Teatro civile: tra racconto, memoria e consapevolezza

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Un teatro civile per un paese incivile?. È questo il titolo di una tavola rotonda che si terrà il 28 marzo, al Teatro Nebiolo di Tavazzano, in provincia di Lodi. Un confronto tra giornalisti, scrittori, autori teatrali, ricercatori universitari, attori, descritto in questi termini dall’approfondita presentazione dell’evento scritta da Oliviero Ponte di Pino:

Anche se non risponde ai requisiti della ricerca accademica (e magari proprio per questo), l’idea della storia patria che emerge dal teatro civile è certamente rivelatrice: sintomatica almeno dell’atteggiamento di autori e pubblico, e forse anche di qualche carattere nazionale, vero o presunto. Per cominciare a orientarsi in questa “controstoria narrativa”, potrebbe essere opportuno (e questa è un’altra chiave di catalogazione) mettere in parallelo una cronologia della recente storia italiana con la sequenza degli eventi che hanno ispirato i nostri narratori, per vedere su quali momenti e fasi s’addensa il loro interesse. Questa “storia d’Italia civile e teatrale” non segue un percorso organico: rispecchia le curiosità e le necessità dei suoi artefici, e dunque si ricompone per frammenti, zoomate, approfondimenti. Per lo più è fatta – su un costante sottofondo di soprusi e menzogne, o assordanti silenzi – di eventi tragici, a cominciare dalle stragi che hanno segnato l’immaginario collettivo, dagli agg uati e dagli amazzamenti vigliacchi (una costante della storia e del melodramma italici). Spesso sono eventi difficili da interpretare a causa di interessi economici, politici, militari, malavitosi (singolarmente o intrecciati tra loro – magari in un qualche complotto…).

Peraltro, sul sito di ateatro, realtà tutt’altro che esterna nella realizzazione di questo appuntamento, si legge del progetto per la creazione di un centro di documentazione per un teatro civile che muove i suoi passi da queste considerazioni:

Il teatro civile è un teatro di memoria, che nei suoi esiti migliori scava al fondo di vicende poco chiare della storia recente per raccontarle a chi mai ne aveva avuta notizia, a chi le aveva dimenticate, a chi non voleva ascoltarle. Dietro la cornice dorata di una favola siamo tutti disposti a soffermarci, a lasciarci incantare e alla fine a scoprire quello che non volevamo scoprire. Ma il patto tra attore e spettatore, tra il narratore ed il suo pubblico dura pochi istanti, il tempo di una sera a teatro. Poi di nuovo le verità svelate tornano a farsi più deboli, fino a scomparire del tutto. Il centro di documentazione nasce dal desiderio di mantenere la consapevolezza acquisita il più possibile nitida. Per farlo non vuole soffermarsi solo sulla favola, sullo spettacolo finito, ma sul processo lungo e laborioso che porta fino a quel risultato.

ManiArmate: streghe di comodo per fenomeni senza nazione

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Iaia Vantaggiato, su ManiArmate, parla di violenza pubblica, violenza privata e roghi contemporanei di streghe di comodo. Partendo dai fatti di Napoli che hanno visto come vittima un ragazzino di dodici anni, la giornalista del quotidiano Il manifesto pone tre questioni (un delitto sotto gli occhi di tutti, un sopruso dettato dal dominio e l’assenza dell'”elemento straniero”). Soprattutto in merito a quest’ultimo punto, scrive Iaia:

L’uomo non «veniva da fuori» e non aveva intenzione di punire l’intero popolo italiano violentando le «sue» donne. Lo ripeteremo sino alla noia. La violenza non ha nazione e l’accanimento contro qualsiasi gruppo etnico sempre di più evoca gli orrori del nazifascismo e del mito della razza. Potremmo, da domani, parlar male di tutti i napoletani solo perché uno di loro si è macchiato, forse, di un crimine orrendo? La vicenda di Napoli ci consegna la vita distrutta di un bambino. Ma anche l’abbrutimento di un intero paese che prima violenta e poi brucia le proprie streghe.

In merito poi alla violenza sulle donne, segnalano Loredana Lipperini e Sorelle d’Italia la bambola da far girare quotidianamente.

Scienza a due voci: il contributo delle donne dal ‘700 al ‘900

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Forse sono io che lo scopro in ritardo, questo sito, ma Scienza a due voci – Le donne nella scienza italiana dal Settecento al Novecento è un progetto che sembra proprio interessante:

Una ricerca minuziosa, approfondita e insieme appassionata, intenta a ricostruire un quadro più veritiero e autentico della scena scientifica, ha invece portato alla luce una presenza femminile reale, cospicua e diversificata: tanti nomi nuovi, interessanti percorsi scientifici, imprese intellettuali e sociali, vite non sempre facili e lineari, volti e voci pressoché sconosciuti o dimenticati. Con questo sito si vuole dunque riparare alla dimenticanza o alla rimozione della storia: riconoscere alle donne il posto che hanno realmente occupato nella cultura scientifica dell’Italia moderna e contemporanea: ridare spazio a quella voce che è rimasta nascosta ma che ha contribuito con pari dignità al cammino della scienza. Per una scienza, appunto, a due voci.

