Collegare fatti e persone: alla ricerca di uno strumento

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Schemi e correlazioni storiche e politiche

L’immagine che compare sopra a queste righe è un esempio, una specie di esperimento fatto una domenica mattina sopra un block notes. Riguarda alcuni personaggi coinvolti in alcuni eventi di portata nazionale, come lo scandalo della loggia P2, i contatti con la banda della Magliana e con la criminalità organizzata, il caso Cirillo, Roberto Calvi, il Banco Ambrosiano e alcuni altri fatti. Il rapido esperimento su carta aveva come scopo quello di cercare di vedere come, attraverso alcuni personaggi, determinati eventi siano collegati ad altri. E come altrettanto lo siano gli attori protagonisti (e alcune comparse) tra loro.

Lo scopo, volendo trasportarlo in ambiti diversi da quelli di cellulosa, sarebbe quello di capire se esiste uno strumento informatico che, ricorrendo a semantica e correlazioni, possa generare in automatico grappoli attraverso cui dare una lettura complessiva di determinati fenomeni politici, storici o criminali. Ovviamente la logica poi si potrebbe riversare pari pari su altri ambiti, però quello di interesse nello specifico di questo post è quello citato. Altrettanto ovviamente lo strumento non potrebbe sostituire l’apporto umano e le relative competenze, senza le quali qualsiasi supporto semantico e informatico non avrebbe senso. Ma forse, lavorando su contesti così ampi e articolati, il software – indispensabile che sia libero (libero as in free speech, not as in free beer, come disse Lui) – può venire in aiuto nel cogliere connessioni (o correlazioni) che individuare in altro modo sarebbe arduo. Dunque, che qualcuno sappia, esiste già qualcosa che sia in grado di compiere operazioni del genere? Suggerimenti, proposte, strumenti analoghi? Qualsiasi suggerimento sarebbe prezioso.

Ucraina: viaggio tra gli effetti della crisi e le conseguenze di Chernobyl

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On the ukraine roadLa crisi economica ha picchiato duro in Ucraina, tanto che se lo scorso autunno il Fondo monetario internazionale non avesse messo a disposizione 14 miliardi di dollari sotto forma di prestito straordinario, Kiev e la sua nazione sarebbero scivolate verso la bancarotta. E poi c’è sempre la spada di Damocle del gas. Un braccio di ferro con Mosca che si trascina tra debiti restituiti fortunosamente, accordi presto rotti e squadre dei servizi segreti ucraini che sequestrano i contratti stipulati con la Russia.

Benvenuti in una nazione dalle sperequazioni sociali esasperate. Una nazione in cui negli ultimi anni – dal 1999, per precisione, con un incremento medio del prodotto interno lordo di 7,4 punti ogni dodici mesi, fino al 2007 – la classe media è stata spazzata via e, a fronte di una percentuale minima della popolazione dalle ricchezze inimmaginabili, la maggior parte della gente vive di briciole. Quando ci sono. Negli anni appena trascorsi, infatti, i segni di ripresa in Ucraina erano affidati a una piccola imprenditoria che aveva saputo dare prova di qualità professionale e abilità commerciale nell’acquisire commesse dall’Europa occidentale, soprattutto dalla Germania. Così aveva avuto modo di emergere un tessuto manifatturiero e un terziario attivo soprattutto nel settore informatico che lasciava ben sperare per il futuro. Avrebbe potuto venire da qui la risposta all’emigrazione forzata dalla mancanza di prospettive occupazionali e da stipendi che a fatica garantivano la sussistenza. Ma poi sono arrivati la crisi dei mercati valutari, gli investimenti bancari (anche italiani) rivelatisi del tutto fittizi e i fallimenti collegati che hanno messo in ginocchio l’intera nazionale.

Rural mechanical engineeringIl viaggio in Ucraina inizia alla frontiera con l’Ungheria, dopo controlli lenti e la compilazione di moduli in cui si dichiara di chi si è ospite nel Paese. «Così, se accade qualcosa mentre voi siete all’interno del nazione e riuscite ad andarvene, verranno a chiederne conto alla mia famiglia», ci dice Natalija, una badante ucraina che torna a casa per un periodo di vacanza e che accetta di farci da guida nel paese.

Ad attenderla, appena oltre il confine, Volodimir, un amico che è venuto a prenderla e che sarà l’altra metà del viaggio nell’ex repubblica sovietica.

