
Con un precedente. E a questo punto diventa ricerca. Per quanto ancora agli albori.
Il blog Prison Photography, dedicato alla “pratica della fotografia nei luoghi di carcerazione”, pubblica un estratto del reportage realizzato da Luca Ferrari, italiano ma da tempo emigrato in Gran Bretagna, all’interno dell’istituto di detenzione romano di Rebibbia. Le immagini sono state scattate nel corso di un periodo che va dal 2001 e al 2003 e il reportage completo può essere visto sul sito del fotografo all’interno della sezione “works”. Cliccando inoltre su ognuna di queste fotografie, è possibile leggere la storia delle persone che vengono ritratte: frammenti di passato, motivi dell’arresto, timore e speranze dopo il periodo trascorso dietro le sbarre.
(Via Ultimo)
Un mash-up di celebri film, star del rock, favole per bambini, personaggi storici e frammenti di cronaca. Per dirla con le parole di chi quel mash-up se l’è inventato, si tratta di un concentrato di “fantasy per l’infanzia e contemporanei incubi culturali”. Di qui nasce l’esposizione che si intitola The Sins of Attacus Finch e che forse non si potrà visitare, dato che si tiene a Los Angeles.
Ma, sebbene ci sia chi va dicendo che Internet è inutile perché non ha risolto i problemi dell’umanità (per approfondimenti si legga qui, qui e qui), talvolta la rete aiuta perché sopperisce laddove la fisicità non arriva. Nel caso specifico di Dave MacDowell, l’autore delle opere esposte, la ragione sta nel fatto che la mostra è disponibile anche sul sito dell’artista, oltre che su Flickr (dove si trovano altri suoi lavori) e su MySpace.
Il sito che raccoglie informazioni di dettaglio sulla vicenda è questo. E il blog Reporter pubblica oggi l’appello alle istituzioni: via il segreto di stato su Toni e De Palo. I giornalisti scomparvero a Beirut nel 1980 (qui il testo originale):
L’ordine dei giornalisti delle Marche ha chiesto di togliere il segreto di stato sulla vicenda di Italo Toni e Graziella De Palo, i due giornalisti scomparsi in Libano il 3 settembre 1980, dei quali non si hanno più notizie da quasi 29 anni. La domanda è stata presentata ufficialmente al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e ai presidenti di Camera e Senato.
I due giornalisti si trovavano a Beirut da una decina di giorni per documentare le condizioni di vita dei profughi palestinesi e la situazione politico-militare della zona. Era il 2 settembre 1980 quando uscirono dal loro albergo per raggiungere con una jeep del Fronte democratico popolare per la liberazione della Palestina al Castello di Beaufort, lungo una delle linee di fuoco.Un’occasione da non lasciarsi sfuggire, anche se certo presenta qualche rischio, tanto che il giorno prima ritennero opportuno comunicare la loro intenzione all’ambasciata italiana. Non fecero più ritorno: da quel momento si persero le loro tracce.
Lui è un professionista di lunga esperienza, profondo conoscitore dei problemi del Medio Oriente e redattore dei Diari, una catena di giornali regionali che l’editore Parretti in quegli anni sta lanciando in Italia; lei una giovane e coraggiosa collaboratrice di Paese Sera e de L’Astrolabio, la testata fondata e diretta da Ferruccio Parri, dalle cui colonne denuncia e documenta i traffici internazionali d’armi che avvengono in violazione degli embargo sanciti dall’ONU contro nazioni dell’area afroasiatica dalle politiche interne repressive o coinvolte in guerriglie o in vere e proprie guerre di aggressione.
Italo e Graziella non fanno più ritorno a casa. Le loro tracce scompaiono dal momento in cui lasciano quell’albergo. Comincia così una storia intricata, colma di misteri e di smentite, che vede coinvolta la nostra diplomazia e i nostri servizi segreti, all’epoca nelle mani del gen. Giuseppe Santovito e manovrati in Medio Oriente dalla misteriosa figura del col. Stefano Giovannone.
Per vederne di più, qui la puntata di La storia siamo noi dedicata alla vicenda.

