Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/" title="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>

Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Archiviato per ‘racconti’ Categoria

Chi fosse Graziella Campagna, giustiziata dalla mafia ventidue anni fa, è storia poco nota. La sua vicenda avrebbe potuto essere più conosciuta, dato che era in già pronta una fiction che avrebbe dovuto raccontarla. Però la messa in onda è stata bloccata, come spiega Articolo 21. Perché?

Perché coincideva con l’udienza in Corte d’appello nel processo ai due mafiosi imputati dell’omicidio di Graziella Campagna [...]. Paura della televisione, come se i giurati di un processo potessero essere influenzati da una ricostruzione televisiva su l’oggetto del loro giudizio: come se l’orrore di quell’omicidio potesse esser meglio rappresentato in Tv di quanto non si possa fare con dovizia di particolari in un’aula di corte d’Appello. Come se si volesse separare la giustizia dal mondo, dalla realtà.

Oggi, durante il dibattito Vedo, sento, parlo, si diceva che è un tribunale che si potrebbe far influenzare da immagini televisive – anche laddove si ricostruisse una storia non fedele alla realtà dei fatti (ma non si può sapere se sia così oppure il contrario) – non farebbe in ogni caso un lavoro corretto. Per sentire il resto degli interventi (su questo e su altri argomenti), la registrazione è disponibile qui.

Si veda anche il post di Peter Gomez Una farsa pericolosa.

L’avevano tanto amata

Il signor Pandolfi lo vedevi subito che aveva un peso sul cuore. Non tanto per il suo abbigliamento, tipico di chi sta subendo una grave perdita, nero di fuori a indicare il plumbeo che ha di dentro. Quanto, piuttosto, per le occhiaie, l’espressione smarrita, le palpebre arrossate non celabili dalle lenti scure sfoderate in una giornata grigia.
Rossani l’aveva visto avvicinarsi. Le vetrine sulla sua agenzia di pompe funebri erano fumé fuori, ma chi stava dentro poteva controllare chi passava lungo la strada. Così non aveva avuto problemi nello squadrare l’ometto esile e incerto che stava suonando al campanello. «Un novello vedovo, mi ci gioco il cofano,» si sfidò il becchino. E vinse, come sempre.
La serratura scattò per cedere il passo a Pandolfi il quale, senza scandire una parola né seguire un’indicazione, raggiunse l’ufficio di Rossani nel soffuso friscio delle scarpe strascicate sulla moquette tendente al bruciato.
«Dunque…» esordì lo smilzo.
«Dunque…» gli fece eco Rossani.
«Mia moglie…»
«Condoglianze.»
«Grazie.»
«Mi dica come posso aiutarla…»
Pandolfi, che si era piazzato davanti alla scrivania del suo interlocutore, torse il collo abbastanza per valutare la distanza della poltroncina riservata ai dolenti clienti. E facendo un passo indietro, riportata la testa in posizione naturale, vi si sedette mentre Rossani recuperava il modulo d’ordine e, con espressione di rassegnata serenità, afferrava una stilografica.
«La signora, qual è il suo nome?»
«Anna. Anna Ricotti in Pandolfi.»
«L’evento è accaduto in ospedale o a casa?»
«A casa,» rispose Pandolfi soffiando fuori la risposta come se fosse il bronco di un tisico.
«Dunque è là che dobbiamo… intervenire?»
«Sì, là.»
«E…»
«Scusi se la interrompo,» irruppe l’ometto con sorprendente vigore, «mi prometta, ma me lo prometta davvero, che farete un lavoro con tutta la cura dovuta. Il suo saluto deve essere indimenticabile. Indimenticabile per me, si intende.»
«Certo, si intende.»
«Da me voleva sempre quanto di meglio il mondo potesse offrirle. Non posso tirarmi indietro ora.»
«Comprendo.»
Pandolfi vide il funesto professionista iniziare a prendere appunti, afferrare un catalogo e invitarlo a scegliere legno, fregi, raso per il rivestimento interno, materiale per l’imbottitura. E ancora fiori, tipologia delle corone, testo del necrologio, giorno e orario per la funzione religiosa. Eseguì, fu diligente come uno scolaretto che voglia farsi bello con la supplente, accostò squisitamente i colori e non si fece pregare quando si trattò di afferrare il libretto degli assegni per una dovuta caparra.
«Vediamo. Ora sono le 11.35. Saremo da lei entro l’una. D’accordo?»
«Benone.»
Allora i due si alzarono e Rossati seguì Pandolfi lungo il corridoio che conduceva all’uscita.
«Prometta ancora. Indimenticabile,» chiese di nuovo l’ometto girandosi prima di inforcare la porta.
«Indimenticabile.»
«Ha sempre voluto il meglio. Da me e da tutti coloro che l’hanno amata negli anni del nostro matrimonio.»
«Si intende.»
«Grazie.»
«Signor Pandolfi, non mi ha ancora detto quando è morta la signora.»
L’ometto, che era già sul gradino esterno, tornò a voltarsi e rispose come se fosse la domanda più idiota che gli fosse mai capitato di udire.
«Entro l’una, in tempo perché possiate preparare tutto.»

