Esportazioni italiane e lo “Stato” dei missili

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Con una maggioranza parlamentare di destra, le buone notizie corrono veloci. E, leggendo in giro, pare che sia vero che, almeno per alcuni settori, le esportazioni siano in aumento. Il settimanale Left, in un reportage pubblicato qualche giorno fa, lo conferma e non si può dire di certo che sia un organo al soldo dei vincitori delle elezioni. Infatti, dice subito nel sommario Sofia Basso, la giornalista che si è occupata dell’argomento:

In due anni l’export di armi made in Italy è aumentato del 74 per cento. Nella metà dei casi, è finito in Paesi non Nato. Per il 2007 spicca la fornitura di intercettori antiaerei al Pakistan.

E prosegue:

Mentre in Pakistan infuriava la più sanguinosa campagna elettorale della storia del Paese, l’Italia autorizzava Mbda, partecipata Finmeccanica, a vendere al generale Musharraf 443 milioni di euro di missili antiaerei “spada”. Un sistema con funzioni difensive ma molto sofisticato, in grado di colpire contemporaneamente quattro obiettivi mobili […]. La maxicommessa con il Pakistan ha fatto segnare un nuovo record all’export di armi italiane, che nel 2007 ha incassato autorizzazioni per quasi 2,4 miliardi di euro, il 9,4 per cento in più del 2006, che già aveva marcato un incremento del 61 per cento rispetto all’anno precedente.

E se questi dati si riferiscono ovviamente a competenze governative diverse da quelle attuali, sarà interessante vedere se il trend si mantiene.

La verità è dietro l’angolo anche per la “piccola Ustica”?

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Ilaria Alpi e Miran HrovatinEsattamente quattordici fa anni si consumava una vicenda che ho sempre cercato di seguire con attenzione: l’omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, assassinati il 20 marzo 1994 a Mogadiscio proprio mentre i contingenti militari stavano preparando i bagagli e – questione di ore – se ne sarebbero andati senza che in Somalia si fosse risolto nulla. Qualche anno dopo, le indagini su questo duplice omicidio hanno intersecato quelle per una serie di violenze denunciate da un ex maresciallo della Folgore, Francesco Aloi, e compiute, secondo quanto raccontò il sottufficiale, da appartenenti dell’esercito italiano.

A Milano ebbi l’occasione di intervistare i somali che sarebbero stati le vittime di questi atti e, per una rivista con cui collaboravo ai tempi, la pubblicai (in questo periodo sto cercando di ritrovare quel pezzo in qualche vecchio backup). Tra il materiale cartaceo che ho, però, mi è recentemente capitata tra le mani la lettera che segue. La scrisse dopo l’uscita di quell’intervista un militare italiano che, usando le iniziali a titolo di firma, protestava per i racconti dei cittadini somali. E aggiunge – in conclusione – che la verità su certi fatti “è semplice ed è sempre dietro l’angolo”. Può darsi e, se fosse, sarebbe ora di dimostrarlo. Ma ciò non può dirsi per il caso Alpi-Hrovatin, diventato una “piccola Ustica“, e sarebbe utile, se non fondamentale, avere testimonianze autentiche sui fatti che si consumarono in Somalia durante l’operazione Ibis. Peccato che dopo quattordici anni si sia ancora qui a farsi domande mentre c’è chi, a nome delle istituzioni, si è recentemente permesso di mettere in dubbio la professionalità di chi, per il suo lavoro, è stato assassinato. Per l’indagine poi è stata pure chiesta l’archiviazione. Tornando alla lettera, ecco nelle righe che seguono ciò che scrisse il militare italiano.

