Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondoGli ultimi giorni
, Andrew Masterson
10 Aug
In cold blog, nelle cui pagine il true crime è l’argomento principe, ha pubblicato nei giorni scorsi un lungo post dedicato a un libro appena uscito per Phoenix Books: si tratta di Breakshot: A Life in the 21st Century American Mafia di Kenny Gallo (o Kenji, se si usa uno dei vari pseudonimi con cui è conosciuto, quello che gli deriva dalle sue origini asiatiche) e del giornalista investigativo di New Orleans Matthew Randazzo V. Il primo è un gangster, tale è stato per vent’anni riuscendo a sopravvivere a una vita di violenza iniziata in giovanissima età e di pseudonimo ne ha un altro: Breakshot, appunto. Tuttavia a chiamarlo così non sono i suoi complici, ma sono i federali che a lungo gli hanno dato la caccia. E di sé spiega:
Sono cresciuto a Irvine, in California, quando là c’erano pochi asiatici. Era uno dei posti più bianchi del pianeta, almeno dal punto di vista culturale se non razziale. La mia famiglia non ha colpa per la mia vita precedente: non ho subito abusi né sono stato trascinato sulla strada del crimine. Ero solo un ragazzo annoiato che è diventato un ragazzo cattivo che a sua volta à diventato un criminale cinico. In me esisteva un istinto predatorio. Irvine era conosciuta come la città più sicura al mondo, una sfida insomma a diventare un delinquente che vincesse la sua noia. Era una città che non permetteva, nei suoi piani urbanistici, a giovani tediati di inserirsi.
Così gli anni dell’adolescenza di Kenji si sono trasformati nella ricerca spasmodica di qualcosa di eccitante: dagli eccessi con un gruppo di amici sballati ai primi arresti per qualche furtarello fino alla scuola militare che – racconta – al posto della disciplina gli ha inculcato “un disprezzo patologico per l’autorità”. Quasi si trattasse di una nuova versione di Educazione di una canaglia di Edward Bunker, Kenny Gallo ricostruisce come si è avvicinato alla criminalità organizzata, di come quella gente gli ispirasse più sarcastiche battute che paura e di quanto non avesse problemi a superare in crudeltà gli psicopatici dei cartelli colombiani della droga.
È un assaggio, il post di In cold blog, di ciò che si trova nel libro. Ma un assaggio anche di un altro sito, The Breakshot Blog, che accompagna il volume e me aggiunge (e aggiorna) alcuni passaggi, come nel caso di Life with a wire.
9 Aug
Federico “Edo” Granata segnala su Friendfeed un articolo e un gioco di società. L’articolo si intitola “Opus dei – l’esistenza dopo la religione”: il gioco da tavolo che fa arrabbiare la Chiesa di Stefano Marucci mentre il gioco è proprio l’originale Opus-Dei: Existence After Religion™:
Mark Rees-Andersen e Allan Schaufuss Laursen partono dal presupposto che è onere di chi crede, e non dell’ateo, provare che un dio esista o meno. E il loro gioco da tavola cerca di promuovere l’idea che il mondo sarebbe migliore senza un dio: “Opus Dei significa semplicemente ‘prodotto di Dio’, e quindi la nostra interpretazione di ‘Opus Dei – l’esistenza dopo la religione’ implica che un’esistenza senza religione potrebbe davvero essere il progetto di un Dio benevolo (se mai esistesse) poiché ogni religione organizzata ha interessi personali e metodi discutibili, e non sembrano essere in grado di aiutare lo sviluppo dell’umanità, quello che oseremmo chiamare evoluzione”. Insomma i filosofi (gli scienziati, i politici e gli inventori) sono i punti cardinali dell’umanità, e il gioco vuole rendere omaggio alle loro menti eccelse, che hanno sfidato i dogmi religiosi permettendo all’umanità di aprirsi al futuro.
