Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondoGli ultimi giorni
, Andrew Masterson
10 Dec
In ricordo di un amico.
8 Dec
Come riportato nel weblog di CreativeCommons.org, Introduction to Economic Analysis è uno studio (disponibile anche in formato PDF) curato da Preston McAfee, docente di economia al California Institute of Technology. Si tratta al contempo di un manuale di microeconomia in chiave open source che, oltre a essere rilasciato con licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike, può essere studiato dagli studenti universitari che si avvicinano per la prima volta – o quasi – alla materia. Nei presupposti dell’autore, è un trattato scientifico e non politico né militante. Anche se qualche cartuccia contro l’establishment delle università e dell’editoria la fa esplodere. Fin dalle righe iniziali, infatti, sottolinea il differente approccio all’economia del suo libro perché in esso “si trovano modelli ed equazioni, non fotografie di economisti” che riempirebbero molti altri manuali di “fuffa” e non di “strumenti concettuali”. Ma non finisce qui: McAfee spiega le ragioni della virata verso la libertà di utilizzo del libro.
In merito poi alla scelta di una licenza Creative Commons, si legge:
Infine una (buona) notizia italiana. Il 16 dicembre verrà infatti presentato a Roma il progetto LiberMusica durante il convegno Liberiamo la musica. Ideata da LiberLiber, che da anni diffonde versioni digitali di opere i cui diritti sono scaduti, l’iniziativa ha lo scopo di «distribuire gratuitamente l’immenso patrimonio di musica classica, jazz, popolare libera da copyright» riunendo incisioni precedenti al 1954.
29 Nov
Ma che c’entrano l’una con l’altra la legge per la prescrizione dei reati in Italia (conosciuta come ex Cirielli o anche salva-Previti) e l’industria cinematografica hollywoodiana? Lo chiarisce un titolo di Repubblica, A rischio i processi sulla pirateria, per parlare di una lettera della Motion Picture Association of America (MPAA) datata 22 novembre (di cui non si trova traccia in rete) e inviata all’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Giovanni Castellaneta. La missiva, che sarebbe stata firmata anche da produttori di software ed editori, rappresenta – in base agli stralci riportati dal quotidiano – una minaccia per i procedimenti pendenti contro i pirati a cui sarebbe garantita l’immunità totale incoraggiando così la delinquenza singola e l’associazione a delinquere. Calcando poi la mano sulla situazione italiana, vengono riportati numeri relativi ai danni che la pirateria provocherebbe all’economia tricolore: meno un miliardo e mezzo di profitti per il software, 180 milioni per l’audiovisivo e 150 per la musica. A titolo di fonte per questi dati, viene citata una ricerca del 2003 di Kpmg.
Storie già sentite
Tra i firmatari della lettera, Dan Glickman, presidente della MPAA che riunisce produttori e distributori come Walt Disney-Buena Vista, Sony, Metro-Goldwyn-Mayer, Paramount, Twentieth Century Fox di Murdoch e Warner Bros. Inoltre sigla anche David Israelite, a capo di NMPA, che rappresenta 800 case discografiche e che fa proprio vanto il risultato della guerra contro Napster, Mitch Bainwol (RIAA) e BSA, AAP, IFTA ed ESA. Acronimi di per sé poco significativi che stanno però a indicare le associazioni di categoria di major musicali, del software, dell’editoria e dello spettacolo.
Insomma, sempre il solito e ritrito discorso tecno-belligerante alla Jack Valenti e alla Janet Reno. Malgrado le rassicurazioni di John Malcom, vicepresidente di MPAA, torna il leit motif secondo cui la rete è un covo di potenziali nemici pubblici contro cui va condotta una «personale guerra al terrorismo» perché «alcune organizzazioni criminali sembrano utilizzare i profitti realizzati con il commercio di prodotti contraffatti per favorire diverse attività, come il traffico d’armi, di droga e la pornografia». E questa cancrena sarebbe imputabile a «internet [che] rende più facile rubare, produrre e distribuire merci come software, musica, film, libri e videogiochi» (The threat of digital theft, incluso in The Industry Standard, dicembre 2000.)
