Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson

Archiviato per September, 2008

Pino Rea di Lsdi (Libertà di Stampa Diritto all’informazione) e Vittorio Pasteris di LaStampa.it lanciano Giornalismo online, questo sconosciuto:

Una ricerca sullo stato del giornalismo online nel nostro paese, sia dal punto di vista editoriale che da quello professionale [...]. La prima fase della ricerca si articola attorno a due questionari. Il primo è diretto ai responsabili delle testate online, sia quelle “derivate” dai media tradizionali sia quelle nate esplicitamente per la Rete. Il secondo questionario è diretto invece al popolo dei redattori, collaboratori, appassionati semi-prof che lavorano per o collaborano con quelle testate.

I risultati saranno presentati il prossimo 14 ottobre in un incontro a Roma di cui si darà notizia su Lsdi.

Bernardo Parrella invece sta seguendo personaggi e dibattiti anti-Palin che stanno caratterizzando la campagna elettorale d’oltreoceano. In particolare il post Zakaria: McCain’s VP decision is “fundamentally irresponsible” sta suscitando qualche reazione (alcune anche piuttosto articolate) pro e contro le decisioni repubblicane.

Cinque anarchici del SudQuella dei cinque anarchici della Baracca è oggi una storia forse quasi dimenticata. Se ne accenna qua e là quando si parla della stagione delle stragi e non si può fare a meno di parlarne in coda ai moti di Reggio Calabria, quando tra il 1970 e il 1971 la città esplose contro la decisione di fare di Catanzaro il capoluogo di regione. L’epilogo della vicenda di quei giovani anarchici si consumò il 26 settembre 1970: Nixon era in visita a Roma, si annunciavano manifestazioni di protesta e i cinque ragazzi stavano viaggiando in automobile alla volta della capitale.

Ma non andavano ai cortei contro il presidente statunitense: in base a quanto dissero prima di partire, avevano con loro un dossier che dimostrava le responsabilità degli estremistri di destra e della criminalità organizzata nell’attentato al Treno del Sole Palermo-Torino avvenuto poche settimane prima, il 22 luglio, che fece sei vittime e 54 feriti. Ma gli anarchici della Baracca a Roma non ci arrivarono: mancavano pochi minuti alle undici e mezza di sera che, a meno di sessanta chilometri dalla meta, la Mini Morris su cui erano venne coinvolta in un incidente. In tre morirono sul colpo, un quarto passeggero non sopravvisse nemmeno il tempo di arrivare al pronto soccorso mentre l’agonia dell’unica ragazza presente durò ventun giorni.

Il libro Cinque anarchici del Sud. Una storia negata di Fabio Cuzzola ricostruisce la storia di questi giovani, che si chiamavano Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annalise Borth, e lo fa con una delicatezza e una passione tangibili in ciascuna delle pagine del libro. Parte da un’esigenza, questo lavoro, resa efficacemente nella prefazione da Tonino Perna, che l’ambiente dell’anarchismo di quegli anni lo conosce bene perché ne faceva parte:
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Come un uomo sulla terraSi intitola Come un uomo sulla terra, è un documentario realizzato da Riccardo Biadene, Andrea Segre, Dagmawi Yimer e prodotto da Asinitas Onlus e ZaLab. Racconta la storia dei migranti prima che prendano il mare per approdare sulle coste di Lampedusa e di altre zone della Sicilia. E racconta di ciò che accade loro quando arrivano in Libia, formalmente impegnata con il governo italiano a intervenire per regolare i flussi verso l’Europa. Questa la sinossi del film:

Dag studiava Giurisprudenza ad Addis Abeba, in Etiopia. A causa della forte repressione politica nel suo paese ha deciso di emigrare. Nell’inverno 2005 ha attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia. In Libia, però, si è imbattuto in una serie di disavventure legate non solo alle violenze dei contrabbandieri che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo, ma anche e soprattutto alle sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica, responsabile di indiscriminati arresti e disumane deportazioni.

Qui il trailer del documentario mentre qui il calendario delle proiezioni. Peacereporter ne ha pubblicato una recensione.

Daniele Biacchessi in tour con Il paese della vergogna. Ad accompagnarlo Marino Severini (voce e chitarra) e Sandro Severini (chitarra elettrica) dei Gang.