Gentile redazione,

ho letto nel vostro numero di questo mese l’articolo inerente la situazione attuale in Somalia e sono rimasto male senza aggiungere frasi di indignazione, stupore o altro. All’epoca, tra il luglio del 1993 e il novembre dello stesso anno, mi trovano ad essere impegnato proprio già in Somalia per l’operazione Ibis in qualità di pilota carro, mitraglere, fuciliere assaltatore ed infine furiere con il graod di caporal maggiore presso, prima a Mogadiscio 185° Draghi Parà Folfore, di poi 78° Rgt Lupi di Toscana lungo il confine dell’Etiopia a Baled Uein. Ho partecipato agli scontri dal 9 al 14 ottobre 1993 durante i quali sono rimasto ferito per un incidente tecnico del carro e non per granata o proiettile.

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Dalla rete: reportage di Jasmina Tešanović sul “giorno dopo”

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  • Jasmina Tešanović, The Day After / Kosovo:

    No visas for bad Serbs, who shun the world to be swiftly shunned in turn. Police have arrested 190 people. The impressive damage to the town is still being estimated: burned cars, destroyed traffic lights, burned apartments, smashed shops. Five hundred people were hurt, mostly Serbian riot policemen. One Czech citizen is in critical condition. Last night during the escalating violence my friends from Italy, Norway and Kosovo phoned me: Nora from Kosovo offered me her own home if I don’t feel safe within Belgrade. Nora admitted that it sounded nonsensical, but it was a sincere offer.

Belgrado, ricordi dal passato e incertezze sul futuro

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L’errore, oggi come negli Anni Novanta, sarebbe quello di credere che tutti i serbi la pensano e agiscono così. Quella che segue è un’intervista che risale a qualche tempo fa ormai e che ben rende ciò che sono stati gli ultimi due decenni da quelle parti.“Milosevic? Ha deviato un percorso di risveglio nazionale verso un autoritarismo nazionalista”
Ricordi dal passato e incertezze sul futuro
Parla Djordje Ristic, giornalista di Belgrado che, da uomo libero di esprimere la sua opinione, traccia un bilancio degli anni della dittatura e della ricostruzione in corso

“Quanto Tito morì, si diffuse un’ansia generalizzata, un’ansia sul nome del successore che fu una presenza costante tra la gente. Questo accadeva anni prima che Milosevic si insediasse al potere e trascinasse il paese in un incubo”. Djordje Ristic ha sessantatré anni ed è un giornalista in pensione che, non rassegnato a lasciare una redazione, ha fondato una rivista automobilistica che ora è il suo orgoglio. Oggi vive giornate tranquille, cadenzate dal numero mensile da chiudere e dal circolo nautico sulla Sava, il “Jedrilicarski Klub Gemax”, di cui è presidente e che vanta una delle più forti squadre di vela dei Balcani. Sicuramente più tranquille di quando, professionista dell’informazione, si era trovato suo malgrado a fare i conti con la censura, le pressioni che arrivavano dall’alto, dall’impotenza di fronte a una situazione nazionale e internazionale che si andava deteriorando anno dopo anno.

Al momento della successione, qual era l’opinione su Slobodan Milosevic?

Suscitava diffidenza sia all’interno che all’esterno del partito. Non era ritenuto al livello di Tito che, nonostante i limiti della sua applicazione del socialismo reale, garantiva ai cittadini la loro dignità sociale. Su Milosevic si può formulare solo una considerazione: ha avuto una grande abilità sostanziale che è stata quella saper cavalcare il risveglio di un grande movimento nazionale serbo. Un movimento che serpeggiava un po’ ovunque e che era particolarmente vivo in Kosovo. Ma si trattava appunto di un movimento nazionale, che si concretizzava in un’atmosfera di libertà, nella voglia di manifestare, nel reclamare i propri diritti. Non aveva una connotazione nazionalista. Il dittatore si dichiarava comunista, ma non era neanche questo. Riuscì a farsi capofila del nascente sentimento di ripresa culturale e politica serba per imbrigliarlo verso posizioni autoritarie sempre più soffocanti.
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World Press Photo: il soldato sfinito, ritratto di una nazione