Sempre Repubblica informa anche di due casi che hanno avuto per protagonisti Madonna e gli U2. La prima «per contrastare la diffusione di musica pirata, disseminò il web di files con i titoli delle proprie canzoni. Ma era una trappola: una volta aperti si ascoltava l’insulto della cantante rivolto all’ascoltatore: “Ma che c… credi di fare?”». I componenti della band irlandese, invece, «dopo essersi visti trafugare il master con i brani del loro disco How to dismantle an atomic bomb, firmarono un accordo con la Apple per mettere in vendita degli iPod (una speciale versione nera) contenente le canzoni dell’album».
Tutti colpevoli
Se il secondo caso è un ricorso a strumenti che possano ovviare a un danno pre-esistente, nel primo invece la colpa al solito viene addossata alle nuove tecnologie. Esattamente come accadde quando vent’anni e rotti fa vennero messi in commercio i primi videoregistratori. Al tempo uno studio di Cap Gemini Ernst & Young dimostrò come «la ‘crisi’ [...] non era causata da chi registrava le cassette – la cui attività non si fermò [dopo l'arrivo di MTV, che mise in ulteriore allarme le major, NdR] – ma in larga parte derivava dalla stagnazione nell’innovazione musicale delle maggiori etichette discografiche». E poi forse i grandi produttori hollywoodiani dimenticano di essere stati proprio loro i primi pirati: a partire dal 1909, infatti, furono molte le nascenti realtà cinematografiche (tra cui la Fox) che fuggirono dalla East Coast e si rifugiarono sul litorale pacifico per sfuggire ai brevetti di Thomas Edison, fondatore della Motion Pictures Patents Company (MPPC). In California, infatti, avrebbero avuto modo di scansare più agevolmente i controlli del trust di Edison senza dovere nulla a nessuno.
E poi chi è un pirata? Per i colossali difensori della proprietà intellettuale, chiunque utilizzi Internet o le reti P2P per scaricare contenuti digitali di qualsiasi genere. E questi utenti sono così invisi da assumere ormai anche in Europa la fisionomia del malfattore tout cour. Senza mai distinguere tra categorie di “scaricatori”. Lawrence Lessig, in Free Culture, ne distingue invece quattro: 1) chi usa la rete per sostituire l’acquisto, cioè l’utente potenzialmente più dannoso; 2) chi ascolta e poi effettua scelte prima dell’acquisto un po’ come avviene con le cuffiette messe a disposizione da Ricordi MediaStore; 3) chi condivide materiale ancora coperto da diritto d’autore ma non più in commercio perché l’editore non lo ritiene più economicamente redditizio (e in questo caso chi è il danneggiato?); e 4) chi condivide unicamente materiale che si può liberamente distribuire. Di fatto, l’unica categoria veramente dannosa per gli introiti di chi fa profitto con i contenuti è solo la prima. Dunque, perché continuare a colpire tutti? Meglio continuare a terrorizzare invece di educare a un uso consapevole del diritto d’autore e alle distinzioni contenute nelle licenze d’uso?
23 Nov
Sul buon uso della pirateria è un libro scritto da un giornalista francese che lavora per Libération, Florent Latrive. Rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate, è stato pubblicato lo scorso anno dall’editore parigino Exils Editeurs e in Italia da DeriveApprodi, pur essendo disponibile in rete. Il sottotitolo di questo volume – 139 pagine che scorrono velocemente malgrado il tecnicismo degli argomenti affrontati – è «proprietà intellettuale e libero accesso nell’ecosistema della conoscenza» e spiega in modo piuttosto chiaro le tematiche che vengono affrontate. Partendo dalla domanda cos’è un pirata?, inizia una panoramica dettagliata dal punto di vista storico e giuridico di quanto l’espressione «pirata» sia errata e fuorviante. Inoltre, pur nella sua definizione imposta da BSA e major musicali e discografiche, viene dimostrato anche quanto sia aleatoria, mutevole in base a legislazioni nazionali, intenzioni e utilizzi. Insomma, si spiega quanto sia sbagliato il concetto. Inoltre, sempre da diversi punti di vista, sono presentati i diversi ambiti che l’espressione proprietà intellettuale riunisce illustrando come diritto d’autore, tecnologia o brevetti sui farmaci non siano attualmente una tutela se non per i produttori/editori. Infine, tra software libero, Creative Commons e altre modalità alternative al full copyright, l’autore presenta anche un vivace mondo che, in un fermento progressivo e ininterrotto, fornisce risposte sia alle esigenze degli autori che degli utenti. Un’opera partigiana pro libertà di cultura? Sicuramente. Ma nelle sue affermazioni, Latrive porta sempre esempi, motivazioni, dettagli socio-culturali e politici.
