Ci sono stati dei disordini: al G8 del 2001 accadde di tutto e non si può dimenticare

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Ci sono stati dei disordini di Luigi MilaniLuigi Milani mi aveva inviato tempo addietro il manoscritto. E finalmente Ci sono stati dei disordini, romanzo ambientato nei giorni del G8 di Genova del 2001, è diventato un libro per i tipi di Arduino Sacco Editore. Di seguito la prefazione scritta per questo bel testo (accanto al quale è stato creato anche un blog e una pagina su Facebook).

Il G8 di Genova rimane una ferita aperta nel recente passato italiano. Da quel luglio 2001 sono passati quasi dieci anni: un tempo infinitesimale sulla linea del tempo ed enorme per chi ricorda i fatti che sconvolsero una città riportando alla memoria (diretta o formatasi sui libri, dipende dall’età) gli scontri del giugno 1960 quando – a quindici anni dalla fine della lotta di Resistenza – venne dato il nulla osta al sesto convegno nazionale del Movimento Sociale Italiano.

Genova è una città complessa. A costituirne la complessità è la conformazione del territorio, che mischia il mare agli Appennini in una rapida e tortuosa ascensione di palazzi e strade. Il suo centro storico, immortalato nelle ballate di Fabrizio De Andrè e nelle canzoni di Ivano Fossati, ha ispirato gli artisti e al pari si è prestato a nidi di criminalità comune che talvolta hanno fatto innervosire la popolazione dei carrugi. E nel decennio precedente era balzata agli onori delle cronache per i delitti di Donato Bilancia, uno di quelli che, con una punta di morboso orgoglio e di attraente repulsione nazional-popolare, è passato alla storia della nera come uno dei rari assassini seriali italiani.

Genova è una specie di Marsiglia. Di quella Marsiglia che Jean Claude Izzo ha ritratto così spesso nei suoi romanzi. E a proposito della località della Costa Azzurra, forse perché somiglia alla sua omologa francese, il capoluogo ligure ha visto ancora nel 2010 finire in manette un componente della famigerata banda dei marsigliesi, quella capitanata da Albert Bergamelli e che cadenzò la saga del crimine italiano venendo poi spazzata via altrove, nella Roma della banda della Magliana. Nei bassi del centro storico (un censimento urbanistico del 2006 ne ha contati oltre duemila), le autoctone prostitute sulle soglie sono state soppiantate dalle ragazze che arrivano dall’Est e dalla Nigeria, in mano a racket che, per quanto relativamente recenti, si sono fatti presto conoscere per spietatezza. E là i cittadini si sono sentiti spesso abbandonati, tanto da improvvisarsi investigatori e girare con i cellulari filmini che testimoniano lo spaccio per spingere le forze dell’ordine a intervenire. È una città in cui ci si può perdere, Genova, e che all’improvviso si apre sul porto vecchio, con un acquario dai pesci tristi e locali di moda che richiamano antiche architetture navali.

A Genova si vuole fare il G8 del 2001? La domanda rimbalzava fin dall’estrema fine degli anni Novanta, consapevoli che, da qualunque parte della zona rossa si guardasse la situazione, si rischiava il massacro. I successivi fatti di Seattle e ancor più di Göteborg avevano fatto ben capire che la repressione contro il movimento no global poteva riservare una ferocia che non guardava in faccia a nessuno. E a chi rispondeva che Davos e Porto Alegre testimoniavano che si poteva contestare costruendo e lasciando lontana la violenza, si dava ragione. Ma si continuava a guardare con timore a ciò che in Liguria poteva accadere.

E che accadde. Piazza Alimonda, dove il 20 luglio 2001 morì Carlo Giuliani per mano di un carabiniere. L’assalto alla scuola Diaz con la “macelleria messicana” che si consumò all’interno a causa dell’irruzione della polizia. Le sevizie fisiche e psicologiche che subirono – al di là di qualsiasi garanzia costituzionale e, ancor prima, di qualsiasi diritto dell’uomo – i fermati durante le manifestazioni e tradotti nella caserma di Bolzaneto. Ecco, questi sono stati solo alcuni – i più famigerati – dei fatti che accompagnarono quei giorni. Ma poi ci sarebbe da ascoltare e trasmettere il racconto di ognuno dei manifestanti perché ognuno di loro ha una storia, una prospettiva, per dare corpo a una tragedia che assunse connotati internazionali.

A quanti di noi è capitato di incontrare qualcuno che c’era? C’è il padre che aveva accompagnato la figlia diciottenne e che riuscì a farle schivare i budelli predisposti dai piani dell’ordine pubblico perché si ricordava cosa succedeva negli anni Settanta. C’è poi il poco più che ventenne che i disordini da anni di piombo li ha forse solo sentiti nominare e che resta a bocca aperta di fronte alle forze dell’ordine che non intervengono quando i black bloc danno fuoco al portone del carcere di Marassi, quasi che tra gli uni e gli altri ci fosse un tacito accordo. C’è anche chi se ne stava in un media center, davanti al proprio computer, per diffondere in rete i comunicati dei movimenti e che mai più pensava di trascorrere i mesi successivi a sognare le urla dei reparti mobili che facevano irruzione.

Luigi Milani, avvalendosi degli strumenti che la narrativa mette a disposizione, ne racconta una di quelle storie. Libera reinterpretazione di una vicenda vissuta o episodio mai accaduto non è importante. L’importante è il racconto della casualità. Di quella casualità che ti fa decidere dall’uno al due, senza riflettere troppo perché non c’è tempo o voglia, che ti fa scegliere a un bivio quale strada inforcare. Destra o sinistra? Verso il mare o verso le alture? Nessuna opzione fornisce un suggerimento, nessun segno è indicatore di un presagio. Scegli e può non accadere niente. Oppure può accadere tutto. Senza possibilità di tornare indietro. E allora si va avanti, nella consapevolezza che a quel punto l’unico fattore determinante diventa non dimenticare. Mai più.

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