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Tim Hetherington, UK for Vanity Fair - World Press Photo of the YearIl World Press Photo è una specie di leggenda tra i fotogiornalisti, il corrispondente del Pulitzer per chi scrive e quest’anno l’immagine dell’anno è stata scattata dal britannico Tim Hetherington per Vanity Fair a Korengal Valley, in Afghanistan, lo scorso 16 settembre. Qui la descrizione completa della fotografia, considerata la migliore con questa motivazione:

This image shows the exhaustion of a man – and the exhaustion of a nation. We’re all connected to this. It’s a picture of a man at the end of a line […]. I use all my energy to have people notice bad things. There’s a human quality to this picture. It says that conflict is the basis of this man’s life.

Oltre all’immagine di Hetherington, sono consultabili l’elenco dei vincitori per le singole categorie e la galleria

La Somalia e la sua guerra senza fine

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La Somalia continua, piuttosto silenziosamente, a essere alle prese con la sua guerra che, dopo tempo che lo si diceva, vede andare via anche le organizzazioni mediche che a lungo ha operato sul territorio. Intanto prosegue l’attività in memoria di Ilaria Alpi, uccisa con Miran Hrovatin a Mogadiscio quattordici anni fa, con il bando 2008 del premio giornalistico alla giornalista dedicato.

  • RaiNews24, Medici senza Frontiere lascia la Somalia:

    L’organizzazione umanitaria ‘Medici senza Frontiere’ (MsF) ha deciso di lasciare la Somalia dove operava su larga scala da 16 anni. La decisione, si spiega, fa seguito all’attacco compiuto contro un loro gruppi di operatori lo scorso 28 gennaio in prossimita’ di Chisimaio, nel sud della Somalia: cinque persone vi persero la vita, tra loro un tecnico francese ed un chirurgo keniano. “Attacchi intollerabili ed oltraggiosi”, li definisce la nota. Il ritiro delle 87 persone di Msf che operavano su 14 progetti in Somalia e’ gia iniziato.

(Via Sbarrax)

iConflict.com per raccontare la guerra e condividerne le storie

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Ufficialmente iConflict.com è un progetto che partirà da febbraio. Ma il relativo blog è attivo dallo scorso novembre per raccontare, condividere e discutere informazioni legate a conflitti e aree di crisi in giro per il pianeta. Queste le parole con cui il progetto al momento si presenta (e presenta il proprio futuro):

Now, people you network and connect with: first responders, relief workers, volunteers, citizens living amidst conflicts, can share their experiences with the world by uploading images and videos to iconflict.com, from their computers, cameras or cell phones. They can also blog about daily life from their vantage point, and become a part of the iConflict blogging network, called Blogflict. Users can upload news stories, comment on posted stories and use their voice to engage in an active dialogue on news events with our other online community members.

A myriad of other features will exist on the site. These include: originally produced video newscasts from our offices in New York and Washington, DC that will be syndicated on itunes and youtube, online discussion and commentary on user submitted news stories, interactive data mashups on countries in conflict, applications on external social networking sites, and other innovations that will make iConflict the premiere destination for users seeking information on international conflicts.

Elezioni, Kenia e media per adesso gli argomenti più dibattuti anche su un gruppo appositamente creato su Facebook.

Dispacci dal fronte, undici storie mai raccontate

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Dispacci dal fronte - Storie mai raccontateDispacci dal fronte – Storie mai raccontate (collana Libertà di stampa, Ega Editore):

Undici reportage, undici modi di raccontare i fatti, ma anche undici differenti scuole gornalistiche a confronto, in un libro che rende omaggio al difficile mestiere dell’inviato di guerra. Alcune importanti firme del giornalismo italiano raccontano la guerra così come viene vissuta sul campo, senza aggettivi, senza la retorica della comunicazione mass-mediatica.

Undici inviati speciali: articoli inediti sui più recenti conflitti che hanno infiammato il mondo contemporaneo, un reportage fotografico che documenta la tragedia della guerra, di tutte le guerre. Ancora una volta Reporters sans frontières dimostra di stare dalla parte dell’informazione libera, della cronaca senza condizionamenti.