5 Nov
Da lunedì prossimo Radiolinux, quindicinale trasmissione radiofonica sul software libero ideata e condotta da Vasco Maria Cleri in onda sulle frequenze di MEP Radio Organizzazione oltre che disponibile in streaming, si arricchisce di una nuova rubrica, Parole in libertà. Si tratta di uno spazio tra i cinque e gli otto minuti dedicato all’editoria libera e, nello specifico, a saggi, paper, fumetti, romanzi e quant’altro rilasciati con una licenza che ne permetta quanto meno la ridistribuzione. Se per le prime puntate è stata effettuata una prima selezione del materiale disponibile in rete, il desiderio sarebbe quello che gli autori segnalino i propri lavori in modo che si crei un filo diretto con gli ascoltatori. La segnalazione può avvenire inviando una mail all’indirizzo redazione[at]radiolinux.info.
Per la trasmissione del 7 novembre, l’inaugurazione di Parole in libertà avviene con il libro Il sapere liberato – Il movimento dell’open source e la ricerca scientifica di cui si è già parlato qui. La pubblicazione, uscita quest’anno per i tipi di Feltrinelli, è stata realizzata dal collettivo Laser, esperienza nata durante le contestazioni studentesche degli Anni Novanta all’università La Sapienza di Roma e dall’autogestione dei centri sociali. Il quadro che ne esce – focalizzato su privatizzazione delle idee, circolazione della conoscenza, brevetti copyleft in ambito scientifico e innovazione tecnologica – non rimane però cristalizzato nel momento in cui il libro è andato in stampa, ma prosegue sul server di Ippolita, comunità di scriventi che ha curato, tra gli altri progetti, il libro Open non è free (Eleuthera, 2005).
26 Oct
Qual è il funzionamento delle licenze Creative Commons? In quali particolari si differenziano rispetto ai sistemi full copyright? Esistono davvero minacce nel rilasciare in questi termini le proprie opere? Sul sito Libera Cultura è stata pubblicata la traduzione integrale (curata dal giornalista Bernardo Parrella con il supporto di Juan Carlos De Martin, public lead Creative Commons Italia) dell’articolo Does Creative Commons free your content?. Il pezzo, scritto da Tom Merritt di CNET.com, cerca di rispondere ai quesiti di cui sopra e ne scaturisce un’interessante lettura per comprendere meglio pregi e difetto dell’impianto su cui si basano queste licenze. Sempre in argomento CC, poi, è stato reso pubblico il programma definitivo dell’evento Creative Commons Italia 2005, fissato per il prossimo 19 novembre. Solo una considerazione a fronte della quantità di materiale che si produce con queste modalità: le letture sulla comprensione dei meccanismi “tecnici” iniziano a essere fitte e diventa così più agevole comprendere gli aspetti legali, ma manca ancora la possibilità di poterla viverla, questa produzione culturale. Continuano a essere poche le occasioni per assistere alla presentazione di un libro o e a un concerto di musica rilasciati sotto Creative Commons. E anche quando si cerca in Rete, ci si può affidare solo ai motori di ricerca, a qualche esperienza più o meno nota o poco altro senza che esista un repository specifico da cui poter attingere. Magari, in futuro…
13 Oct
Peccato che le date siano così vicine al Linux Day da essere, per una delle due giornate, coincidenti. Ciò non toglie che la nona edizione del Meeting Etichette Indipendenti, che si terrà a Faenza il 26 e il 27 novembre (con la presentazione dell’evento il 25), è una manifestazione che meriterebbe di essere seguita. Uno spazio poi viene dedicato, nel corso del pomeriggio del 27 novembre, al copyleft in ambito artistico e alle licenze Creative Commons con un dibattito organizzato da ForArt e Anomalo, realtà che hanno come scopo la libera della diffusione della musica in rete, e che vedrà la partecipazione di Gianluigi Chiodaroli della Società consortile fonografici.