Quattro gallerie fotografiche dedicate al Kosovo e ai moti che l’attraversano. Le pubblica Osservatorio Balcani e sono queste le esposizioni:
Alessandro Gilioli sottolinea giustamente che se passa la legge di erode all’interno del ddl sicurezza, accadrà questo:
Dopo le ronde e l’ambiguo obbligo-invito ai medici perché denuncino i malati clandestini, nei giorni scorsi è saltato fuori il comma Erode, le cui conseguenze sono spiegate in questo articolo di Sabrina Marinelli. Si tratta dell’articolo 45, comma uno, lettera F: introduzione dell’obbligo per gli stranieri di presentare il permesso di soggiorno per accedere a provvedimenti di stato civile. Cito da Sabrina:
Cosa comporterà nella pratica? Semplicemente che gli stranieri irregolari non potranno più registrare all’anagrafe la nascita di un figlio, con tutto ciò che ne consegue. Ogni bimbo sarà privo di identità, apolide e senza nome, cioè non esisterà. Sarà per sempre esposto ad ogni genere di difficoltà ogni volta che si troverà ad avere a che fare con la burocrazia, non potrà accedere all’istruzione né all’assistenza sanitaria e, ovviamente, essendo invisibile, non esistendo, sarà più facilmente esposto ad ogni genere di abusi e pericoli. Ma gli orrori non finiscono qui. I bambini, non potendo essere riconosciuti da mamma e papà, potrebbero risultare in stato di abbandono, anche non essendolo realmente, con il serio rischio che l’ospedale non possa consegnarli ai genitori. Alla madre non resterebbe che scegliere tra due rischi: partorire in ospedale, ma vedersi togliere il bimbo, o ricorrere al parto clandestino.
A proposito dell’ultimo libro, Luigi Milani, dopo quello di Pentiti di niente, ha realizzato il booktrailer di Il programma di Licio Gelli (qui la scheda del volume). Grazie, Luigi!
Nelle esperienze a capo dell’esecutivo, l’ex costruttore milanese si porta dietro conoscenze che risalgono a molto tempo prima. L’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, per esempio, ex direttore del quotidiano “Il Tempo” negli anni in cui era di proprietà di Renato Angiolillo, in rapporti – attraverso il salotto della moglie Maria – con Bruno Tassan Din, amministratore delegato della Rizzoli ai tempi della P2. In particolare, a mettere in relazione la signora Angiolillo e l’uomo della loggia di Gelli c’è una casuale intercettazione telefonica fatta da un radioamatore emiliano che poi vende la registrazione a un giornale. Ma questa si inabissa nei fascicoli scoperti dalla guardia di finanza durante l’ispezione del marzo 1981 degli uffici di Gelli, a Castiglion Fibocchi: Tassan Din le parla in quell’occasione dei guai finanziari di Calvi e le raccomanda di metterlo in contatto con ambienti politici e giudiziari che lo possano aiutare. Sempre durante la direzione Letta del quotidiano romano, un giornalista, Franco Salomone, fa a Licio Gelli un’intervista che esce nell’aprile 1981: Gelli, in quell’articolo, nega in termini drastici il coinvolgimento dei ministri Adolfo Sarti, Franco Foschi ed Enrico Manca e dei capi dei servizi Giulio Grassini, Giuseppe Santovito e Walter Pelosi e manda a dire a un intimidito Arnaldo Forlani, allora capo del governo, di non rivelare i nomi contenuti nella lista appena ritrovata.
Poi c’è Publio Fiori (tessera numero 1878, fascicolo 0646) che è stato vicepresidente della Camera dei deputati, sottosegretario al ministero delle poste e telecomunicazioni (1992, governo Amato), sottosegretario alla sanità (1993, governo Ciampi) e ministro dei trasporti e della navigazione (1994, primo governo Berlusconi). Democristiano ai tempi della Prima Repubblica e poi confluito in Alleanza Nazionale – contribuendone alla fondazione – dopo lo scivolamento della corrente Dc di Mino Martinazzoli verso le posizioni riformiste del Partito Democratico della Sinistra post-comunista, rompe con Gianfranco Fini nel 2005 a causa di questioni ritenute troppo laiche, come quelle relative alla fecondazione assistita. Così, al motto di “il vero centro siamo noi”, prima collabora alla creazione della Democrazia Cristiana per le Autonomie con Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma nel quarto governo Berlusconi e artefice di un ennesimo motto (“colpire un PM per educarne altri cento” nella campagna anti-magistratura), e poi si alterna in alleanze varie (Udeur di Clemente Mastella, Nuova Democrazia Cristiana e Federazione Democristiana) senza che la saga partitica appaia, al momento in cui si scrive, ancora finita.
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Con i fumetti si ridisegna la storia militare. Lo racconta il blog Danger Room di Wired parlando del lavoro di Kate Beaton.
