Mostri di proprietà

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I mostriViene da chiedersi se ci siano o ci facciano, quelli di Flux.it (ex Your Open Source, YOS) di cui si è già parlato qui e di passaggio qui. Più facile pensare alla seconda, leggendo in giro per esempio l’articolo Restyling e nuovi ‘programmi’ per Flux (Mtv) in cui trionfalmente si annuncia, tra l’altro, che «il sito Internet di Flux conta già 120 mila utenti unici, 20 mila abbonati e quasi 2 milioni di pagine viste, con un totale di 8 mila “upload” effettuati dagli stessi utenti».

Bene, allora avranno cambiato anche le politiche di copyright sul materiale degli altri, viene da pensare. Macché. Si ritorna dopo un po’ di tempo sul sito, più tornito a livello di contenuti, home page meglio organizzata e novità esportabili via RSS. Ma i termini di utilizzo? Solito link a pie’ di pagina su «Legal Note» che apre un popup e alla voce «2. Proprietà intellettuale» si viene informati di nuovo che tutto è di proprietà di MTV, compresi contenuti e opere degli utenti e ovviamente ne è vietata la riproduzione totale o parziale. E per apportarvi modifiche o per commercializzarli, l’utente deve chiedere il permesso dell’emittente televisiva. Verrebbe voglia di contare i “non”, “vietato” e derivati, “espressamente” e così via.

Va bene per gli utenti cercare di ritagliarsi uno spazio di visibilità e magari arrivare a guadagnarci un po’ con qualche passaggio televisivo, ma forse il dubbio che rode il team che sta dietro a Flux non dovrebbe limitarsi al rating dei contenuti. Altrimenti sembra di assistere alla brutta copia di un film di Roberto Benigni.

Vecchie storie radiofoniche dell’orrore

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giustiziaCento storie dell’orrore risalenti all’epoca d’oro del radiodramma. Sono disponibili in formato mp3 (e in lingua inglese) sul sito The Monster Club nella sezione The old time horror radio. Tra i radiodrammi, compaiono gli adattamenti di classici come “Il fantasma dell’opera”, “Il fantasma di Canterbury”, “Frankenstein”, “La stanza”. Non manca il problema del diritto d’autore, in merito al quale si legge a pie’ di pagina che:

We do not claim copyright to any of the shows on this site. It is believed that all shows are in the public domain. We will be happy to remove any recording from our site that is shown to violate a copyright.

Sempre in tema di storie nere, una segnalazione da Crime Library su «menti e metodi criminali»: la storia di case maledette che danno origine anche a fenomeni meno esoterici e più commerciali.

Nuova cappellata di Repubblica: stavolta è la TV

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TV RepubblicaVe lo ricordate il caso di YOS (Your Open Source), l’iniziativa targata MTV con cui si voleva aprire alla “libertà” e invece si blindavano omnia secula i contenuti inviati dagli utenti? Ora che arriva invece la TV di Repubblica, l’impostazione è vagamente meno sfacciata, ma TuaTv, proprio per l’uso di quel tua, lascerebbe presumere un’isola felice per gli utenti che fanno video alla Google Video o alla YouTube (malgrado siano sempre meno felici a causa delle leggi sul diritto d’autore: si legga per esempio qui e qui). Ma andando a vedere i termini di accettazione del nuovo servizio del Gruppo Espresso, si legge che:

L’Utente cede e trasferisce indistintamente alla Società, in via definitiva ed a titolo gratuito, tutti i diritti di sfruttamento economico e commerciale relativi al Materiale Trasmesso, per l’Italia e per tutti i paesi del mondo e con i termini massimi di protezione ivi previsti.

Altra cappellata dopo l’infelice battesimo di Kataweb News. Della questione TV Repubblica se ne legge anche sul blog mai.abbastanza.info.

