Davide Cervia: il ministero della Difesa condannato per aver negato il diritto alla verità

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Davide Cervia

Ancora una volta, dobbiamo tornare molto indietro nel tempo per raccontare la storia di Davide Cervia. Era il 12 settembre 1990, intorno alle 17, quando l’uomo uscì dal lavoro presso la Enertecnel Sud di Ariccia, provincia di Roma salutò un collega, e si mise in macchina, una Volkswagen Golf bianca, per scomparire per sempre.

A casa, una villetta alla periferia di Velletri, ad attenderlo c’erano la moglie, Marisa Gentile, e i due figli, Erika, 6 anni, e Daniele, 4. Soprattutto Erika lo aspettava con particolare ansia perché proprio quel giorno aveva imparato ad andare in bicicletta senza le rotelle e non vedeva l’ora di dimostrarlo a suo padre.

Ma di Davide Cervia nessuna traccia. Non negli ospedali, a casa di amici e colleghi e nemmeno altrove. E allora, fin dal giorno successivo, dopo l’arrivo di una telefonata muta verso l’ora di pranzo e un’altra, identica, il 14 settembre 1990, ecco che iniziarono a essere visti sotto un’altra luce episodi verificatisi nei mesi precedenti. Non vere e proprie intimidazioni. Ma Davide Cervia, ex sergente della marina militare, aveva manifestato l’intenzione di acquistare un fucile adducendo ragioni di sicurezza personale e familiare, dato che abitavano in una zona di campagna isolata.

Poi, il 20 agosto 1990, nella recinzione dietro casa era comparso un buco mentre qualche giorno dopo l’auto di Davide aveva preso fuoco, forse a causa di un corto circuito, ma quell’episodio aveva particolarmente sconfortato l’ex militare, che era scoppiato anche a piangere. Infine, a due giorni dalla scomparsa, si erano materializzate vetture sconosciute e in apparenza appostate lungo il viale che portava a casa loro.

Nonostante ciò, a Marisa Gentile dissero fin da subito di rassegnarsi perché, secondo gli inquirenti, Davide Cervia si era allontanato volontariamente a causa di dissidi familiari. Le indagini per questo non furono incalzanti. Ci volleto 4 giorni solo per inserire nel terminale delle forze dell’ordine i dati della vettura dell’uomo, ritrovata a Roma sei mesi più tardi grazie a una telefonata alla trasmissione di Rai3 Chi l’ha visto. Dentro c’era ancora un mazzo ormai avvizzito di fiori destinato a Marisa, gesto che Davide compiva spesso.

Con il tempo, determinanti furono le indagini non dell’autorità, ma di Marisa Gentile, di suo padre, di un paio di giornalisti a loro vicini, di qualche amico e dei figli via via che diventavano grandi. E furono loro a mettere insieme informazioni che partivano dal periodo trascorso da Davide Cervia in marina, dal 5 settembre 1978 al 1 gennaio 1984.

Attraverso l’input di un collega, si arrivò a costringere il ministero della Difesa ad ammettere che l’uomo era un esperto di guerra elettronica, con una notevolissima preparazione in materia, e che era stato dotato di un Nos, un nulla osta sicurezza Nato. Ci vollero anni per arrivare a questa certezza documentale perché a Roma a ripetizione furono prodotti stati di servizio falsi in cui si negavano queste circostanze. E la si ottenne dopo che Marisa e le persone a lei vicine, al culmine dell’esasperazione, occuparono per 12 ore il ministero.

Infine il sospetto più terribile: Davide non era scomparso, ma era stato rapito per essere venduto come un pezzo, all’interno di un traffico di armi particolarmente sofisticate che richiedevano anche uomini con competenze specifiche. Fantapolitica? Niente affatto. Ne sono da tempo convinti Marisa Gentile e i suoi legali, gli avvocati Alfredo Galasso e Licia D’Amico.

er un periodo, anni fa, ci fu anche un’inchiesta della procura generale di Roma, che aveva avocato il fascicolo già aperto, ma non potendo individuare presunti responsabili, l’indagine era finita in archiviazione. Però, ora, a raccontare questa storia c’è la sentenza della seconda sezione civile del tribunale romano, firmata dalla giudice Maria Rosaria Covelli.

Nella sentenza si leggono espressioni pesanti nei confronti dei soggetti istituzionali chiamati in causa, servizi segreti compresi. Tra queste espressione, ce ne sono alcune che attestano “comportamenti omissivi e negligenti” su informazioni mai secretate e che dunque dovevano essere fornite ai familiari “tempestivamente e compiutamente”. Sono stati violati, nel caso di Davide Cervia, principi di rango costituzionale.

Tra questi il diritto alla verità, quello in base al quale, come hanno commentato gli avvocati Galasso e D’Amico, i familiari erano in pieno titolati “a chiedere e a ottenere, dai soggetti che le detenevano, ogni notizia ed ogni informazione relativa al proprio congiunto, al fine della individuazione le ragioni della sua scomparsa’. A valle di tutto ciò il ministero della Difesa deve pagare ai congiunti di Cervia un risarcimento simbolico di 1 euro, tanto aveva chiesto la famiglia.

A questo punto, Marisa e i suoi figli lo sanno bene da tempo, Davide Cervia non tornerà più a casa. In questi anni hanno subito di tutto: pressioni, minacce, dichiarazioni di finti testimoni, falsi amici di Davide che mentivano, strani furti, addirittura una bomba nei pressi di casa. In tanti avrebbero voluto chiudere loro la bocca, ma sono andati avanti e oggi c’è una parola precisa su questa vicenda, un mistero che dura da quasi 28 anni.

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