Questa è la seconda volta che Natalija torna a casa dal 2000. Per anni ha vissuto come clandestina e oggi mostra con orgoglio alla polizia di frontiera il suo permesso di soggiorno in area Schengen, oltre al passaporto. Era partita, Natalija, contraendo un debito di duemila e 700 euro per farsi un viaggio di quasi duemila chilometri nascosta nel contro soffitto di un tir insieme ad altre tredici persone. Sdraiata e zitta fino a Napoli passando per frontiere dove ogni volta c’era il rischio che lei e i suoi compagni di viaggio venissero scoperti. Italiana era l’organizzazione che gestiva i trasporti e per i suoi referenti Natalija ha dovuto darsi da fare, senza conoscere una parola della lingua e senza avere il tempo per impararla, fino a estinguere il debito che l’aveva portata in Italia.
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Antiterrorismo e attività d’oltreoceano tra attacchi e stralci

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2004 CIA Inspector General reportQua è la un po’ di righe nere a mo’ di omissis ci sono, ma il senso generale del discorso illustrato nelle centosessanta pagine del documento in oggetto è chiaro. Si tratta del rapporto datato 7 maggio 2004 e diffuso nei giorni scorsi su detenzione e interrogatori in attività di controterrorismo (file pdf, 10,2 MB) redatto dalla Central Intelligence Agency per il periodo settembre 2001-ottobre 2003. Tirato fuori dal Washington Post e ripreso all’interno di articolo in cui parla l’ex presidente Dick Cheney dichiarando di essere “molto orgoglioso di ciò che abbiamo fatto negli ultimi otto anni in termini di difesa della sicurezza nazionale”, il documento accompagna alcune considerazioni che, dal fronte repubblicano, emergono nei confronti di indagini a carico di alcuni agenti con trascorsi alterni (“Uno schiaffo contro la CIA”). Se oggi, con il cambio di vertice alla Casa Bianca, determinate pratiche sarebbero state dismesse (con evidenti malumori nella vecchia guardia: “[Obama] dovrebbe piuttosto venire a chiederci qual è la formula che abbiamo adottato per proteggere il Paese per tutto questo tempo”), il testo reso pubblico costituisce un utile strumento per capire la piega che ha preso la lotta al terrorismo dopo gli attentati del 2001. L’appendice D, a partire da pagina 142, qualche idea la dà.

Vaticano Spa: lo Ior e i documenti riservati delle sacre finanze

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Vaticano SpaDi Vaticano Spa di Gianluigi Nuzzi (Chiarelettere, 2009) si parlerà a breve, non appena conclusa la lettura. Di certo si può anticipare che il testo è interessante, considerando la documentazione che postuma Renato Dardozzi ha fatto emergere. E a maggior ragione interessante è avere accesso alla documentazione che è stata resa disponibile (previa registrazione) in rete. Sempre in rete si possono seguire gli aggiornamenti che via via vengono pubblicati e un’idea del libro di Nuzzi ce la si può fare intanto dando un’occhiata all’articolo-intervista Gli scandali finanziari e politici della Chiesa. Una vicenda per cui di recente Massimo Teodori ha detto:

Lo Ior è stato uno dei grandi centri di criminalità finanziaria d’Italia certamente dagli anni settanta agli anni novanta. Lì si sono mescolate risorse finanziarie ingentissime provenienti dell’8 per mille, da donazioni, da opere di bene con soldi della mafia (Vito Ciancimino), dalle grandi tangenti e delle grandi speculazioni. Lo Ior è l’unica banca al mondo non soggetta ad alcun controllo nazionale né internazionale.

Questo in forza della extraterritorialità, dei patti lateranensi e in particolare del loro articolo 11, che si traduce in “immunità per tutti i dipendenti degli organi centrali della Santa Sede”. E alcune vicende che si raccontano toccano la maxi-tangente Enimont, Giulio Andreotti, le vicende che dalla P2 passando per Michele Sindona, Roberto Calvi e arrivano ai giorni nostri. E qualcos’altro se ne può ascoltare qui, registrazione di un recente dibattito.

Peacelink, Alessio Di Florio: negazione di ogni possibile democrazia

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Alessio Di Florio, dalle colonne virtuali di Peacelink, traccia i contorni di un golpe criminale [che] si aggira per l’Italia. Senza bisogno di artiglieria e liste, senza bisogno di presidiare manu militari il territorio, senza bisogno di alcun folklore da parata perché:

in realtà, e tutti ne sappiamo mandanti, esecutori e complici (anche perché, in larga parte, siamo tra loro) c’è un golpe silenzioso che non si è mai fermato. Un golpe fatto di menzogne, connivenze criminali, repressione violenta, omertà, corruzione, cancellazione di ogni dignità personale che ha conquistato il cuore dello Stato Italiano, e ha annullato ogni possibilità di democrazia.