Infine due segnalazioni. La prima riguarda l’incontro Creative Commons Italia 2005 che si terrà a Torino il 19 novembre, organizzato in collaborazione con l’Associazione Documentaristi Italiani doc.it. Audiovideo, editoria e musica i tre cardini della manifestazione. La seconda segnalazione, invece, è per l’Handbook for bloggers and cyber-dissidents, analisi curata da Reporters sans Frontières e che prende in considerazione il ruolo dei blog nel mondo dell’informazione elettronica. La pubblicazione, disponibile in inglese, francese, cinese e arabo, contempla anche le testimonianze raccolte da blogger che vivono in Germania, nel Bahreïn, negli Stati Uniti, a Hong Kong, in Iran e in Nepal. Strumenti, etica, anonimato e censura gli argomenti cardine del rapporto.
5 Oct
È un rock acustico e fluido, quello dei brani contenuti nell’album Back To Basics di Marcello Cosenza, chitarrista italiano che ha riunito qui dieci pezzi scritti durante gli ultimi suoi due anni di permanenza a Los Angeles. E fin qui si può dire che è una bella raccolta scandita da una chitarra calda e intensa, di quelle giuste per quando si scrive cercando magari un po’ di ispirazione per andare avanti e riempire una pagina. Ma la particolarità del lavoro del musicista, del quale in rete si possono trovare informazioni sui trascorsi artistici che comprendono anche una collaborazione con il Banco del Mutuo Soccorso, sta (anche) altrove e, nello specifico, nella licenza di rilascio, la Creative Commons Attribuzione Non commerciale Non opere derivate 2.5 in modo che quest’opera possa circolare liberamente. MP3 e Ogg Vorbis i formati da poter scaricare.
1 Oct
Il testo che segue è stato inserito all’interno di un articolo più ampio, Copyleft. Le ragioni di una scelta, scritto a quattro mani con Ermanno Pandoli de iQuindici. Lo scopo dell’intero articolo è quello di fornire uno strumento agli autori che vogliono rilasciare le proprie opere liberamente mentre il testo riportato di seguito cerca di offrire una prospettiva storica e motivazionale alla libera circolazione di materiale protetto da diritto d’autore.
La tutela di un autore e la possibilità per un lettore di usufruire dell’opera attraverso una serie di strade vietate dal full copyright (tutti i diritti riservati) non sono incompatibili. Affatto. Esiste un ecosistema che del digitale ha fatto il proprio propulsore affinché la conoscenza possa diffondersi attraverso la copia autorizzata di un’opera e l’eventuale opzione di trarne opere derivate, a scopo commerciale o meno, consentendo l’attribuzione al progetto originale o consigliando una nuova denominazione.
La nascita di questa corrente di pensiero si contestualizza all’interno degli ambienti informatici che, dopo esperienze più che decennali alimentate dalla libertà di ricerca scientifica e dalla volontà di incentivare l’evoluzione tecnologica, hanno portato alla creazione della Free Software Foundation nel 1984, dell’Open Source Initiative nel 1998 e delle Creative Commons nel 2001. Nell’arco di questi diciassette anni si assiste a un fenomeno che, intessuto di elementi tecnici e culturali, estende l’attenzione – e dunque l’estensione delle norme sul diritto d’autore – dal software a tutti contenuti digitali intesi in senso più ampio.