Seconda parte
Terza parte

Giallo Luna Nero NotteÈ partita a Ravenna l’edizione 2008 di Giallo Luna Nero Notte, rassegna dedicata alla letteratura di genere sulla quale si scrive sulla home del sito dedicato a essa dedicato:

in questo particolare momento storico, sta occupandosi fortemente anche della realtà contemporanea, senza con questo rinunciare a un proprio scopo specifico, “divertire” il lettore. Analogamente dovrebbero fare le manifestazioni e i festival dedicati a questa parte della produzione narrativa.

Tema letterario che fa da sottofondo ai vari eventi in programma sarà il disagio psichiatrico (ci sarà tra gli ospiti per esempio lo psichiatra scrittore Enrico Baraldi, autore di Psicofarmaci agli psichiatri) e il trentennale della legge Basaglia. Per seguire l’evolversi della rassegna, che si chiuderà il prossimo 5 ottobre, è stato aperto un blog apposito e la direzione artistica è sempre quella di Nevio Galeati.

PaulineGiovanni De Martis stava lavorando a questo progetto già da diverso tempo e un primo risultato della collaborazione che era nata era stato Miserabili – Io e Margaret Thatcher per il quale aveva fatto da consulente storico. Il lavoro di questa volta, ideato con lo psicopedagogista Mario Paolini e portato in scena dal celebre attore e autore Marco Paolini, si chiama Pauline. Dalla scheda di presentazione dello spettacolo:

Pauline Kneissler, infermiera, classe 1900 non rappresentò la banalità del male di un burocrate dello sterminio seduto dietro il suo tavolo. Pauline fu il male convinta di essere – fino in fondo – il bene. Dal filo della vita di Pauline si dipana una storia che ha al centro la vicenda dello sterminio di decine di migliaia di uomini, donne e bambini disabili nella Germania nazista. Una tragedia che non ha nulla di irripetibile perché il tema del nostro rapporto di normodotati con la diversità dei disabili è tutto da sciogliere. Tra l’estremo atto di crudeltà nazista e il nostro disagio di fronte alla disabilità dell’altro sta una differenza enorme ma anche la possibilità di rifiutare e il rifiuto è il primo atto che nega l’esistenza dell’altro. Si tratta di un monologo in forma di riflessione su quanto accadde e sui meccanismi che fanno sì che l’intolleranza divenga un atteggiamento socialmente accettabile e per questo scusabile se non apertamente condivisibile da una società che per non riconoscersi malata si accanisce sui più deboli.

Le prime due date sono previste per il 7 ottobre a Trieste, presso il teatro all’interno dell’ex ospedale psichiatrico, e il 9 ottobre a Milano, all’ex ospedale psichiatrico Pini.

Click on the road

Click on the road – Prima parte, il reportage fotografico di Andrea Spinelli:

Un reportage sul Kosovo, tante le città viste: da Pristina a Djakova, Pritzren, Klina, Urosevac, Letnica etc… Questa prima raccolta di scatti fatti in strada, da qui il titolo, vuole trasmettere a chi osserva una panoramica sulla vita di questo paese, a poche centinaia di chilometri da noi, ma forse se ne parla troppo poco e diventa in realta, lontano.

E ancora sui Balcani da Peacereporter: Massacro di Srebrenica: trovata nuova fossa comune. I fatti risalgono al 1995.

A24 MediaWorldChanging racconta la storia della nascita di A24 Media, piattaforma a disposizione di giornalisti, produttori video e organizzazioni non governative africani. L’idea è di Salim Amin, figlio di un celebre fotogiornalista keniota, Mohamed Amin, morto nel novembre 1996 a 53 anni durante il dirottamento dell’aereo etiope si cui viaggiava. Proprio la passione del padre per il racconto per immagini – con cui aveva immortalato alcuni drammatici momenti della storia del suo continente – ha convinto Salim Amin a fornire uno strumento che consentisse ad altri giornalisti di estendere le possibilità di pubblicazione e di promozione dei propri lavori. Nell’articolo che spiega la sua esperienza si legge:

A24 is using a model similar to Public Radio Exchange, a project founded by my Berkman Center colleague Jake Shapiro. PRX showcases audio material from independent producers, making it possible for public radio stations to audition and buy content. A24 does the same thing with video, featuring stories that can be plugged into other station’s newscasts, or the raw material necessary for a network to produce a story with their own talent: the video and script necessary to produce a segment in English or French. A24 hopes to feature material from independent producers and NGOs as well as from broadcast networks – the system is designed so that a Kenyan broadcaster could post content, and a Ghanaian broadcaster could purchase it and run it locally.

