Il programma di Gelli: più o meno sono tutti uomini di un presidente

Standard
Spread the love

A proposito dell’ultimo libro, Luigi Milani, dopo quello di Pentiti di niente, ha realizzato il booktrailer di Il programma di Licio Gelli (qui la scheda del volume). Grazie, Luigi!

Nelle esperienze a capo dell’esecutivo, l’ex costruttore milanese si porta dietro conoscenze che risalgono a molto tempo prima. L’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, per esempio, ex direttore del quotidiano “Il Tempo” negli anni in cui era di proprietà di Renato Angiolillo, in rapporti – attraverso il salotto della moglie Maria – con Bruno Tassan Din, amministratore delegato della Rizzoli ai tempi della P2. In particolare, a mettere in relazione la signora Angiolillo e l’uomo della loggia di Gelli c’è una casuale intercettazione telefonica fatta da un radioamatore emiliano che poi vende la registrazione a un giornale. Ma questa si inabissa nei fascicoli scoperti dalla guardia di finanza durante l’ispezione del marzo 1981 degli uffici di Gelli, a Castiglion Fibocchi: Tassan Din le parla in quell’occasione dei guai finanziari di Calvi e le raccomanda di metterlo in contatto con ambienti politici e giudiziari che lo possano aiutare. Sempre durante la direzione Letta del quotidiano romano, un giornalista, Franco Salomone, fa a Licio Gelli un’intervista che esce nell’aprile 1981: Gelli, in quell’articolo, nega in termini drastici il coinvolgimento dei ministri Adolfo Sarti, Franco Foschi ed Enrico Manca e dei capi dei servizi Giulio Grassini, Giuseppe Santovito e Walter Pelosi e manda a dire a un intimidito Arnaldo Forlani, allora capo del governo, di non rivelare i nomi contenuti nella lista appena ritrovata.

Poi c’è Publio Fiori (tessera numero 1878, fascicolo 0646) che è stato vicepresidente della Camera dei deputati, sottosegretario al ministero delle poste e telecomunicazioni (1992, governo Amato), sottosegretario alla sanità (1993, governo Ciampi) e ministro dei trasporti e della navigazione (1994, primo governo Berlusconi). Democristiano ai tempi della Prima Repubblica e poi confluito in Alleanza Nazionale – contribuendone alla fondazione – dopo lo scivolamento della corrente Dc di Mino Martinazzoli verso le posizioni riformiste del Partito Democratico della Sinistra post-comunista, rompe con Gianfranco Fini nel 2005 a causa di questioni ritenute troppo laiche, come quelle relative alla fecondazione assistita. Così, al motto di “il vero centro siamo noi”, prima collabora alla creazione della Democrazia Cristiana per le Autonomie con Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma nel quarto governo Berlusconi e artefice di un ennesimo motto (“colpire un PM per educarne altri cento” nella campagna anti-magistratura), e poi si alterna in alleanze varie (Udeur di Clemente Mastella, Nuova Democrazia Cristiana e Federazione Democristiana) senza che la saga partitica appaia, al momento in cui si scrive, ancora finita.

Da uomo d’istituzioni, inneggiando al ruolo della commissione di vigilanza della Rai o della Consob, nella sua attività parlamentare torna e sollevare la “questione morale” e nel 2004 propone la realizzazione di un organismo di controllo partitico che in parte rispecchi il modello del consiglio superiore della magistratura (ma si basi su designazioni politiche) e che abbia il compito di evitare corruzione e operazioni di tesseramento selvaggio. In altre parole, l’obiettivo è quello di impedire la lottizzazione dei seggi andando a toccare anche laddove fa più male: il rimborso delle spese elettorali. E se fa male, vuol dire che c’è qualcosa che non va: così la commissione potrebbe insediare uomini suoi ai congressi, sporgere denuncia all’autorità giudiziaria per turbativa dell’attività politica e comminare sanzioni a integrazione di un eventuale iter processuale. Per il resto, lo si ricorda per alcune proposte di legge, firmate insieme ad altri, sulle modalità con cui insegnare l’inno nazionale a scuola, per istituire il giorno della memoria sulle foibe, ma anche per il riconoscimento del servizio militare prestato alle dipendenze delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana.

