Il sangue dei vincitori: crimini fascisti e i processi del dopoguerra

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Il sangue dei vincitoriVerrà presentato domani alle 16.30 presso la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna (Sala dell’Aquila, via Galliera 26, Bologna) il libro Il sangue dei vincitori – Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra (1945-46) scritto da Massimo Storchi e pubblicato dalla casa editrice reggiana Aliberti. Di questo parla il volume:

Rastrellamenti, deportazioni, fucilazioni. Torture. I venti mesi di sangue della Repubblica di Salò lasciarono una striscia di dolore e rancore che trovò come primo drammatico esito la giustizia sommaria dei giorni della Liberazione e poi i processi istruiti a carico dei maggiori criminali fascisti. Utilizzando per la prima volta gli atti della Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia si ripercorrono i drammatici giorni della feroce repressione antipartigiana e il tentativo fallito di dare giustizia alle centinaia di vittime della repressione dei corpi armati di Salò, al servizio dell’occupante tedesco. Una ricerca che vuole essere un piccolo contributo per ricordare come la mancanza di una giustizia “vera” per i crimini fascisti abbia rappresentato un deficit etico e politico nella costruzione di una comune identità repubblicana, un’identità che non riesce tuttora a trovare, in un passato così difficile e tormentato, radici abbastanza forti per affrontare le nuove sfide della nostra contemporaneità.

In periodi in cui di nuovo vengono discusse proposte di legge equiparanti, quella di Storchi può essere una lettura utile e che qualche conseguenza all’autore l’ha portata. Qui il pdf con le informazioni complete sulla presentazione di domani.

Indagine sulle paure e sulle paranoie del XXI secolo

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Paranoia: the 21st Century FearSi intitola Paranoia: the 21st Century Fear ed è il libro di Daniel Freeman e Jason Freeman, uno psicologio e uno scrittore, che partono scavando nelle notizie dei giornali per capire se e quanto fondate siano le paure che quotidianamente accompagnano la vita contemporanea. Pubblicato dalla casa editrice Oxford University Press a fine 2008 (e acquistabile su Amazon), del libro è possibile leggere un estratto (in formato pdf) che parte analizzando i motivi per cui i cittadini statunitensi e britannici (e i loro figli) hanno iniziato a uscire meno di casa. Il fatto che l’intrattenimento all’interno delle pareti domestiche oggi offra maggiori possibilità determinando (o contribuendo) a problemi fisici legati a un aumento del peso corporeo e patologie correlate, dicono i ricercatori, non è una spiegazione esauriente o, meglio, è un sintomo: un altro pezzo di spiegazione risiederebbe nei rischi che si pensa di correre uscendo fuori, rischi che non vengono percepiti come meno concreti dalla presenza di telecamere di sorveglianza o di altri sistemi di controllo del territorio. Si legge infatti nella presentazione del volume che:

The world can be a dangerous place, for sure. But have we lost the knack of judging risk? Are we letting paranoia get the better of us? In this entertaining and thought-provoking book, based on the most up-to-date scientific research, Daniel and Jason Freeman highlight just how prominent paranoia is today. One in four of us have regular paranoid thoughts. The authors analyse the causes of paranoia, identifying the social and cultural factors that seem to be skewing the way we think and feel about the world around us. And they explain why paranoia may be on the rise and, crucially, what we can do to tackle it.

Sul sito Paranoid thoughts che presenta in libro si vuole andare oltre offrendo ulteriori spunti di indagine e di dialogo con i lettori (via BoingBoing).

ManiArmate: Il Manifesto e l’opportunità di scrivere di nera

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La giornalista Iaia Vantaggiato, con la rivisitazione del sito del manifesto, ha iniziato a curare un blog battezzato con il nome di ManiArmate (i blog del giornale al momento sono tre: gli altri due sono Culturalia ed EstEstEst). Sui temi trattati al suo interno ci sono pochi dubbi e i motivi per cui partire con uno spazio tematico che fa della cronaca il proprio argomento di discussione raccontano che:

Il nero – come il bianco – è un “non colore”. È la somma di tutti i colori della tavolozza. E col nero, qualsiasi quadro s’intenda dipingere, bisogna fare i conti. Così che scrivere di cronaca, anche in un giornale come il nostro, si può e si deve. Si può e si deve perché attraverso la cronaca – la “buona” cronaca, quella che non indugia su particolari raccapriccianti e scabrosi – molto è possibile comprendere della società, della storia, della politica e del potere. La stessa storia italiana degli ultimi decenni, per esempio, risulterebbe parzialmente incomprensibile senza un’indagine che tenga conto degli intrecci tra criminalità (organizzata e non), estremismo di destra e poteri più o meno occulti.