Una retrospettiva sulla situazione delle indagini mafia-stato in Sicilia, sulla politica abruzzese, sull’occupazione e su caso come quello di Aldo Branzino, Federico Aldrovrandi o Ramesh. Altro post interessante è quello pubblicato sul caso di Carmelo Canale, collegato da vicino a quello di cui è già parlato di Antonino Lombardo: qui siamo sempre in Sicilia e sempre di lotta (se così si può chiamare) alla mafia si parla.

Vendetta: la storia di una guerra clandestina senza vincitori

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VendettaC’è un amico che può essere un personaggio senz’altro discutibile sotto diversi punti di vista, ma quando questo personaggio dà un consiglio di lettura c’è di che fidarsi. Lo dimostra – ultimo di una serie – anche il libro Vendetta. La vera storia della caccia ai terroristi delle Olimpiadi di Monaco 1972 dello scrittore d’origine ungherese George Jonas, il romanzo da cui è stato tratto il film di Steven Spielberg Munich. Per primo ho visto il film (fornito dallo stesso personaggio) e l’ho trovato notevole. Così sempre lui mi ha portato il volume: oltre quattrocento pagine per una storia che sui giornali non viene mai raccontata.

È quella di una caccia. Della caccia di un gruppo di sicari che si muove per l’Europa occidentale alla ricerca di undici capi del terrorismo palestinese da eliminare per infliggere – almeno nelle intenzioni – una battuta d’arresto agli attentati che all’inizio degli anni settenta si sono abbattuti contro obiettivi israeliani. Il gruppo però non è un’organizzazione di giustizieri sciolti, ma una squadra messa insieme dal Mossad con il beneplacito del primo ministro Golda Meir. I componenti, prima di partire per due anni e mezzo di corse per il vecchio continente, firmano una lettera di dimissioni dal servizio segreto israeliano in modo da non essere direttamente riconducibili a esso. E poi rincorrono le notizie che passa loro una rete di informatori che va da ambienti vicino alla banda Baader-Meinhof a mercenari che non si sa bene per chi lavorino e perché, come il parigino Le Group. Alla fine della missione, che si conclude con l’assassinio di nove terroristi (o presunti tali) ricorrendo ai sistemi più vari (dalle rivoltellate di calibro 22 a ingegnosi ordigni progettati per esplodere colpendo solo gli obiettivi e limitando le “vittime collaterali”, anche se non sempre ci si riesce), c’è qualcuno che ne esce – per coloro che ne escono vivi – allucinato. O consapevole.

È l’agente Avner, la sedicente gola profonda di Jonas, che gli racconta quanto fece con i suoi quattro colleghi. Senza voler redimersi né dimostrare pentimento per le eliminazioni a cui ha collaborato, Avner vuole che si sappia cos’è accaduto dietro le quinte della guerra fredda e dello scontro tra Israele e Palestina. Uno scontro che è andato ben oltre la guerra dei sei giorni o quella dello Yom Kippur. Una guerra caldissima che vedeva contrapposto un sentimento di conservazione reso ancora bruciante dalla recente Shoa a una difesa dei propri territori ben oltre le armi della diplomazia, della politica e del confronto tra stati. Chi ne esce vincitore, da questo conflitto, non si sa. Il terrorismo non si arresta così come non si arrestano gli scontri tra eserciti regolari. E a un certo punto, nel romanzo di Jonas, si legge:

Il fatto di essere richiamati in patria senza aver ultimato la missione, anche se nessuno li avrebbe rimproverati, significava un fallimento. Su questo erano tutti d’accordo: non ci fu bisogno di discuterne. Esser costretti a lasciare un incarico a metà, e soprattutto dover tornare senza aver beccato Salameh, per tutti loro equivaleva a una sconfitta. Non rientrava nelle tradizioni di Israele. Era preferibile la morte, o persino disobbedire a un preciso ordine di ripiegamento, anche se ciò sarebbe stato difficile se il Mossad tagliava loro i viveri […]. In seguito, Avner avrebbe ammesso che, almeno in questo senso, erano in tutto e per tutto fanatici come i mechablim [terroristi].