Lance Armstrong Livestrong ChallengeUna segnalazione va scritta per lo speciale che il Time ha pubblicato intitolandolo Cancer Survivors’ Inspirational Stories: si tratta di dodici schede con altrettante immagini di persone che hanno partecipato al Lance Armstrong Livestrong Challenge di Philadelphia, che si è tenuto lo scorso 14 agosto. Con uno scopo preciso:

The Lance Armstrong Foundation hosts cycling, running and walking events in cities across America to raise money for cancer prevention and research and support the Foundation’s mission to inspire and empower people affected with the disease.

A proposito di ciò che accadde a Srebrenica nel 1995 alla popolazione di religione musulmana, passata per le armi da militari e paramilitari serbo-bosniaci giudicati poi in quello che è diventato un libro intitolato Processo agli Scorpioni di Jasmina Tesanovic, Thirteen/Wnet New York ha realizzato un documentario. Si intitola Srebrenica: a cry from the grave (il video sopra è solo la prima parte), dura novanta minuti e racconta che:

In July 1995, the world’s first UN Safe Area became the site of Europe’s worst massacre since World War II. That month, the Bosnian Serb army staged a brutal takeover of the village of Srebrenica and its surrounding region, while a Dutch peacekeeping battalion of United Nations forces helplessly looked on. In the course of the destruction, Bosnian Serb soldiers separated Muslim families and systematically slaughtered more than 7,000 Muslim men in the fields and factories around the town.

As investigators continue to exhume the bodies from mass graves and the details of the tragedy continue to unfold, the killings lead us to urgent, fundamental questions. How can genocide occur, despite the presence of multiple diplomatic agencies intended to prevent such barbarity? How should the international justice system deal with this brutality? Can the horror of these despicable crimes ever be healed?

La notizia è stata pubblicata per lo più da giornali elettronici che si occupano di Europa orientale. Quello che segue è comparso ieri sul sito Osservatorio Balcani e si intitola Morte di un testimone coraggioso. Lo ha scritto Marjola Rukaj.

A sei mesi dall’esplosione, l’incubo del deposito d’armi di Gerdec torna con la stessa intensità dello scorso 15 marzo. A risvegliarlo è stata la morte, avvenuta venerdì scorso, di Kosta Trebicka, testimone chiave della vicenda, che ha riportato in Albania un’atmosfera di paure sussurrate sottovoce, morti annunciate e retroscena da tacere.

La notizia della morte di Trebicka, avvenuta in circostanze che fanno discutere, ha riportato alla ribalta le accuse nei confronti del governo e del premier Sali Berisha, e ha sconvolto il mondo politico albanese. Facile prevedere che tutto questo avrà ripercussioni non indifferenti sulla scena politica del paese.

Trebicka, uomo d’affari albanese in possesso di passaporto statunitense, era a capo di una delle maggiori società nel settore dell’imballaggio in Albania, che per un certo periodo ha avuto in concessione questa attività all’interno del deposito di armi . La sua prima apparizione pubblica ha stupito tutti per il coraggio civico dimostrato nel voler testimoniare sulla vicenda di Gerdec, e in particolar modo sulla destinazione finale delle armi che vi erano depositate.
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Di queste guide, ce ne sono due versioni: una in italiano e un’altra in inglese (entrambi i link collegano a due file in formato pdf) e sono rilasciate con la medesima licenza, la Creative Commons. Si intitolano Decode Jerusalem e sono state scritte da due giovani, Bianca Elzenbaumer e Fabio Franz, che hanno studiato Bolzano per diventare operatori di pace internazionali e che dovevano partecipare a un master per futuri mediatori in aree di conflitti organizzato dall’università di Bologna. Così, quando s’è trattato di scegliere dove trascorrere i due mesi di tirocinio, hanno puntato su Gerusalemme e hanno collaborato con l’associazione ICAHD (Israeli Committee Against House Demolitions). Una volta in loco hanno visitato località, scattato fotografie e raccolto informazioni condensandole in una pubblicazione che ha come impostazione di fondo quello del turismo responsabile e come pratica narrativa un percorso nei luoghi del conflitto arabo-palestinese. Peacelink pubblica agli autori una nutrita intervista realizzata da Giacomo Alessandroni. In cui si legge tra l’altro:

Visitare Gerusalemme senza una guida che ti permetta di scovare nella quotidianità i segni dell’occupazione è rischioso nel senso che si corre il pericolo di tornare a casa propria senza aver avuto la possibilità di riflettere su uno dei conflitti più discussi/studiati/seguiti/controversi (e l’elenco potrebbe continuare) della scena geopolitica degli ultimi sessant’anni.