  • 1 commento
  • Scritto per racconti
  • Fame

    “Se aspettavi ancora un po’, oltre alle collanine, di là ci lasciavo anche qualcos’altro. Per di più tra mezz’ora sarà buio e si assieperanno tutti fuori. Muoviamoci”. Ivica era nervosa e apostrofò Rade in malo modo quando finalmente lasciò la dimensione dell’inquisitore e riapprodò al presente. Credeva che il ragazzo le serbasse ancora rancore per non averlo seguito subito quando Emir lo aveva abbandonato come un randagio riottoso sull’autostrada. Ma nel momento in cui Rade stava per replicare, il suo biondo compagno sbiancò di fronte a un manifesto, di quelli che se fossero nel far west inizierebbero con “Wanted” e sotto riportano una foto. La foto stavolta era sua ed era accompagnata da un inequivocabile annuncio. “Quest’uomo è all’origine dell’infezione. Chi non ha ancora subito cambiamenti, ne stai lontano e scriva a questo indirizzo”. Seguiva, un po’ assurdamente, un indirizzo di posta elettronica.
    Dejan e Miograd avevano un motivo in più per inseguire Ivica e Rade. L’epidemia si era diffusa con una velocità impressionante. Se le strade che la coppia percorreva erano fino a poche settimane prima sufficientemente trafficate da far maledire il signor Ford e il suo rivoluzionario modello produttivo, ora diventava raro incrociare un altro veicolo. Anzi, non se ne incrociava più nessuno. Spostarsi con la luce era reso difficoltoso dalle tempeste di vento che, con puntualità quotidiana, battevano indistintamente le regioni attraversate. La notte, invece, qualsiasi movimento che non fosse l’autodifesa era pressoché impossibile.
    Dejan ormai sapeva dominare abbastanza la sua mente perché non partisse inavvertitamente una raffica di evocazioni. Evocazioni che, del resto, si stavano dimostrando sempre più inefficaci via via che gli essere umani diminuivano: sortiva ancora effetti sulle vittime del torpore, ma sui trasformati non poteva nulla. Quasi inutilizzabile anche il necronium: le sue formule permettevano ancora la levitazione, il passaggio sulle acque o la possessione di corpi altrui. Ma le comunicazioni con le poche sacche di resistenza erano ancora possibili solo attraverso i satelliti non ancora andati in crash. Dunque, laddove quel libello non aveva più potere, arrivava il palmare che Dejan si era procurato in un ingrosso di elettronica deserto.
    Lo strumento, inizialmente più impenetrabile delle potenti alchimie valacche, era stato domato a suon di pagine di manuale d’istruzioni e qualche colpo fortuito nella selezione dei comandi. E ora era divenuto indispensabile per la corrispondenza che Dejan aveva ripreso con una vecchia conoscenza, Vassili Mitrovic, anziano antropologo macedone che aveva trascorso lunghi anni documentandosi su leggende e superstizioni dell’Europa orientale. Lo studioso, tanto devoto alle tradizioni quanto incuriosito dalla tecnologia, era entrato a sua volta in contatto con un altro superstite, Aleksandar Visljic. Accorciata la barba rossiccia e abbandonata l’idea di essere rimasto l’ultimo uomo sulla faccia della terra, quest’ultimo aveva condiviso con Mitrovic i risultati delle sue ricerche sulla fisiologia dei nuovi esseri. E una su tutte era stata determinante per risalire all’origine dell’epidemia: la scoperta di una variante della xenopsylla cheophis, ospite del rattus rattus, quel roditore ritratto anche da Murnau e che vai a sapere perché aveva subito una mutazione rendendola resistente a qualsiasi attacco antiparassitario.
    Se ora la dinamica trasmissiva dell’infezione era più chiara, i tre uomini avevano aggiunto anche l’ultimo tassello trovandolo non nei vetrini da microscopio o nei trattati di ematologia. Lo avevano cercato nel posto giusto, la statistica, che, messa in relazione con la cronologia degli eventi degli ultimi trent’anni, aveva fatto digitale a lettere maiuscole a tutti a tre esalutazioni soddisfatte.
    I primi casi di torpore, stato antecedente alla trasformazione, erano stati registrati nel villaggio di Petrovci, convertito all’abbandono di qualsiasi attitudine alimentare che comprendesse carne, latte e suoi derivati e uova. Se il comizio di un buffo individuo che tutti credevano un ultranazionalista a guardare abbigliamento e modi era stato seguito da un improvviso temporale dopo settimane di un vento secco e corrisivo, avvenimenti meravigliosi avevano iniziato a manifestarsi proprio lì.
    Successe che, durante la raccolta della soia, un mezzo agricolo investì e uccise sul colpo il gatto della moglie del capo villaggio. Un dramma per l’intera comunità, un lutto collettivo che avrebbe potuto risucchiare anche il suo primo cittadino, vessato com’era dall’inconsolabile consorte. La bestia, di per sé, i suoi begli anni ce li aveva: diciotto, per la precisione, trascorsi tra cuscini di broccato e gourmé degno della miglior gastronomia. Ma la sua tragica quanto improvvisa scomparsa rischiava di gettare la tranquilla vita politica del paese in un’anarchia poco salutare per il nascente turismo che rimpinguava le casse pubbliche.
    Ecco inaspettatamente che, sospirato come l’alba che ormai ogni notte Dejan, Vassili e Aleksandar attendevano impazienti, a quell’epoca era comparso un novello Gesù Cristo, Rade. Il quale, con la sola imposizione delle mani, aveva riportato in vita il gatto, risparmiato il sindaco dall’incolmabile vuoto della moglie e restituito al villaggio il suo futuro di ricca mecca per latifondisti e reazionari con tendenze salutiste. A quella resurrezione ne erano seguite altre, ma man mano che la nomea e i miracoli del platinato profeta si diffondevano, ecco presentarsi i primi casi di torpore: sempre maggiore era il numero di chi accusava inizialmente stanchezza, inappetenza e pallore eccessivo per arrivare a non destarsi più. Non destarsi almeno finché non calavano le tenebre e la sveglia era suonata da una fame atavica e orribile.