Le ragioni di questa tendenza, che oggi sta portando a un’ipertutela della “proprietà intellettuale” dannosa per i consumatori e ancor prima lesiva fin delle basilari libertà di espressione del cittadino, si ravvisano principalmente in elementi come il decremento dei costi di riproduzione dei contenuti elettronici, l’aumento della velocità di utilizzo della Rete per operazioni di caricamento e scaricamento di file anche corposi e la conseguente moltiplicazione di episodi di copie non autorizzate di programmi per elaboratore, testi, ipertesti, musica e file multimediali.
In tempi capital-intensive per settori industriali economicamente potenti come quelli dell’informatica, della discografia e della cinematografia, la copia non autorizzata è risultata inacettabile. Ragionamento eventualmente condivisibile quando la licenza d’uso dice esplicitamente che a ogni “pezzo” venduto deve corrispondere un corrispettivo economico e la possibilità di effettuare esclusivamente una copia di backup personale. Diventa invece meno accettabile quando ci si trova di fronte a strumenti sempre più restrittivi come il Digital Millennium Copyright Act statunitense o l’appiattimento a un unico corpus – la cosiddetta “proprietà intellettuale” – di istituti giuridici differenti definito dagli accordi Trips e dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio. E ancora la European Union Copyright Directive o il ricorsivo tentativo di riforma della convenzione europea sui brevetti per arrivare a concedere monopoli temporanei anche sui beni immateriali che di per sé non assolvono al requisito della materialità e dall’innovazione industriale.
Senza entrare nel dettaglio di questi esempi, si pensi soltanto all’introduzione di polizie private al soldo di RIAA (Recording Industry Association of America) e MPAA (Motion Picture Association) che vigilano sul comportamento dei cittadini, ai libri elettronici che “espirano” trascorso un periodo prestabilito dagli editori o che non possono essere “prestati” perché non leggibili se trasferiti da un dispositivo a un altro, ai DRM (Digital Rights Management, sistemi tecnologici per la gestione di opere sotto diritto d’autore che permettono protezione, tracciabilità e identificazione del contenuto stesso) o ancora ai divieti di divulgazione delle informazioni se queste stesse informazioni vanno a collidere con gli interessi del detentore diritti d’autore in versione full. Ma si pensi anche, facendo un salto nel passato di oltre dieci anni, a esperienze di repressione della cultura digitale come quelle del primo Crackdown americano e della sua replica tricolore, l’Italian Crackdown, quando non si fece differenza tra chi studiava, divulgava, pubblicava, manteneva macchine perché altri potessero ripetere il loro esempio e chi, invece, usava la rete per altri interessi, alcuni dei quali discutibili.
E così si fa ancora oggi: non si discerne – o non si vuole discernere – tra un comportamento legale e uno illegale, tra chi autorizza gli utenti a rimbalzare la propria opera per i quattro angoli del globo attraverso i collegamenti telematici e chi sceglie la via del cracking e dell’illegalità per vivere lo spazio digitale.
Così ieri come oggi è stata avvertita un’esigenza: utilizzare il diritto d’autore, quello stesso piegato nel giro di vent’anni a favore del profitto e della privatizzazione della conoscenza, per tutelare in aspetti morali e patrimoniali connessi alla creazione di un’opera dell’ingegno e della creatività. Ma concedendo anche, in termini espliciti e legali, agli utenti (informatici, lettori, ascoltatori, spettatori, navigatori della Rete) una serie di libertà che variano a seconda delle intenzioni dell’autore.
Oggi l’ambiente tecnologico appare quello più maturo in questo senso con le sue licenze d’uso, come la General Public License del Progetto GNU, la cui tenuta giuridica è stata testata anche in tribunale (peraltro un tribunale in territorio europeo e non nei natii Stati Uniti). I contenuti non informatici invece sono nel pieno della loro formulazione giuridica e, malgrado possano esistere ancora interpretazioni non univoche di determinate disposizioni e note di copyright, sono saldamente avviate verso la piena condivisione della conoscenza.