Carlo Gubitosa è un intellettuale caratterizzato da una vivacità che lo fa spaziare in ambiti tra loro molto eterogenei per argomenti e campi d’applicazione. Wikipedia, per esempio, scrive di lui che “assieme a Riccardo Orioles, Lorenzo Guadagnucci e Andrea Semplici, […] fa parte di quel gruppo di giornalisti e scrittori italiani del nuovo millennio che si caratterizzano per la passione, l’impegno civile e la serietà del loro lavoro, pur restando intenzionalmente lontani dalla ribalta mediatica e televisiva”. A testimonianza poi delle diverse tematiche che segue, basti pensare a lavori suoi come Telematica per la Pace (con Alessandro Marescotti ed Enrico Marcandalli), Italian Crackdown, Genova, nome per nome. Le violenze, i responsabili, le ragioni. Inchiesta sui giorni e i fatti del G8 o i due splendidi Elogio della pirateria e Hacker, scienziati e pionieri. Ma avvicinandoci all’argomento legato a questo post, si pensi anche a Viaggio in Cecenia. La «guerra sporca» della Russia e la tragedia di un popolo. In proposito, Carlo è tornato a scrivere con l’articolo L’omicidio impunito di Anna Politkovskaja, pubblicato dalla rivista Mosaico di Pace e poi ripreso da Informazione pulita. Articolo che merita di essere letto e che riporto nelle righe che seguono.
“Anna è stata uccisa a causa del suo lavoro. Non vedo altre motivazioni possibili per questo efferato delitto”. Così diceva Vitaly Yaroshevsky, vice-direttore della “Novaya Gazeta”, subito dopo l’omicidio a sangue freddo di Anna Politkovskaja con cinque colpi di pistola alla testa e al petto. Uccisa nell’ascensore di casa sua il 7 ottobre 2006 a Mosca, Anna è la giornalista che nei suoi libri e sulle pagine della “Novaya” ha descritto meglio di chiunque altro la violenza della guerra in Cecenia e il rapporto di questa violenza con gli interessi di Vladimir Putin e del suo regime di oligarchi.
Di fronte ai mille interrogativi di questa esecuzione, la giustizia russa non è riuscita a fornire risposte, e il 19 febbraio scorso l’attività di due anni e quattro mesi di indagini, quattro mesi di processo e tre ore di camera di consiglio si è conclusa con un nulla di fatto. I 12 giurati della corte militare di Mosca, presieduta dal giudice Yevgeny Zubov, hanno assolto per insufficienza di prove con verdetto unanime i quattro imputati del processo.
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A questa vicenda il regista Mauro Bolognini dedicò un film uscito nel 1974 e lo intitolò “Fatti di gente perbene”. Perbene come la vittima, Francesco Bonmartini, un conte di origine padovana trapiantato per un po’ a Bologna, e come coloro che vennero condannati per il suo omicidio, in primis Tullio Murri e sua sorella Linda. Di autentica integrità era poi il padre dei due imputati, Augusto Murri, il “sommo dei clinici medici” che approdò nel capoluogo emiliano per insegnare nel suo ateneo e diventarne rettore tra il 1888 e il 1889.
Ma – elemento non secondario nella storia raccontata – quest’ultimo fu anche un innovatore nell’insegnamento e nell’educazione, ispirati entrambi a principi tardo positivisti, socialisti e laici. Per questo il “caso Murri” esplose sui giornali ben più che nelle aule di giustizia, anticipando di decenni campagne mediatiche che nel clamore troveranno i primi omologhi nelle traversie giudiziarie delle assassine Leonarda Cianciulli e Rina Fort (anni quaranta) o nella scandalosa morte di Wilma Montesi (1953). E fu un caso, quello dei Murri, che, al di là dello stabilire fatti e responsabilità in un assassinio, mise sotto accusa la libertà intellettuale di uno scienziato e il rifiuto di adeguarsi, tanto nella vita pubblica quanto in quella privata, al tradizionalismo della morente società ottocentesca.
Ma andiamo con ordine. Almeno dal punto di vista giudiziario, questa vicenda inizia il 2 settembre 1902 quando la polizia sfonda l’ingresso di un appartamento di Bologna, in via Mazzini. Già all’ingresso si ha conferma di quanto temevano la portinaia e l’amministratore del palazzo, insospettiti da un crescente miasma: il conte Francesco Bonmartini giace a terra, ucciso da numerose pugnalate, e lì si trova da giorni, a giudicare dallo stato del corpo. Dallo stato dell’appartamento invece si traggono le prime ipotesi: un letto sfatto, capelli lunghi sui cuscini, una bottiglia di vino e due bicchieri, un paio di mutandine femminili fanno pensare a un incontro extraconiugale. Inoltre un biglietto scritto da una donna fissa la data di un appuntamento per il 27 agosto precedente. Un giovedì, aggiunge la mano dell’autrice di quel breve scritto. Sempre le condizioni dell’alloggio sembrano raccontare anche altro: un cassettone forzato, i gioielli spariti, il denaro volatilizzato lasciano intuire una rapina.
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