Dalle sfere religiose non sembrano averla presa bene. Però le loro ritorsioni legali – finora poco efficaci – non avrebbero fatto altro che portare notorietà alla piccola casa di produzione del gioco (intanto si prosegue sui binario della violazione di marchi e magari sarà interessante vedere come andrà a finire). I fondatori, dal canto loro, vai a sapere se per autentica ingenuità o per malizia, avrebbero ammesso che, senza il film “Il codice Da Vinci” tratto dal romanzo di Dan Brown, manco avrebbero saputo dell’esistenza dell’Opus Dei: credevano fosse un’organizzazione partorita della mente dello scrittore statunitense, tanto sembrava a loro poco plausibile.
7 Aug
Davvero una pessima notizia. La notte scorsa, infatti, è morto Oscar Marchisio, una delle persone più attive e piene di vita che conoscessi. Al momento le notizie sono frammentarie, se ne può leggere qualcosa qui. Oscar l’avevo incontrato poco tempo fa: si parlava di un nuovo libro, dopo questo (di cui aveva scritto la prefazione e ancora prima avuto l’idea volendolo fortemente), si stava impostando l’idea di riprendere un suo romanzo, Meta-stanza. Memorie dal futuro, per scrivere a quattro mani un seguito, voleva mettere in piedi una web radio per riempirla di contenuti liberi che spaziassero dalla politica alla geografia politica, e continuava con i suoi progetti di cooperazione con l’Africa mediterranea. La sua casa editrice, Socialmente, era piccola, ma una vera perla per i temi che affrontava e per come li affrontava. Insomma, un’autentica perdita, quella di Oscar Marchisio, e ancor prima che intellettuale è una perdita umana per l’energia, la passione e la lungimiranza che sapeva trasmettere.
6 Aug
Un anno fa il conflitto tra Georgia e Russia. Osservatorio Balcani ripropone in un unico dossier servizi e reportage realizzati in quei giorni:
Il Caucaso dopo il 7 agosto: la crisi umanitaria, il nuovo scenario regionale e internazionale e il rischio di un confronto Russia-Stati Uniti. In questa sezione tutti i nostri articoli, interviste e analisi sul conflitto insieme alle traduzioni con il punto di vista della stampa della regione.
5 Aug
Riccardo Bocca, autore del libro Tutta un’altra strage di cui si è parlato un annetto fa, sul 2 agosto 1980 qualcosa da dire ce l’ha. Nonostante sul suo blog, Gli antennati, parli poco di ciò che fa e più spesso intervenga con post graffianti su altre notizie, un paio di giorni fa ha preso la tastiera per dire la sua a proposito di sangue e ipocrisia sulla strage di Bologna scrivendo:
Un paio di anni fa ho scritto un libro sulla strage di Bologna.
Un mucchietto di pagine dove documentavo come Fioravanti e Mambro avessero costruito una realtà virtuale per discolparsi dalla celeberrima bomba.
Raccoglievo anche la testimonianza di una signora che ha riconosciuto, nelle foto indicate dagli investigatori, Francesca Mambro come la ragazza presente davanti alla stazione di Bologna il 2 agosto.
Eccetera eccetera.Insomma: esce il libro e i programmucci mi vogliono in televisione.
Per buttarla in caciara, perché le polemiche piacciono, perché l’ufficio stampa fa il suo mestiere.Poi passano i giorni, le settimane, un anno, due anni, e la televisione ogni due agosto è costretta a ricordare gli 85 morti.
Ma come lo fa?
Continuando a dire che bisogna trovare la verità.
Perché la verità non c’è, porca miseria, non c’è.Faticosamente, molto faticosamente,
e raramente, invece,
si ricorda che cinque gradi di giudizio hanno costruito una sentenza credibile e scrupolosa (leggere per credere le 600 mila pagine di atti, miei cari pigroni).
Una fotografia che gronda sangue, e ancora sangue, e violenza infinita.Quello che manca, piuttosto, sono i mandanti.
Cioè: non mancano: ci sono i mandanti.
Manca il dito per indicarli alla pubblica piazza.