Ilaria Alpi, il prezzo della verità: romanzo a fumetti

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Ilaria Alpi, il prezzo della veritàNella collana Cronaca Storica della casa editrice Becco Giallo esce il libro Ilaria Alpi, il prezzo della verità, trasposizione a fumetti della vicenda che ha portato all’omicidio, nel marzo 1994, della giornalista di RaiTre e del suo operatore, Milan Hrovatin, assassinati a Mogadiscio nei giorni se ne stavano andando le truppe confluite in Somalia per l’operazione ONU Restore Hope. Sceneggiato da Marco Rizzo e disegnato da Francesco Ripoli, il romanzo – che inizia dalla fine per risalire agli elementi (il traffico di armi, i rifiuti tossici nocivi e i traffici illeciti) che presumibilmente hanno portato all’assassinio dei due giornalisti – è (parzialmente: ci sono solo un paio di tavole) scaricabile dal sito LoSpazioBianco.it che pubblica anche un’intervista ai due autori. Rizzo in proposito racconta:

Elementi chiave dell’inchiesta o personaggi dentro certi coni d’ombra non sono stati nemmeno presi in considerazione dalle indagini ufficiali. Non pretendo che il nostro fumetto racconti la verità assoluta, né che il nostro lavoro si sovrapponi a quello dei magistrati, ma di certo abbiamo sentito diverse campane e abbiamo fatto affidamento su materiali diversi, su fonti anche contrastanti, per giungere ad un resoconto verosimile.

Qui è disponibile il booktrailer del libro il cui editore per sette volte in precedenza ha affrontato alcuni dei fatti più bui della storia recente. Tra questi, la strage alla stazione di Bologna, il sequestro Moro, l’abbattimento del DC9 di Ustica, Marcinelle e Porto Marghera.

Aggiornamento del 29 novembre: a proposito di informazione e Somalia, questa mattina PeaceReporter ha pubblicato questa notizia breve, Vietato ai giornalisti di intervistare i ribelli:

Il sindaco di Mogadiscio ha vietato ai media somali di pubblicare interviste con dichiarazioni di oppositori del governo, o di raccontare delle operazioni militari e l’esodo dei rifugiati dalla città. Lo hanno riferito oggi i capi dei principali media somali. Le misure annunciate dal sindaco, ed ex signore della guerra, Mohamed Dheere, hanno messo ulteriore pressione sui giornalisti che durante l’ultimo anno hanno dovuto fronteggiare una serie di attentati, arresti e minaccie dalle parti in conflitto. I reporter locali corrono ogni giorno altissimi rischi per raccontare le violenze quotidiane, soprattutto a Mogadiscio. Sette giornalisti sono morti quest’anno e i colpevoli non sono stati ancora trovati.

Unsubscribe-me.org: aspettando i carcerieri

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Si chiama Unsubscribe-me.org la campagna – anzi, il movimento – del gruppo britannico di Amnesty International per combattete il terrorismo, ma per combattere anche chi usa la “guerra al terrore” come strumento di oppressione. Infatti:

For too long the ‘war on terror’ has been used to justify acts of torture, ‘rendition’, discrimination and unlawful detention. Amnesty acknowledges that the perpetrators of terrorism must be brought to justice but believes this should be achieved without eroding the very values we are fighting to defend.

Governments, including the UK’s, have manipulated public fears, exploiting them to excuse actions that under normal circumstances would never be thought of as acceptable.

Actions that include the rendition and detention of terror suspects without adequate legal representation or fair trial in prisons like Guantanamo Bay. Prisons where guards are ordered to use torture to break the will of detainees in order to obtain information.

The rule of international law and the protection offered by fundamental human rights mechanisms is being seriously violated. Governments assume you support such actions in the ‘war on terror’ but the truth is you’ve never been given a choice.

Until now.