A leggere i post di partenza, le premesse sono mantenute. Un esempio? Il bandito e il banchiere (primo post di altri che seguiranno) firmato da Ugo Maria Tassinari, che degli intrecci di cui sopra ne sa parecchio, racconta:

A Napoli avevamo una particolare sensibilità per questi temi: non era ancora la stagione della pervasività camorrista e nelle lotte sociali, dalle occupazioni di case agli scioperi delle bollette, era facile interagire con le tante figure della frantumata realtà della metropoli meridionale. Con ostinazione degna di migliore causa, ci spingemmo, in perfetta logica operaista, ad applicare la lettura della composizione di classe alla sfera del contrabbando di sigarette dove era facile distinguere tra capitale (i finanziatori), imprenditori (i capo paranza), aristocrazia operaia (gli scafisti, i tecnici radio) e operai massa (gli scaricanti, gli autisti, le bancarellare). Ora non è più quel tempo e quell’età.

Inchiesta su “terapie riabilitative”, omosessualità e pratiche religiose

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Nazione Indiana segnala il documentario Guarire si deve: chiesa ed omosessualità realizzato da Saverio Tommasi e Ornella De Zordo all’interno di un ciclo intitolato L’altrainchiesta – 10 brutte storie italiane. Questa videoinchiesta, però, come si potrà già capire dal titolo, appare per toni e contenuti particolarmente delicata: Tommasi, infatti, ricorrendo a un registro simile a quello delle Iene, si infiltra in un gruppo religioso guidato da un esorcista che – a proprio dire – sarebbe in grado di aiutare chi vuole “smettere” con le pratiche sodomitiche attraverso le cosiddette terapie riparative. E lo fa o per meglio dire tenta di farlo – lo si vede dalle immagini e lo si sente dai dialoghi – a suon di discriminazioni sessuali, esaltazione della maschilità, condanne per personaggi famosi come Pier Paolo Pasolini e rimaneggiamenti delle sacre scritture. Come si può immaginare, il video ha destato diversi problemi e infatti Youtube, che ospitava inizialmente il filmato, lo ha rimosso accampando una presunta violazione della privacy.

La vicenda, ripresa dall’Arcigay, è diventata quindi oggetto di un’interrogazione parlamentare di Anna Paola Concia (Partito democratico) che chiede ai ministri del lavoro, della salute e delle politiche sociali, dell’interno e delle pari opportunità:

quali iniziative intenda adottare il Governo perché vengano rispettati i codici deontologici anche da quei medici e da quegli psicologi che sottopongono i propri pazienti omosessuali a improbabili tentativi di guarigione; quali provvedimenti intenda adottare il Governo per porre fine alla diffusione di false notizie in ordine alla possibilità di guarire dalla omosessualità, che possono abusare della credulità popolare, inducendo i cittadini a credere che l’omosessualità [sia una malattia].

In attesa di conoscere la risposta dell’esecutivo, il video completo dell’inchiesta è disponibile sul sito di Arcoiris e di Saverio Tommasi mentre dal suo blog si possono seguire le novità in proposito.

Il caso Spampinato diventa un libro di Carlo Ruta

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Segreto di mafiaUn articolo di Giovanna Corradini viene ripreso su LSDI per segnalare l’uscita del libro di Carlo Ruta intitolato Segreto di mafia. Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra (Edizione Rapporti, Siracusa, 2008). La vicenda viene sommariamente ricostruita nella biografia di Giovanni Spampinato presente su Wikipedia mentre il Corsera di recente ha pubblicato un testo più esteso. Nel merito del libro, invece, Corradini dice nella presentazione:

Sin dal febbraio 1972, quando venne ritrovato in una lontana contrada ragusana il cadavere di un noto palazzinaro, è stata una girandola di depistaggi, di mancati adempimenti, di silenzi irriducibili. Su tale uccisione Spampinato si trovò subito a investigare. E per tale suo impegno, nell’ottobre del medesimo anno venne ucciso. Gli esiti lungo i decenni sono stati emblematici. La morte del costruttore, rimasta insoluta sul piano giudiziario, viene evocata dalle cronache come un delitto misterioso, forse per rapina, forse per donne, forse per una controversia nel mondo dell’antiquariato. La morte del giornalista è stata raccontata nei tribunali come un delitto di provincia, compiuto dal figlio di un alto magistrato roso dal rancore. In realtà, come viene argomentato in questo rapporto di Carlo Ruta, i due delitti costituirono un affare complesso, che assunse un preciso rilievo nella vita siciliana, nel clima fosco e accidentato degli anni settanta.

Da sottolineare infine che l’autore del libro è lo stesso giornalista condannato nel maggio 2008 per stampa clandestina: la sua “colpa” era di avere un sito di informazione che si chiamava Accade in Sicilia non registrato come testata giornalistica. Oggi Carlo Ruta ha aperto Le Inchieste, sito di documentazione storica e sociale dove c’è una sezione dedicata al caso Spampinato.

Trentanove anni fa era il giorno dell’innocenza perduta

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Aldo Borghesi del circolo Giustizia e Libertà di Sassari ricorda così il giorno dell’innocenza perduta: sono trascorsi esattamente 39 anni, era il 12 dicembre 1969.

Sono passati 39 anni da quel 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana. Sono passati 39 anni da quella tremenda strage all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura,che provocò 17 morti e 84 feriti, di cui furono responsabili le organizzazioni della destra eversiva, come è dimostrato storicamente e processualmente. Sono passati 39 anni da quel tentativo di cancellare libertà e democrazia faticosamente raggiunte, di trascinare il nostro Paese in una stagione di trame eversive e di svolte pericolosamente autoritarie: un criminale progetto bloccato grazie alla continua mobilitazione di tutte le forze democratiche, al continuo impegno dei familiari delle vittime, alla continua solidarietà dei cittadini milanesi.

Sono passati 39 anni, ma la città di Milano non ha dimenticato e non dimentica, non solo perché intende testimoniare l’adesione ai valori di libertà e democrazia, ma anche perché vuole consentire alle nuove generazioni di conoscere il significato di quella strage avvenuta a Milano, ma che ha tragicamente segnato l’Italia intera. Per questo ribadiamo la necessità e l’esigenza di avere al più presto a Milano, (peraltro già attive in altre città italiane) una Casa della Memoria come luogo in cui custodire e tenere viva la storia.

Sono passati 39 anni e giustizia non è stata fatta, nonostante il riconoscimento, da parte dei giudici, delle responsabilità delle organizzazioni della destra eversiva nella strage. Sono passati 39 anni e ancora una volta rivolgiamo un appello […] per riaffermare quei valori che sono il fondamento della nostra convivenza civile, della democrazia e della Costituzione.

“Uno sparo in caserma”, la storia di Antonino Lombardo

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Uno sparo in caserma di Daniela PellicanòIl sospetto e la delegittimazione, in Sicilia, sono sempre stati l’anticamera della soppressione fisica.
(Antonino Lombardo)

Il 4 marzo 1995 uno colpo d’arma da fuoco riecheggia nel cortile della caserma di Monreale. Proviene da un’auto e a sparare è stato un sottufficiale dei carabinieri, il maresciallo Antonino Lombardo, che mira contro di sé. A raccontare la vicenda è il libro Uno sparo in caserma. Il caso Lombardo di Daniela Pellicanò, che tira le fila di un suicidio, sembra. Il suicidio di un militare accusato poche settimane prima di essere in odor di mafia. Ma ad accusarlo non è una procura della repubblica, ma la televisione. Accade infatti che il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e quello di Terrasini, Manlio Mele, parlino alle telecamere di Tempo Reale, la trasmissione allora condotta da Michele Santoro. In collegamento dal comune siciliano che sorge proprio di fianco all’aeroporto di Punta Raisi, i due primi cittadini siciliani fanno dichiarazioni che suonano come un’implicita imputazione: chiedono l’intervento del comandante generale dell’arma contro l’ex capo della stazione di Terrasini. Di cui però non fanno il nome, si limitano a indicarne mansione e periodo di attività. Non spiega, la coppia di sindaci, non aggiunge altro, si limita a dire ancora che in zona non tutti hanno fatto il proprio dovere.