  • Naoki Tomasini, La croce e il kalashnikov:

    Le violenze settarie che hanno insanguinato l’Iraq negli ultimi tre anni hanno cambiato la faccia del paese e hanno spinto le diverse comunità a raccogliersi per trovare protezione. Alcune, sull’esempio dei consigli del Risveglio, le milizie tribali sunnite che oggi sono alleate con gli Usa nella lotta contro Al Qaeda in Mesopotamia, hanno organizzato dei piccoli gruppi di autodifesa cittadina o di quartiere. Accade anche nel piccolo villaggio di Tel Asquf, nella provincia settentrionale di Niniveh, dove la sicurezza dei cittadini è protetta dalla prima milizia composta da cristiani.

Il gioco infame della Uno bianca

Un gioco infameL’abilità di Massimo Polidoro nel rendere in chiave thriller storie realmente accadute era già stata dimostrata nel libro uscito un anno fa, Etica Criminale, incentrato sulla figura del bandito milanese Renato Vallanzasca e recentemente riedito in collana economica sempre da Piemme. Con Un gioco infame invece Massimo cambia ambientazione e dal capoluogo lombardo passa all’Emilia Romagna e alle Marche, regioni in cui tra il 1987 e il 1994 agirono i banditi della Uno bianca, cinque poliziotti e un carrozziere che fecero in quel lunghissimo periodo ventiquattro morti e centodue feriti. Ma c’è una cittadina che più precisamente si posiziona al centro della storia raccontata in questo romanzo (che tuttavia sarebbe più opportuno definire docufiction): è Rimini, uno dei centri caldi delle indagini che per anni videro alternarsi investigatori e indagini e da cui, raccontano gli atti processuali, partì la svolta che pose fine, nel novembre 1994, alla storia della banda della Uno bianca.

Quando si scrive un romanzo — o quando si rievocano fatti reali volendo narrarli con gli strumenti che la narrativa mette a disposizione — occorre scegliere un punto di osservazione. Che può essere di un personaggio fuori campo, ma che meglio rende se il personaggio in campo c’è. La scelta di Massimo di scartare i fratelli Savi e i loro complici è corretta: la barbarie e la gratuità che caratterizzarono la loro storia criminale non li rende adatti ai panni di un protagonista, anche se lo si volesse cattivo e nerissimo. Allora le voci narranti sono altre e sono quelle di coloro che si sono guadagnati il merito di aver sgominato la banda, l’ispettore Luciano Baglioni e vice sovrintendente Pietro Costanza coordinati dall’allora sostituto procuratore di Rimini Daniele Paci.
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  • Scritto per libri
  • L'apartheid di Toni FontanaForse questo è un libro che esce in un momento opportuno, a fronte di determinati episodi. Si intitola L’apartheid, è appena uscito per la casa editrice Nutrimenti ed è stato scritto dal giornalista Toni Fontana. Questi i suoi contenuti:

    Un viaggio-inchiesta nel Nord-Est d’Italia dove per la prima volta va prendendo forma un clima di vera e propria discriminazione razziale. In un clima sempre più teso, diverse amministrazioni locali, specie quelle guidate dalla Lega Nord, hanno introdotto recentemente provvedimenti discriminatori nei confronti di stranieri che pure lavorano regolarmente e pagano le tasse. In alcune province molti bambini non vengono accolti o accettati nelle scuole, i musulmani non trovano luoghi nei quali pregare, seppellire le salme dei defunti o macellare gli animali secondo il loro rito. Il rischio di un nuovo apartheid italiano è insomma tutt’altro che remoto. In prima linea ci sono gli oltre 350.000 immigrati che vivono nel Veneto, la maggior parte dei quali di fede musulmana.

    In merito invece ai fatti di Milano, è stato pubblicato sull’Unità l’articolo Razzismo, le seconde generazioni s’interrogano sui blog a firma di Rachele Gonnelli. Peccato solo che non ci siano link diretti e che occorra andarne a caccia.

    A (s)proposito


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