    Il racconto prende ispirazione (diventandone un po’ miscuglio, incontro e continuazione) da “Ninna Nanna” di Chuck Palahniuk, “Nicolas Eymerich, Inquisitore” di Valerio Evangelisti e “Io sono leggenda” di Richard Matheson

  • 1 commento
  • Scritto per racconti
  • Acqua e sapone

    Levati quell’espressione atterrita. Nulla di personale, Sconosciuto. È lavoro. No, non so come ti chiami, non l’ho chiesto. Non lo faccio mai. Il Capo mi passa indirizzo e foto. Io mi apposto, osservo, rilevo i dettagli: una questione di poche ore. Fa parte del mio compito, della mia professionalità. Del resto, se non fossi accurato, avrei già chiuso bottega. Invece eccomi qui, Numero 202, è il tuo turno. I motivi? Non chiederli a me. La domanda, piuttosto, dovresti girarla a te stesso. Che hai fatto? Trucchetti che ti avrebbero levato dagli impicci? Non funziona, Sconosciuto. Ne ho visti altri come te: un maneggio qua, uno là e poi siete fottuti. Peccato che ve ne rendiate conto solo quando mi presento io. Se sono un esattore? Non sono venuto per denaro o documenti. Ancora domande? Non è la procedura. A che ti serve sapere? Mi vuoi raccontare la tua storia? Ho capito, la vuoi buttare sul personale. Le ho lette anche io le tue teorie: quando la preda si trasforma in uomo, smette di essere preda. Lascia stare. Ci hanno già provato. Una domanda te la rivolgo io: mi puoi indicare il bagno? No, non ci devo andare ora. È per dopo: sono una persona pulita, oltre che accurata. Mi piace il sapone, mi piace quando la schiuma si fa sempre più fitta. L’igiene è una questione mentale: la realtà si specchia meglio dentro la testa se trova superfici limpide fuori. Girati. Ho detto girati. Grazie.
    Da che parte diceva? Sì, in fondo a sinistra. Banalmente scontato. Acqua, sapone, la salvietta trenta per venti che porto sempre con me, una ripassata per le impronte.

    Dal quotidiano del giorno, in cronaca. Titolo: Omicidi acqua e sapone. Sommario: Da indiscrezioni degli inquirenti, indizi importanti arrivano dall’analisi degli scoli. Occhiello: La risposta va cercata negli scarichi.

    Touché.

  • 1 commento
  • Scritto per racconti
  • Wikileaks affair


    A (s)proposito


    Foto Carlo Beccaria
    Per scrivermi, l'indirizzo è
    antonella[at]beccaria.org

    Sottoscrivi i feed RSS Inviami una mail Ascolta i miei podcast Seguimi su Flickr
    Seguimi su Twitter Seguimi su FriendFeed Seguimi su Facebook Seguimi su Scrive.it

    In libreria


    Piccone di Stato
    Piccone di Stato
    Collana Igloo
    Nutrimenti | Acquista

    PhotoStream

    Antiracist demonstration, Florence, 2011 dec 15Antiracist demonstration, Florence, 2011 dec 15Antiracist demonstration, Florence, 2011 dec 15Waiting forJewish long home / 1Jewish long home / 2

    In lettura


    Situazione disperata ma non seria

    Situazione disperata ma non seria
    di Robert Shaw
    Garzanti

    Ultime letture


    ADV



    Text Link Ads



    Licenze sui contenuti

    Creative Commons License
    I contenuti di questo blog, laddove non diversamente specificato, sono rilasciati con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia

    Da Twitter


    Ultimi commenti

    Categorie

    Archivio


    Credits

    Copyleft © - "Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria" è realizzato con WordPress ed è ospitato da Carlo Beccaria. Il tema Illacrimo è stato creato da Design Disease e LifeSpy. La personalizzazione è opera di Claudio Cicali.