Colpito e affondato. Senza contraddittorio. Senza verificare se a carico del maresciallo Lombardo ci fossero procedimenti in corso. Lui, il sottufficiale, viene a sapere dalla tv quanto sta accadendo: guarda per caso la trasmissione mentre sta uscendo a cena con la moglie. E se fino a quel momento sembrava non aver covato alcuna preoccupazione in merito al suo lavoro, a quel punto inizia a sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. Per di più, dopo aver reagito e querelato Mele e Orlando per diffamazione, subisce quelli che deve vivere come avvertimenti, l’annuncio di azioni punitive: prima l’efferato omicidio di un suo informatore e poi l’annullamento del terzo viaggio americano, quello che dovrebbe riportare Gaetano Badalamenti in Italia. E a prendere il boss di Cinisi, quello che fece ammazzare Peppino Impastato, dal 1984 agli arresti negli Stati Uniti dove era stato condannato a trent’anni per traffico di droga, non ci poteva andare chiunque: Badalamenti voleva lui, Lombardo, l’unico che era riuscito a instaurare un dialogo con il mafioso e a convincerlo a collaborare. Mettere fuori gioco Lombardo, che in precedenza aveva contribuito alla cattura di Totò Riina, significava annullare qualsiasi rivelazione di don Tano. Che infatti in Italia non ci tornerà più e morirà di cancro quasi dieci anni più tardi nel Massachusetts.
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Immigrati: un appello contro l’abolizione del diritto di cura agli irregolari

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Un appello e una raccolta di firme promossi dalla FIMP (Federazione italiana medici pediatri) di Modena per ribadire che la salute è uguale per tutti. C’è infatti chi la pensa in modo differente e cinque senatori della Lega Nord hanno presentato un emendamento che, in nome di una presunta sicurezza, porti all’abrogazione del comma 5 dell’articolo 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, che sancisce il diritto a cure mediche anche agli stranieri non in regola con il permesso di soggiorno. Via dunque a questo diritto, a cui si aggiunge – nelle intenzioni dei proponenti – la segnalazione obbligatoria degli immigrati clandestini all’autorità giudiziaria. Nell’appello che si oppone a questo provvedimento si scrive:

I pediatri di libera scelta aderenti alla FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri) operanti nel SSN […] ritengono gravissimo tale emendamento che finirebbe per respingere in sacche di esclusione la popolazione più indigente e ne richiedono il ritiro: esso non è soltanto la negazione di un diritto costituzionalmente sancito, ma costituisce anche un pericolo per la tutela della salute della collettività, per la mancata cura di patologie anche gravi, con conseguente rischio di diffusione e rappresenta inoltre un pericoloso passo legislativo verso l’abolizione del diritto alla cura. Ritengono inoltre che la segnalazione all’autorità competente di un paziente indigente sia in aperto contrasto con il codice etico ordinistico al quale i medici debbono attenersi e di cui affermano il primato. Denunciano con preoccupazione che tale emendamento priverà della assistenza sanitaria essenziale migliaia di bambini divenuti “per decreto invisibili e senza diritti” in totale contrasto con la Convezione ONU sui diritti del fanciullo e richiedono che lo Stato Italiano firmatario con L. 176/91 della Convenzione ONU di New York del 20.11.1989 sui diritti del fanciullo garantisca ad ogni minore straniero il pieno diritto di usufruire delle prestazioni mediche pediatriche a prescindere dalla regolarità del soggiorno.

La rivista medica Occhio clinico in proposito interviene con un lungo articolo, Emendare il testo unico sull’immigrazione: un atto inumano e pericoloso, che fa un punto, comma per comma, delle modifiche e riporta anche le posizioni assunte da Medici senza frontiere e Associazione studi giuridici sull’immigrazione.

(Via Nazione Indiana)

Dopo 34 anni, il terzo processo per piazza della Loggia

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Francesco Zambelli scrive per PeaceReporter il testo che segue. Si intitola Trentaquattro anni per una verità e racconta l’apertura del terzo processo per la strage di piazza della Loggia, avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974.

Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari e il marito Alberto Trebeschi, Euplo Natali, Bartolomeo Talenti, Luigi Pinto e Vittorio Zambarda. Sono i nomi che si sentono pronunciare ogni anno, ogni 28 maggio, in piazza della Loggia. I nomi di chi in quella piazza, nel 1974, partecipava a una manifestazione antifascista e si trovava vicino al cestino della spazzatura dove alcuni fascisti, con la complicità di una parte dei servizi dello stato italiano, avevano messo una bomba.

Questo è il terzo processo che vuole far luce su chi ordinò e chi compì la strage. Imputati sono Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte, Giuseppe Rauti, Francesco Delfino e Giovanni Maifredi. Si tratta, probabilmente, dell’ultimo processo per le stragi che tra il ’69 e il ’74 vennero organizzate in Italia con lo scopo di favorire una svolta autoritaria, militare, nel nostro paese. Si basa sulle ricostruzioni fornite da un ex agente della Cia, Carlo Digilio, esperto di esplosivi che collaborò alla realizzazione di alcune stragi ed è morto nel 2005: ironia della sorte, proprio nel giorno dell’anniversario di quella di piazza Fontana, la prima, la madre di tutte le stragi. Sono state poi raccolte informative della polizia, documentazione del Sismi (servizi segreti militari), atti di processi come quello contro il Mar di Fumagalli e del conflitto a fuoco avvenuto a Pian del Rascino, dichiarazioni prese dai processi precedenti e nei processi per le stragi di piazza Fontana e della questura di Milano. Un altro procedimento è stato aperto contro gli avvocati Gaetano Pecorella e Fausto Maniaci per aver fatto da tramite nel consegnare a Martino Siciliano 150mila dollari per ritrattare le sue dichiarazioni contro Delfo Zorzi.
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Valerio Evangelisti: i pentiti di niente e i demoni moderni

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Pentiti di nienteIl testo che segue è la prefazione che Valerio Evangelisti ha scritto (grazie!) per Pentiti di niente (collana Eretica, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri), da oggi in libreria. Essendo rilasciato con licenza Creative Commons, l’interno del libro – anticipato in qualche parte nelle scorse settimane – è anche scaricabile in versione completa da qui.

Forse è inevitabile che, a lato di fluviali movimenti di massa, durante fasi importanti di trasformazione politica e sociale, si formino pozze oscure, in cui sguazza una fauna dall’incerto profilo. Dostoevskij, con “I demoni”, ne fornì un esempio, romanzando magistralmente un episodio di cronaca: l’assassinio, da parte di un gruppetto di rivoluzionari russi guidato da Nestor Nečaev, di un loro compagno. Anche l’Italia degli anni Settanta, in preda alle convulsioni positive e negative di mutamenti profondi, destinati a lasciare il segno sui decenni successivi, ebbe il proprio Nečaev: Carlo Fioroni. Figura ancora più sinistra, per non dire diabolica, dell’antesignano, il quale quanto meno non tradì mai il credo gelido cui si era consacrato, né il ferreo catechismo (“una regola benedettina”, lo definì Bakunin) che ne sorreggeva la messa in pratica.

Invece Fioroni, ucciso il compagno e supposto amico Carlo Saronio, tradì un po’ tutti: chi era stato suo complice e chi non lo era stato affatto. Senza altre finalità se non quella della salvezza propria. In ciò, Fioroni ebbe il concorso semi-involontario dei poteri dello Stato. Nel 1975, ai tempi dell’uccisione di Saronio, non era ancora giunta a forma compiuta la legislazione sui “pentiti”. Tuttavia era prassi invalsa, e di vecchia data, concedere sconti di pena in cambio di delazioni. Era quindi già operante il meccanismo perverso insito nel “pentitismo”. Vuotato il sacco sui delitti propri (spesso almeno in parte addossati ad altri, nei limiti del possibile) e incassati i relativi benefici, per ottenere benefici ulteriori non c’è che un mezzo: “rivelare” ciò che non si sa, ma che gli inquirenti si attendono di udire, a conforto di proprie tesi.
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