Belgio: l’istituto europeo per la sicurezza e la pace e chi osteggiava gli antimilitaristi

Standard
Spread the love

Institut europeen pour la paix et la securiteGiovanni Spadolini fu il primo presidente del consiglio nell’era post-P2. Primo premier laico, non s’era accontentato di raccogliere i cocci di uno Stato pesantemente compromesso con l’esperienza gelliana, ma dispose una commissione d’inchiesta, che fu presieduta da Tina Alselmi, e durante il suo mandato venne varata una legge – la 17 del 25 gennaio 1982 – che sciolse la loggia e vietò le associazioni segrete. Eppure, non occorreva l’ultimo libro-intervista a Francesco Cossiga (“Fotti il potere”, Aliberti, 2010) per sapere che l’ex presidente del consiglio Spadolini non fosse pregiudizialmente contrario all’appartenenza massonica. Ma Spadolini – raccontava il “grande vecchio” della politica italiana – dimostrò «uno zelo (contro Gelli e la sua organizzazione, ndr) che lo mise in contrasto con la Gran Loggia di Londra, (dato che) un massone non può, o meglio non potrebbe, denunciare e far giudicare dalla Giustizia profana un fratello massone». E con iscritti alla massoneria aveva avuto a che fare, il premier di allora.

Come il docente Paolo Ungari, con cui nel 1985 Spadolini era entrato a far parte di una organizzazione non scevra da influenze di grembiuli e compassi. Si tratta dell’Institut européen pour la paix et la sécurité (Ieps), fondato a Bruxelles con lo scopo ufficiale di coinvolgere a livello internazionale i capi di Stato di Europa e Stati Uniti, aggregandoli intorno ai temi della sicurezza e della protezione civile. «La guerra non è più possibile», si legge in uno studio dell’epoca firmato dall’Ieps, ma «se una guerra moderna sarebbe di certo estremamente pericolosa per la popolazione, un esame approfondito porta ad ammettere che sarebbe possibile sopravvivere, a condizione che si sia seriamente preparati».

Ecco, ufficialmente lo scopo dell’istituto belga sarebbe stato proprio questo: studiare e contribuire ad attuare politiche d’intervento in caso di disastro bellico o di attacco terroristico, ma anche di eventi naturali catastrofici. E proprio su quest’ultimo punto da Bruxelles si bacchettava pesantemente l’Italia. La quale, malgrado una prima legge del 1970 e una tardiva applicazione dieci anni più tardi, dopo i terremoti in Friuli (1976) e in Irpinia (1980), «non ha ancora (il riferimento è al 1985, ndr) fatto niente di concreto: nessuna organizzazione strutturata né scuole di formazione per i volontari né alcuna moderna struttura di accoglienza». Dunque lo Ieps avrebbe dovuto ideare e coordinare azioni sul territorio. Per l’Italia, erano chiamati a dare il proprio contributo il Centro di studi strategici della Luiss di Roma e, sempre dalla penisola, aderiva anche la sede bolognese dell’americana John Hopkins University.

Ma dell’istituto belga si è parlato anche in altri contesti. L’ha fatto per esempio il giornalista anglosassone David Teacher, che a lungo si è occupato del cosiddetto “Le cercle group”, organizzazione a cui aderivano venticinque nazioni per occuparsi di sicurezza. Nata nel secondo dopoguerra a Washington e negli anni Cinquanta passata prima sotto il controllo francese dell’ex primo ministro Antoine Pinay (da cui il nome “Cercle Pinay”) e di Jean Violet, appartenente ai servizi segreti d’Oltralpe, e poi dei britannici, vide tra i suoi finanziatori società come la Shell e la Ford. Per anni lavorò nell’anonimato, ma un’inchiesta giornalistica del settimanale tedesco Der Spiegel a inizio anni Ottanta, e uno scandalo legato a un traffico d’armi inglese-libanese-saudita nel decennio successivo, accesero i riflettori su questa realtà.

Realtà che aveva assistito alla gemmazione di strutture analoghe. Tra cui, appunto, lo Ieps. Secondo Teacher, si sarebbe trattato di una rimodulazione del Cercle Group belga con cui – si legge nel libro del 2008 “Rogue Agents – The Cercle Pinay Complex 1951-1991” – i contatti, sia civili che militari, erano molteplici e passavano per i vertici di pubbliche amministrazioni, società e fondazioni internazionali. Tra questi, per esempio, i generali Robert C. Richardson e Daniel O. Graham, esponenti della campagna anti-Carter del 1981. O personaggi legati all’Opus Dei, come il senatore belga socialista Yves du Monceau de Bergendal, oppure ancora Jean Gol, il ministro della giustizia durante il periodo della strategia della tensione belga.

