruttando magari sedi istituzionali e poi adire alle vie legali a scopo intimidatorio. ci che accaduto nelle ultime settimane con la storia del Dc9 di Ustica, precipitato il 27 giugno 1980 con i suoi 81 passeggeri.

“Ci che stupisce”, dice il giornalista Fabrizio Colarieti, che a lungo si occupato di questa vicenda, “ la mancanza di conoscenza delle carte processuali. Che il Dc9 non fosse solo un dato di fatto, lo prova il tracciato di Ciampino, lo provano le telefonate che da qui sono state fatte all’ambasciata americana. E poi c’ il discorso dei soccorsi: se nessuno depist, se nessuno fece nulla per nascondere cosa in realt accaduto 31 anni fa, perch gli aiuti arrivarono solo dopo 7 ore?”

Colarieti, di fronte alla crescente cavalcata del sottosegretario Carlo Giovanardi contro la verit sul caso, non ci sta a vedere spacciate tesi screditate negli anni, dal punto di vista sia processuale che scientifico. E a proposito delle querele partite contro il depliant del Museo della Memoria di Bologna, che ospita i rottami dell’aereo, si rivolge ai militari, che si sentono diffamati. “D’accordo, in quattro sono stati assolti. Ma teniamo conto di un elemento non secondario. Le indagini per i depistaggi partirono mettendo sotto accusa decine di persone, tra ufficiali e sottufficiali. Poi, con gli anni, alcuni morirono, altri videro i reati andare prescritti e si rimasti alla fine con quattro imputati poi giudicati non colpevoli. Ma questo non sufficiente ad assolvere l’intera aeronautica”.
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