Ma Fiori e Letta non sono gli unici. Fabrizio Cicchitto (tessera numero 2232 e fascicolo 0954 dopo un passato da militante socialista nella massimalista corrente lombardiana), per citare un altro politico ancora in piena attività, di carriera ne ha fatta. Dai tempi in cui, intimidito da ignoti persecutori che – sostenne in commissione P2 Tina Anselmi – avevano preso anche a pedinarlo, si affiliò in cerca protezione perché “in quel periodo […] la politica [era] in mano a banditi”. Ma a qualche anno dalla fine dell’esperienza piduista, entra nell’orbita craxiana e infine, spazzato via anche il Garofano dall’inchiesta Mani Pulite, confluisce in Forza Italia dove finisce per occupare posizioni dirigenziali. Nel frattempo è iniziata anche l’esperienza parlamentare (VII, VIII, XIV, XV e XVI legislatura) che lo porta in commissione bilancio alla Camera e in commissione industria al Senato e nel 2008 diviene capogruppo del Popolo delle Libertà a Montecitorio. OpenPolis.it, iniziativa telematica di monitoraggio dell’attività parlamentare che si interfaccia direttamente con le basi dati istituzionali, segnala che votò favorevolmente a indulto, ritiro dall’Iraq e intervento in Libano, ma lo dà anche come un grande assente in sede di voto: su 4.875 votazioni censite a novembre 2008, si è espresso solo in 469, meno del dieci per cento delle volte. Le altre era assente e non era segnato nemmeno “in missione”.

Continuando a sondare i nomi che compongono il mondo della politica attuale e che già negli anni della P2 avevano avuto un ruolo, si incontra anche il giornalista Gustavo Selva (tessera numero 1814 e fascicolo 0623). Imolese d’origine, Selva, da senatore di Alleanza Nazionale, era balzato agli onori (per la verità poco onorevoli) delle cronache il 9 giugno 2007 quando, invitato a un dibattito televisivo sull’emittente La7, si rese conto che tempo e traffico giocavano a suo sfavore: non sarebbe riuscito ad arrivare in orario. Almeno con normali mezzi privati. Per di più in quelle ore Roma era presidiata per una visita del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. Così, per sfrecciare nella ressa stradale capitolina senza alcun impedimento, chiamò il 118, il numero delle emergenze sanitarie, e ai paramedici diede un indirizzo, quello – disse – del suo medico. In realtà, via e numero civico corrispondevano agli studi della rete di proprietà di Telecom e dei suoi “trucchi da vecchio cronista” Selva se ne fece vanto davanti alla telecamera (diversi filmati che circolano tuttora in rete lo testimoniano). Ne seguì una discreta polemica politica con tanto di indagine della magistratura e una condanna inflitta dal Gup Maria Giulia De Marco a sei mesi di reclusione e a 200 euro di multa. E le annunciate dimissioni da senatore poi finirono in nulla (anche se il suo mandato si è concluso il 28 aprile 2008, con la fine della XV legislatura). Giornalista Rai e direttore di Radio2 ai tempi in cui era soprannominata “RadioBelva” per il suo viscerale anticomunismo, Selva ha sempre nicchiato a proposito del suo coinvolgimento con la P2, nonostante il suo nome sia risultato negli elenchi gelliani, e ha adito le vie legali contro chi lo ha sottolineato (come capitò al premio Nobel Dario Fo).

Invece Antonio Martino – economista che nella XVI legislatura, quella insediatasi dopo le elezioni del 13 e 14 aprile 2008, lo vede deputato per il Popolo delle Libertà e componente della quarta commissione difesa – non fece in tempo a iscriversi alla loggia P2: a quanto scrivono Gianni Barbacetto sul settimanale “Diario” e Marco Travaglio su “Voglio Scendere”, blog della casa editrice Chiarelettere, l’ex ministro della difesa durante il secondo e il terzo governo Berlusconi presentò la domanda di affiliazione, ma la guardia di finanza, su ordine dei magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, fu più rapida.

(Segue)

I post precedenti:

Il programma di Licio Gelli – Una profezia avverata
Collana Polifonia, Socialmente, 2009
ISBN 978-88-95265-21-6