L’iniziativa, nata all’interno dell’università di Bologna, è dedicata ad Aung San Suu Kyi, l’attivista dei diritti umani insignita premio Nobel per la pace nel 1991.

L’assurdo giuridico: la tradizione dello yoga difesa a colpi di brevetti

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Old School YogaNegli Stati Uniti da tempo ci si stava provando, ma gli indiani devono aver pensato che, se qualcuno deve detenere brevetti (sì, proprio quel titolo che conferisce un monopolio temporaneo sulle invenzioni) sulle posizioni dello yoga, quelli devono essere loro. Così, riferisce il britannico Telegraph:

l’India ha creato un team di diversi guru hindu e di 200 scienziati per individuare tutte le antiche posizioni yoga o asanas. Lo scopo è quello di registrarle per fermare i “pirati dei brevetti” che rubano la “conoscenza tradizionale”.

Il giro d’affari, del resto, non è indifferente. Ancora dalle colonne del giornale inglese si legge che a partire dagli anni sessanta, con l’introduzione dello yoga in Gran Bretagna e negli Stati Uniti a opera di George Harrison dei Beatles, si è creato un circuito che a oggi vale 225 milioni di dollari. Dunque, con il tempo, nei soli USA, sono stati concessi 130 brevetti e sono stati registrati 2300 marchi in tema mentre in oriente le stesse pratiche vengono ancora esercitate come disciplina pubblica che i maestri insegnano nei parchi e in luoghi aperti. E l’obiettivo che si è data la Traditional Knowledge Digital Library indiana è quella di arrivare entro il 2009 ad almeno 1500 brevetti.

Lo sfruttamento delle conoscenze e delle culture tradizionali a scapito di chi questo patrimonio lo possiede non è argomento nuovo. Ne ha approfonditamente parlato Philippe Aigrain per esempio nel suo Causa Comune (qui il link per scaricare il pdf del libro, che è rilasciato con licenza Creative Commons), rilevando come, nel mondo del biologico e dell’agroalimentare, sia guerra aperta in fatto di brevetti e modalità di coltivazione popolare. Nel libro di Philippe si legge per esempio a proposito delle guerre del riso:
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Un bavaglio grande come un manifesto

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Current TV censurata

Se n’è già parlato in giro, ma forse non è male ripetere. Le immagini sopra riportate non si vedranno in giro. Non più. Ecco perché nell’articolo di Isabella Panizza Cutler (e benvenuta così all’edizione italiana di Wired). Per capire chi è Current TV si guardi qui mentre per leggere che altro in tema si dice in rete si dia invece un’occhiata qui. Qualcosa di non molto dissimile era accaduto anche un po’ di tempo fa (allora a Genova, stavolta a Roma), ma per fortuna pare che non tutta la nazione sia paese.

Profondo nero: Mattei, De Mauro, Pasolini e le stragi di Stato

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Profondo neroNon è la prima volta che Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, entrambi in forza all’Ansa di Palermo, firmano un libro insieme. Era già accaduto con Il gioco grande. Ipotesi su Provenzano (Editori Riuniti, 2006) e con L’agenda rossa di Paolo Borsellino (Chiarelettere, 2007). In questi giorni, con quest’ultima casa editrice, esce Profondo nero – Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato che con queste parole viene presentato:

Eccolo il mistero italiano. Il giornalista De Mauro e lo scrittore Pasolini avevano in mano le informazioni giuste per raccontare la verità sul volto oscuro del potere in Italia, con nomi e cognomi. Erano gli anni Settanta. Il primo stava preparando la sceneggiatura del film di Francesco Rosi sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni che osò sfidare le compagnie petrolifere internazionali. Il secondo stava scrivendo il romanzo Petrolio, una denuncia contro la destra economica e la strategia della tensione, di cui il poeta parlò anche in un famoso articolo sul “Corriere della Sera” (“Cos’è questo golpe“).

De Mauro e Pasolini furono entrambi ammazzati. Entrambi avrebbero denunciato una verità che nessuno voleva venisse a galla: e cioè che con l’uccisione di Mattei prende il via un’altra storia d’Italia, un intreccio perverso e di fatto eversivo che si trascina fino ai nostri giorni. Sullo sfondo si staglia il ruolo di Eugenio Cefis, ex partigiano legato a Fanfani, ritenuto dai servizi segreti il vero fondatore della P2. Il “sistema Cefis” (controllo dell’informazione, corruzione dei partiti, rapporti con i servizi segreti, primato del potere economico su quello politico), mette a nudo la continuità eversiva di una classe dirigente profondamente antidemocratica. Le carte dell’inchiesta del pm Vincenzo Calia, conclusasi nel 2004, gli atti del processo De Mauro in corso a Palermo, nuove testimonianze (tra cui l’intervista inedita a Pino Pelosi, che per la prima volta fa i nomi dei suoi complici) e un’approfondita ricerca documentale hanno permesso agli autori di mettere insieme i tasselli di questo puzzle occulto che attraversa la storia italiana fino alla Seconda Repubblica.