Riccardo Bocca: sangue e ipocrisia sulla strage di Bologna

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Tutta un'altra strage di Riccardo BoccaRiccardo Bocca, autore del libro Tutta un’altra strage di cui si è parlato un annetto fa, sul 2 agosto 1980 qualcosa da dire ce l’ha. Nonostante sul suo blog, Gli antennati, parli poco di ciò che fa e più spesso intervenga con post graffianti su altre notizie, un paio di giorni fa ha preso la tastiera per dire la sua a proposito di sangue e ipocrisia sulla strage di Bologna scrivendo:

Un paio di anni fa ho scritto un libro sulla strage di Bologna.
Un mucchietto di pagine dove documentavo come Fioravanti e Mambro avessero costruito una realtà virtuale per discolparsi dalla celeberrima bomba.
Raccoglievo anche la testimonianza di una signora che ha riconosciuto, nelle foto indicate dagli investigatori, Francesca Mambro come la ragazza presente davanti alla stazione di Bologna il 2 agosto.
Eccetera eccetera.

Insomma: esce il libro e i programmucci mi vogliono in televisione.
Per buttarla in caciara, perché le polemiche piacciono, perché l’ufficio stampa fa il suo mestiere.

Poi passano i giorni, le settimane, un anno, due anni, e la televisione ogni due agosto è costretta a ricordare gli 85 morti.
Ma come lo fa?
Continuando a dire che bisogna trovare la verità.
Perché la verità non c’è, porca miseria, non c’è.

Faticosamente, molto faticosamente,
e raramente, invece,
si ricorda che cinque gradi di giudizio hanno costruito una sentenza credibile e scrupolosa (leggere per credere le 600 mila pagine di atti, miei cari pigroni).
Una fotografia che gronda sangue, e ancora sangue, e violenza infinita.

Quello che manca, piuttosto, sono i mandanti.
Cioè: non mancano: ci sono i mandanti.
Manca il dito per indicarli alla pubblica piazza.

La fuga dalla Somalia verso uno Yemen in difficoltà

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Dalla Somalia allo Yemen, lasciandosi alle spalle un paese sempre più sprofondato nei conflitti dei signori della guerra (e probabilmente anche di altri). La storia la racconta Christian Elia (qui le sue corrispondenze per Carta) su Peacereporter. E intanto la comunità internazionale guarda (il che, considerando i risultati di Restore Hope, potrebbe essere il meno peggio, almeno se si vuole intervenire in quei termini):

L’Unione europea attende, gli Usa si dicono vigili rispetto alla situazione, l’Unione africana manda truppe di pace ma è divisa al suo interno. Nel mentre la Somalia è un inferno, dal quale migliaia di civili tentano la fuga attraverso il golfo di Aden. Le sue acque sono infestati dai pirati, ma sono questi ultimi che gestiscono il racket dei viaggi dei disperati verso la penisola arabica e non li fermeranno certo loro.

Un incidente provocato da “cause non accertate”

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Foto di Terry MunDi questa vicenda ne parlano l’ex radicale Massimo Teodori e la commissione d’inchiesta sulla P2, di cui Teodori ha fatto parte. Ma ogni tanto viene ripresa anche altrove. Come ha fatto qualche tempo fa Avvenimenti Italiani attraverso il maresciallo di artiglieria Paolo Messina e il giornalista Michele Gambino, o lo scrittore Giuseppe Genna con il suo romanzo Dies Irae, oltre ai giornalisti e agli storici che si sono occupati dei fattacci più recenti della Prima Repubblica. È la storia di Salvatore Florio, un colonnello della guardia di finanza morto con il suo autista il 26 luglio 1978 in un incidente stradale provocato “da cause non accertate”. Così si scrisse sulle relazioni di servizio, ma Miriam Florio, la moglie da cui l’ufficiale ha avuto due figli, ha sempre cercato di dire che, forse, non proprio di fatto accidentale si trattava.

Se capita di non voler accettare la morte improvvisa e fortuita di un congiunto e di voler per forza cercare motivazioni che risiedono altrove, a far riflettere su questa vicenda dovrebbero essere i trascorsi del colonnello. Catanese d’origine, quando muore non ha nemmeno sessant’anni e il suo nome è legato a inchieste di peso tutt’altro che marginale, come quelle sulla loggia P2 di Licio Gelli (i cui dossier però finiranno per inabissarsi e riemergere solo dopo le perquisizioni aretine del 1981), lo scandalo dei petroli e il fascicolo M.Fo.Biali, progetto che prevedeva forti legami tra un faccendiere romano, Mario Foligni, e la Libia di Muammar Gheddafi per la creazione di un fronte politico che si opponesse alla Democrazia cristiana. Ma in tutto questo di non secondario scenario è il lavoro che conduceva l’agenzia OP di Mino Pecorelli.
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