In questo contesto si inserisce l’attività de iQuindici per quanto riguarda sia le pubblicazioni sulla newsletter Inciquid che l’inserimento all’interno della Biblioteca Copyleft. Un contesto che vuole offrire un’occasione, tanto agli autori che ai lettori, di confrontarsi in un sistema di distribuzione dei contenuti che, pur non reinventando un sistema giuridico, lo usa per incentivare una fruizione orizzontale ma tutelata delle opere che i Lettori Residenti prendono in carico.
24 Sep
In libreria ci è arrivato il primo settembre sotto il marchio Feltrinelli mentre su web è scaricabile in formato pdf dall’indirizzo http://www.ippolita.net/content/progetti/laser/laser_-_il_sapere_liberato.pdf (è disponibile anche la versione in HTML). Si tratta del libro Il Sapere Liberato. Il movimento dell’open source e la ricerca scientifica, analisi curata dal collettivo Laser (e rilasciata con licenza CreativeCommons.org) su circolazione delle idee, privatizzazione della conoscenza, innovazione tecnologica, brevetti e copyright. Su una scia analoga si muove anche il lavoro di Philippe Aigrain dal titolo Cause commune : l’information entre bien commun et propriété, edito in libreria dalle parigine Editions Fayard. Anche in questo caso la licenza è CC.org (Creative Commons-By-NC-ND-2.0), il pdf del libro si trova all’indirizzo http://grit-transversales.org/IMG/pdf/Causecommune-CC-By-NC-ND.pdf e, come già si evince dal sottotitolo, L’information entre bien commun et propriété, fa una panoramica dei diversi approcci all’informazione spaziando tra Wikipedia, le macchine universali, il software libero ed ecosistemi informativi.
16 Sep
Elogio della pirateria è un libro appena pubblicato per i tipi di Altreconomia ed è firmato da Carlo Gubitosa, segretario dell’associazione Peacelink e già autore di opere come Italian Crackdown, Telematica per la pace, L’informazione alternativa e Genova nome per nome. Il sottotitolo di questo libro, «Dal Corsaro Nero agli hacker. Dieci storie di ribellioni creative», traccia in modo efficace l’immagine del pirata: non il ladro di idee, software, musica o film tanto caro a molti mass media, ma colui “utilizza” la conoscenza per andare oltre e non piegarsi alle logiche della privatizzazione di informazioni, arte, opere scientifiche. Nel volume, rilasciato con licenza Creative Commons, non si parla solo di informatica, ma si fornisce un panorama articolato andando a toccare diversi ambiti: cultura, streaming, auvio/video, radio, telestreet.
14 Sep
Era un lavoro iniziato tempo addietro per un corso frequentato da aspiranti copywriter freschi di laurea. Ormai ogni corso che si rispetti, compresi quelli non di stampo tecnologico, parla anche di informatica, buzz word che racchiude un po’ di tutto e che con l’informatica ha a che giusto perché allo studente tocca digitare su una tastiera. Per una volta, però, mi sono sentita chiedere: «Lei che il computer lo sa usare, cosa dice che manca al percorso didattico?» Be’, programma sotto mano, ho indicato la storia di Internet. «Bene, l’insegnamento è suo». Che scherzassi o meno, quattro settimane dopo avrei iniziato le lezioni non avendo materiale. Così libri, bibliografia varia e motore di ricerca alla mano, ho messo insieme una prima bozza di ciò che avrei fatto studiare ai ragazzi. Con il tempo, questa bozza si è evoluta e ora la si può considerare una versione 1.0. Con il tempo verrà evoluta, ampliata e aggiornata, ma intanto il nucleo di un lavoro minimamente articolato, I pionieri della frontiera digitale, c’è.