In uscita a giorni “Il programma di Licio Gelli – Una profezia avverata?”

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Il programma di Licio GelliNei prossimi giorni uscirà il nuovo libro, Il programma di Licio Gelli – Una profezia avverata?, per la casa editrice Socialmente, un testo che, a cavallo tra il prima e il dopo P2, va a vedere cosa è cambiato dopo la fine dell’era gelliana. E in che termini questo cambiamento c’è stato. I termini sono quelli del consolidamento di potentati già in fieri tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo in una scalata in cui, anche laddove i nomi fossero diversi (e non sempre lo sono), pratiche e modalità di gestione di cosa pubblica e privata rimangono identici. Le righe che seguono sono la prefazione del libro, scritte da Oscar Marchisio, mentre nei prossimi giorni verrà pubblicato il pdf del volume, rilasciato con licenza Creative Commons.

Visionario e pragmatico, il “maestro” ha trovato nel “fratello” 1816 della P2 il suo allievo prediletto, il suo continuatore. Padre, figlio e fratello: nel paradigma trinitario il “venerabile” ha incardinato e benedetto il suo rapporto con il “figlio prediletto”, “l’unico che può andare avanti”, dopo di lui, come ha precisato nell’ottobre del 2008.

Tutti gli obiettivi e i metodi del “Piano di rinascita democratica”, dal club bipartisan come forma dei partiti, ovvero “un rotary allargato”, alla “creazione dell’agenzia centralizzata” per il comando sui media, dalla separazione delle carriere in magistratura fra “requirente e giudicante”, alla rottura del fronte sindacale, usando pezzi della Cisl e tutta la Uil contro la CGIL, sono pienamente recepiti e in via di realizzazione nei vari governi Berlusconi, come drammaticamente ci fa vivere l’analisi dell’autrice.

Ma ancor di più la puntigliosa e pungente indagine da cronista dell’autrice racconta una mappa di uomini e di potere, assolutamente attiva e dispiegata sul territorio dagli anni ottanta ad oggi. Da Florio Fiorini a Tassan Din, da Publio Fiori a Gianni Letta, dall’ammiraglio Geraci a Giuseppe Santovito, da Federico D’Amato, consigliere di Cossiga, a Walter Pelosi, da Ferdinando Guccione a Fabrizio Cicchitto, si articola pienamente l’occupazione dell’Italia e l’instaurazione della “dittatura morbida” come nuova “Costituzione”, materialmente già realizzata, così che il ‘fratello’ 1816 ogni tanto vorrebbe anche adeguarla formalmente. Come dire un atto dovuto, visti i cambiamenti concreti già realizzati.
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Kaizen: tra bancarotta, social card e interessi da rendere

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KaizenologyHo ricevuto questa mail dall’ensemble narrativo Kaizen e la pubblico perché contiene una storia interessante.

Breve comunicazione di servizio… parentesi aperta e chiusa.
Oggi mi telefona mia madre. “Sono preoccupata…”
“Che succede?”
“Mi mancano soldi sul conto postale. Dovevo avere X e invece ho X -350. Oggi è giorno di pensione. È davvero strano.”
“Uhm…”
“La cosa si complica perché devo pagare l’affitto…”
Un giro di telefonate tra ex colleghe. Poi richiama: “Strano davvero. Anche a… e a… mancano 350 euro”
Sento G all’altro capo d’Italia per questioni Kai Zen e poi racconto an passant la storia di mia madre e colleghe, tutte pensionate in Provincia di Bolzano. G da Messina mi dice: “Cazzo, anche delle colleghe di mia madre hanno preso 3-400 euro in meno di pensione…”

Io, da tempo faccio repubblica per conto mio. Ho avvisato per cortesia anche il presidente della repubblica italiana di questa mia secessione personale, una gentilezza tra capi di stato… In fin dei conti l’Italia non perde nulla: guadagno miserie come precario e le tasse che pago sono più alte di quello che guadagno ma comunque sono cifre che non spostano nulla.

In un paese in cui la scuola, la ricerca, la formazione e l’istruzione sono in bancarotta e in cui a nessuna di esse si può destinare l’8 per mille, in un paese in cui il Vaticano, uno stato estero, come me, incassa tra contributi e bonus fiscali 4 miliardi di euro l’anno (si pensa al futuro, ma a quello dopo la morte) e in un paese in cui si tutela la vita di chi è in coma vegetativo da vent’anni (la politica scriveva Camus, è un affare da massaie, serve a tenere in ordine la cucina, ad amministrare, quando parla di etica cessa di essere politica…) ma non di chi lavora e in cui si produce la maggior quantità di mine antiuomo al mondo, ora si tagliano le pensioni. Forse, chi come mia madre, dopo 45 anni di lavoro, ha preso i 40 euro di bonus governativo non sapeva che si trattava solo di un prestito a breve durata e che avrebbe dovuto pagarlo con gli interessi.

O forse no. È tutta colpa dei rumeni.