Diritto d’autore, libertà e involuzioni

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diritto d'autoreUn articolo di Valerio di Stefano di Classici Stranieri sulla questione riforma del diritto d’autore recentemente proposta e poi stralciata. Ma con la possibilità che venga reintrodotta “blindandola”. Il resto è anche un’analisi della situazione attuale e di come la prassi abbia potuto più delle norme. Si legge infatti che:

Quella che veniva legittimamente vista come una scelta liberticida nella gestione della libertà di circolazione delle idee e delle informazioni era, in realtà, solo l’ennesimo giro di vite a un dispositivo di legge che liberticida lo era già per conto proprio […]. La distanza abissale tra legge e consuetudine segna un solco talmente profondo da risultare ormai incolmabile, e gli emendamenti aggiunti a una legge finanziaria non rendono certo un servizio a nessuno. Di sicuro c’è che soltanto l’uso delle licenze libere permette, allo stato dei fatti, una circolazione delle notizie e delle idee capillare ed efficace. Sfuggendo sia dalle logiche dei grandi gruppi editoriali tradizionali, ma anche da quelle di un palazzo che non è più capace di affrontare le esigenze della comunicazione in rete.

Il testo completo di Rassegne stampa in rete: quella libertà mai esistita

Creative Commons e Flickr: 22 milioni di foto condivise

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kk+ shoots the DeSmogBlog teamSono 22 milioni le foto licenziate sotto Creative Commons su Flickr. Un’analisi di questo fenomeno la traccia Mark Glaser, giornalista freelance, nell’articolo Creative Commons + Flickr = 22 Million Sharable Photos, in cui parla dell’esperienza del fotografo Kris Krug. Il quale punta molto sul portfolio messo a disposizione e sulla quantità di sue immagini riprese e a lui attribuite su altri siti e blog. Ma Glaser racconta anche dell’esperienza di JD Lasica, uno dei fondatori del progetto Ourmedia, che invece si concentra maggiormente sulle modalità di gestione «sartoriale» del diritto d’autore.

E ora le licenze sui video in rete?

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Stephen Colbert Demands His Share Of YouTube CashMentre prosegue la raccolta delle firme per la petizione avviata da Peacelink contro la proposta di riforma del diritto d’autore recentemente avanzata, un altro provvedimento – anche qui al momento solo a livello di proposta – potrebbe insidiare la blogosfera e chi mette a disposizione contenuti video su web. L’allarme lo lancia il Times con l’articolo Amateur ‘video bloggers’ under threat from EU broadcast rules a proposito di una direttiva che, se passasse, potrebbe imporre licenze o concessioni a chiunque diffonda materiale audiovideo in rete. Il nodo sembra basarsi sull’estensione del concetto di broadcasting.

Google, i lobbysti e il diritto d’autore

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Gatti OGMFa sapere l’Ansa:

Google ricerca ‘lobbysti per influenzare i governi nazionali a riformare la loro legge sul copyright’. La mossa, tramite un annuncio sull’Economist, risale al 24 giugno, ma è stata resa nota alla Buchmesse di Francoforte dove la società americana spinge il suo ‘Book Search’. Google ribadisce che il suo fine ‘è promuovere la cultura e il libro’ e che ‘il rispetto del copyright è essenziale’, ma l’Associazione italiana editori si dice preoccupata.

A parte le questioni che il lancio d’agenzia non chiarisce (anzi, confonde), la notizia porta con sé alcune domande: come intende Google riformare il diritto d’autore? Intende ridurre il periodo di durata di settant’anni dalla morte dell’autore? Intende promuovere il copyleft e le licenze Creative Commons? Oppure semplicemente cerca una deregolamentazione non meglio pensata (o voluta) che gli consenta di fare business attraverso il Book Search?

Finanziaria e diritto d’autore: furbi e compensi

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diritto d'autorePrima ne parla un lettore di Wittgenstein e poi la notizia viene ripresa da Massimo Mantellini: la finanziaria 2007 si occupa anche di diritto d’autore e propone una modifica all’attuale legge in materia. Se l’articolo 65 dell’attuale normativa tutela infatti in una serie di casi la riproduzione di contenuti giornalistici – laddove non espressamente vietata – indicando i riferimenti della fonte, con la proposta di riforma alla «riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le modalità di riscossione sono determinate sulla base di accordi fra i soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni delle categorie interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso le amministrazioni pubbliche […]». Mantellini parla di «troppi furbi in giro» e pare che abbia ragione. Almeno finché non si chiarisce la questione.