4 Aug
Dalla Somalia allo Yemen, lasciandosi alle spalle un paese sempre più sprofondato nei conflitti dei signori della guerra (e probabilmente anche di altri). La storia la racconta Christian Elia (qui le sue corrispondenze per Carta) su Peacereporter. E intanto la comunità internazionale guarda (il che, considerando i risultati di Restore Hope, potrebbe essere il meno peggio, almeno se si vuole intervenire in quei termini):
L’Unione europea attende, gli Usa si dicono vigili rispetto alla situazione, l’Unione africana manda truppe di pace ma è divisa al suo interno. Nel mentre la Somalia è un inferno, dal quale migliaia di civili tentano la fuga attraverso il golfo di Aden. Le sue acque sono infestati dai pirati, ma sono questi ultimi che gestiscono il racket dei viaggi dei disperati verso la penisola arabica e non li fermeranno certo loro.
3 Aug
Di questa vicenda ne parlano l’ex radicale Massimo Teodori e la commissione d’inchiesta sulla P2, di cui Teodori ha fatto parte. Ma ogni tanto viene ripresa anche altrove. Come ha fatto qualche tempo fa Avvenimenti Italiani attraverso il maresciallo di artiglieria Paolo Messina e il giornalista Michele Gambino, o lo scrittore Giuseppe Genna con il suo romanzo Dies Irae, oltre ai giornalisti e agli storici che si sono occupati dei fattacci più recenti della Prima Repubblica. È la storia di Salvatore Florio, un colonnello della guardia di finanza morto con il suo autista il 26 luglio 1978 in un incidente stradale provocato “da cause non accertate”. Così si scrisse sulle relazioni di servizio, ma Miriam Florio, la moglie da cui l’ufficiale ha avuto due figli, ha sempre cercato di dire che, forse, non proprio di fatto accidentale si trattava.
Se capita di non voler accettare la morte improvvisa e fortuita di un congiunto e di voler per forza cercare motivazioni che risiedono altrove, a far riflettere su questa vicenda dovrebbero essere i trascorsi del colonnello. Catanese d’origine, quando muore non ha nemmeno sessant’anni e il suo nome è legato a inchieste di peso tutt’altro che marginale, come quelle sulla loggia P2 di Licio Gelli (i cui dossier però finiranno per inabissarsi e riemergere solo dopo le perquisizioni aretine del 1981), lo scandalo dei petroli e il fascicolo M.Fo.Biali, progetto che prevedeva forti legami tra un faccendiere romano, Mario Foligni, e la Libia di Muammar Gheddafi per la creazione di un fronte politico che si opponesse alla Democrazia cristiana. Ma in tutto questo di non secondario scenario è il lavoro che conduceva l’agenzia OP di Mino Pecorelli.
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2 Aug
Cara Angela, cara Maria. Lettere aperte sul 2 agosto.
– Mamma, sono morti anche dei bambini?
– Sì, è accaduto. E alcuni sono morti con la loro mamma.
– Chi sono?
– C’è Maria, che aveva tre anni, e c’è Angela, che se la teneva vicina e che ne aveva ventiquattro.
A sette anni, quanti ne hai invece tu, la strategia della tensione non sai cosa sia. Sei abituata ad ascoltare il telegiornale della sera, dove sigle astruse vengono rimbalzate a cavallo di diverse notizie. Gente ammazzata da guerre a bassa intensità sono per te solo delle immagine statiche, fotografie di fantocci immobili spesso coperti da lenzuola bianche. Per te è quella l’immagine della morte: finta, in bianco nero alla tivvù o a pallini di varie tonalità di grigio nelle retinature dei giornali.
È un giorno di piena vacanza, il 2 agosto 1980. In montagna ci sei arrivata a fine giugno, quando le scuole si sono chiuse sul tuo primo anno scolastico. La poca esperienza di vita che ti porti dietro ti sta già suggerendo che non durerà ancora molto, che le vacanze finiranno prima di quanto tu non creda, ma non l’ascolti: quella voce è poco più di un malessere che talvolta ti passa per lo stomaco. Non credi davvero che verrai restituita alla pianura, alla normalità, alla nebbia.
Alle 10.25 del mattino non sai più neanche cosa stavi facendo. Di certo qualche gioco, di certo con tuo fratello e tua sorella, ma a pranzo ti ricordi dov’eri perché così accadeva tutti i giorni: il tuo posto, l’ultimo sulla sinistra della grande tavolata, con le spalle alla stufa a legna spenta e alla cucina a gas dove sta ancora sfrigolando qualcosa.
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