Opus, sette e massoni

La voce delle vociStudiando le interconnesioni tra lo Ieps e realtà esterne, si incontrano poi il Sovrano militare ordine di Malta e la Setta di Moon (o Chiesa dell’unificazione), movimento religioso fondato in Corea da Sun Myung Moon nel 1954 e giunto a raccogliere intorno a sé un numero imprecisato di fedeli che oscilla tra uno e 3 milioni di persone. Ostracizzata dal Vaticano, con la sua vivacità imprenditoriale Moon ha attirato l’attenzione, come dimostra l’accordo con la Fiat per produrre auto in Corea del Sud e le conseguenti commesse per la costruzione di autostrade nel Paese asiatico (in questo affare compare il nome dell’italiano Giancarlo Elia Valori, ex numero uno della Società Autostrade, piduista della prima ora).

Fra gli aderenti italiani allo Ieps, si incontra il nome di don Ottino Caracciolo di Forino, tenente della sezione belga dell’Unuci (l’Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia) e in contatto con l’ordine di Malta (lo attesta l’edizione 1997 del volume “Corps diplomatique accrédité auprès des Communautés Européennes”, a uso diplomatico), oltre che esperto di cooperazione e sviluppo economico. E ancora Paolo Ungari, esponente prima radicale e poi repubblicano che fu presidente della commissione per i diritti umani durante il premierato di Bettino Craxi e di quella contro l’antisemitismo e la xenofobia del Consiglio d’Europa, oltre che capo di gabinetto del vice presidente del consiglio nel governo Moro-La Malfa.

Collaboratore di Spadolini proprio nella stesura della legge sulla P2 e compianto dalla massoneria italiana, tanto che gli sono state dedicate alcune pagine web dai “fratelli” di loggia, Ungari morì a Roma il 6 settembre 1999 precipitando nella tromba dell’ascensore del condominio in cui viveva un amico. A tutt’oggi questa morte desta perplessità, per quanto, escluso il suicidio, sia stata addebitata a una disattenzione proverbiale. Sepolto nel cimitero del Testaccio, è stato tumulato accanto a Mohammed Hossein Naghdi, rappresentante del consiglio nazionale della resistenza iraniana in Italia. Quest’ultimo è stato assassinato il 16 marzo 1993 nella capitale da sicari probabilmente inviati dai mullah e nella sentenza – scritta da Giovanni Muscarà, giudice a latere Giancarlo De Cataldo – che assolve l’imputato di questo delitto, si ricorda anche la sorte di Ungari, «uno dei sostenitori dell’azione politica di Hossein Naghdi».

Contrastare la pace

Tra gli altri esponenti italiani compare Achille Albonetti, distintosi nei campi dell’economia internazionale e dell’energia atomica. Direttore della rivista Affari esteri (condirettore Giulio Andreotti), vantava onorificenze quali quella di commendatore di San Gregorio Magno della Città del Vaticano e la francese Legion d’Onore, mentre dal punto di vista professionale è stato presidente della Total Italia e dell’Unione Petrolifera. Inoltre ha pubblicato nel 1998 su Limes “La storia segreta della bomba italiana ed europea”.

Altro esperto in tema nucleare (oltre che di guerra chimica) era Enrico Jacchia, come Albonetti veneziano di origine. Diventato in seguito senatore per il mastelliano Udr e poi confluito in un gruppo misto sotto l’egida di Forza Italia, è stato direttore del Centro studi strategici della Luiss di Roma (anche qui un collegamento con un altro membro dello Ieps, il giurista Paolo Ungaro, che alla Luiss ha insegnato diventando presidente della facoltà di scienze politiche), ed aveva assunto la carica di responsabile del controllo di sicurezza dell’Unione europea.

Tra le nazioni aderenti, oltre Belgio e Italia, c’erano Danimarca, Canada, Francia, Germania, Principato di Monaco, Usa, Portogallo, Spagna, Svezia e Svizzera. L’ispirazione anticomunista era il collante alla base dell’istituto, ma i giornalisti fiamminghi René De Witte e Georges Timmerman, analizzando i dati messi a disposizione dal Brussels Eurocrime Data Base, hanno individuato uno scopo più circostanziato: fare da «contraltare alla propaganda dei movimenti pacifisti» nati negli anni Ottanta, in reazione all’installazione di missili Cruise e armamenti Nato in territorio belga.

(Questo articolo è stato pubblicato sul numero di settembre 2010 del mensile La voce delle voci)

2 thoughts on “Belgio: l’istituto europeo per la sicurezza e la pace e chi osteggiava gli antimilitaristi

  1. Giovanni

    Un unico errore: un massone ha il dovere di denunciare prima alla giustizia dell’Obbedienza e poi agli ordinamenti dello Stato chi si renda colpevole di delitti. Sta negli Statuti delle due Obbedienze italiane. Certo se poi qualcuno non lo fa è un suo errore gravissimo non dell’Istituzione.

Comments are closed.