22 Aug
Il dibattito sull’applicabilità delle licenze Creative Commons non contiene solo riferimenti a musica, cinematografia e pubblicazioni accademiche, ma si espande – e non da oggi – al mondo della narrativa (e in particolare fantascienza e fantasy). Ne scrive Will Frank sempre sul blog Creativecommons.org con un intervento dal titolo Creative Fiction, or CC SF. E sottolinea l’intraprendenza di una nuova leva di autori di fantascienza che, accanto alla pubblicazione di romanzi per le tradizionali vie dell’editoria cartacea, rilasciano anche copie dei propri lavori con licenze Creative Commons. Ad aver avviato questa tendenza sembra essere stato il giornalista e scrittore canadese Cory Doctorow, autore dei non (ancora?) tradotti in italiano Down And Out In The Magic Kingdom, Eastern Standard Tribe e Someone Comes To Town, Someone Leaves Town. E si configura anche come uno dei principali sostenitori delle licenze CC nell’ambito della fiction. Altro esempio è Charles Stross, scrittore di stanza a Edimburgo che ha firmato lavori come Accelerando. In giro per la rete ci si imbatte in diversi altri scrittori che si muovono in questa scia: Peter Watts (Starfish and Maelstrom, Behemoth, Rifters Trilogy) o Kelly Link (Stranger Things Happen) il cui talento le è valso il paragone con Neil Gaiman.
C’è da dire che gli scrittori di narrativa italiani (anche se non sempre hanno scritto di fantascienza e che in linea di massima sono orientati verso un più giuridicamente generico “copyleft”) che stanno rilasciando le proprie opere con licenze libere non sono poi così sparuti: WuMing, i cui libri sono tutti disponibili in rete, Saverio Fattori (Alienazioni padane), Girolamo di Michele (Tre Uomini Paradossali, Scirocco), Valeria Brignani (Casseur), Giulia Fazi (Ferita di Guerra). Alcune di queste opere, pur trovandosi in libreria per i tipi Einaudi, Fanucci e Gaffi, sono disponibili nella Biblioteca Copyleft de iQuindici.
Tornando al discorso fantascienza e Creative Commons, è possibile trovare sul sito del progetto lanciato da Lawrence Lessig una lista in progressivo aggiornamento di libri di narrativa liberamente scaricabili.
22 Aug
Il movimento culturale che ruota intorno al mondo del software libero sta crescendo. E una parte del merito, oltre che alla Free Software Foundation, andrebbe attribuito anche alla diffusione delle licenze Creative Commons. Lo sostiene un recente articolo della rivista Free Software Magazine, Remix Culture, Issues surrounding re-use in Creative Commons licenses, che punta il proprio focus in particolare su etichette discografiche, studios cinematografici asiatici e, ovviamente, il web, forte dei suoi 10 milioni circa di pagine rilasciate sotto CC. E l’autore del pezzo, Tom Chance, lo fa presentando la propria esperienza (e quella di Remix Reading, progetto artistico che ha in sostanza come obiettivo la creazione di opere derivate. Sullo stesso progetto si può leggere un intervento sul blog di Creativecommons.org). Il delicato discorso che affronta Chance riguarda le possibili violazioni del diritto d’autore: accidentali, il più delle volte, e comprendenti l’omissione del sorgente o l’utilizzo di opere che non permettevano lavori derivati. Rimane il fatto che queste licenze, tese a incentivare la diffusione più o meno libera di contenuti, sono uno dei pochi strumenti, al momento, per diffondere le opere stesse e per dare nuova linfa a molti ambiti artistici, conclude l’autore. Perché i principali problemi – di ordine più pratico che teorico-legale – rimangono altri, a iniziare dai formati di dati proprietari.
2 Aug
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Una raccolta di racconti noir rilasciata con licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.5. Si intitola Piccoli delitti, esce sotto il segno delle Oscure Edizioni e ricorre ai servizi di Lulu, interessante iniziativa per l’editoria elettronica o/e cartacea creata da Bob Young, già fondatore di Red Hat. Lulu permette di pubblicare volumi (ma anche libri elettronici, fotografie, musica, video e ogni tipo di contenuto elettronico), l’autore non deve cedere i diritti a chicchessia e su ciò riesce a introitare la percentuale che Lulu percepisce è pari al 20 per cento. Affiancando poi un servizio PayPal per privati, il trasferimento dei proventi delle vendite diventa semplice. Tutto elettronico, tutto bypassando le sale d’aspetto di chi fa mercato in ambito editoriale, tutto sufficientemente sicuro. Dimenticavo: Piccoli delitti è la prima opera di narrativa in italiano che compare sul portale del self made publisher. |