Alla ricerca del centro delle intenzioni

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Minority ReportRapporto di minoranza è un racconto di fantascienza di Philip Dick da cui è stato tratto anche un film. Chi invece perora nella realtà il precrime sembra uscito da una qualche forma di eccesso giustizialista non spiegata peraltro da altro se non vaghi riferimenti a tecnologie avanguardistiche e a equipe di criminologi. Ma un articolo comparso oggi nella sezione scientifica del Guardian, The brain scan that can read people’s intentions, sembra rievocare scenari da narrativa postmoderna. Dichiara infatti al giornale britannico John-Dylan Haynes del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences:

Using the scanner, we could look around the brain for this information and read out something that from the outside there’s no way you could possibly tell is in there. It’s like shining a torch around, looking for writing on a wall.

E aggiunge:

These techniques are emerging and we need an ethical debate about the implications, so that one day we’re not surprised and overwhelmed and caught on the wrong foot by what they can do. These things are going to come to us in the next few years and we should really be prepared.

Qui qualche riferimento alle ricerche in corso.

Psy Ops: no alla musica come tortura

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The Men Who Stare at Goats by Jon RonsonNate forse in contesti non proprio scientifici, le Psy ops comprendono anche la musica per condizionare i prigionieri di guerra, come per esempio accaduto nella black prison di Kabul. In proposito, nei giorni scorsi è arrivata una presa di posizione da parte della Society for Ethnomusicology. Intitolata Position Statement on Torture, contiene tre punti che costituiscono il fulcro della pubblica esternazione:

  • calls for full disclosure of U.S. government-sanctioned and funded programs that design the means of delivering music as torture;
  • condemns the use of music as an instrument of torture; and
  • demands that the United States government and its agencies cease using music as an instrument of physical and psychological torture.
  • Per approfondire: Ethnomusicologists against music as torture di David Pescovitz e Capre di guerra di Jon Ronson.

    È come sangue e non va via

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    Da FdC. Certe vicende non sono mai chiuse. Neanche quando i tribunali hanno emesso sentenze passate in giudicato e gli autori dei delitti sono in carcere. Lo dimostra una notizia che questa mattina compare sui quotidiani: la richiesta di accesso ai benefici di legge da parte di Pietro Gugliotta, detenuto che, come i suoi complici, non è un detenuto qualunque. Il suo curriculum criminale lo vede andare a comporre la banda della Uno Bianca, il commando che tra il 1987 e il 1994 lasciò a terra ventiquattro morti e 102 feriti per un totale di 103 azioni tra una tentata estorsione, una novantina di rapine e una decina di attacchi violenti con lo scopo di uccidere.

    I famigliari delle vittime, rappresentati da Rosanna Zecchi, non vogliono sentir parlare di questa richiesta così come di quelle precedenti (il perdono invocato da Alberto Savi poco più di un anno fa, alla vigilia dell’anniversario per l’eccidio del Pilastro, la domanda poi ritirata di amnistia di cui si è parlato qualche mese fa a beneficio di Roberto Savi o richieste analoghe a quelle di Gugliotta da parte di Marino Occhipinti). A poco più di dodici anni dall’arresto della banda, cinque uomini in divisa più Fabio Savi, rimane il dolore dei parenti, che continuano a portare avanti la propria battaglia e alcuni risultati faticosamente li ottengono. E rimangono gli interrogativi – rimasti tali anche dopo i processi – sull’evoluzione di questa storia criminale e sulla sua fine.

    Varie dalla rete

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    Qualche nuova segnalazione su argomenti eterogenei in ordine di lettura:

    Giorno della Memoria: il processo di Hadamar

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    Per il Giorno della Memoria, Olokaustos pubblica un dossier sul processo di Hadamar, il primo a guerra conclusa contro le atrocità perpetrate dal regime hitleriano. E quello che fece emergere una serie di interrogativi.

    Ad Hadamar erano state eliminate circa 10.000 persone tra il gennaio e l’agosto 1941 e, successivamente, sino alla fine della guerra altre 4.400 persone. Di fronte a questo crimine emerse tutta la impreparazione del diritto internazionale di fronte ai massacri di massa. Il problema era complesso. L’ostacolo principale era dato dalla nazionalità delle vittime: cittadini tedeschi disabili […]. Nell’ottobre del 1945 non esistevano gli strumenti giuridici per condurre un processo contro i responsabili dello sterminio dei disabili in Germania. Soltanto il 10 dicembre 1945, con la promulgazione della legge numero 10, venne creato il delitto di «crimini contro l’umanità». Mancando gli strumenti giuridici il tribunale era di fatto e de iure incompetente. Così il processo di Hadamar fu possibile soltanto perché negli ultimi mesi di guerra nella clinica erano stati inviati 476 cittadini sovietici e polacchi ammalati di tubercolosi che erano stati poi eliminati. Poiché queste vittime appartenevano a nazioni alleate degli Stati Uniti il tribunale americano poté istruire il processo in piena legalità. La natura di questo processo mostra tutti i limiti della giustizia

    Atto primo di una meta storia piuttosto nera

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    “Allora, dov’è quello che l’ha trovato?”

    “Là, commissario”.

    L’agente Collotti della Ferroviaria compie un mezzo giro su se stesso quando indica Lo Schifoso. Lui e gli altri del turno hanno adottato il soprannome con cui già tutti chiamano il barbone che a Termini ha trovato il cadavere. Il commissario Valerio Martone segue il movimento del poliziotto e assume un’espressione disgustata, la narice sinistra che si alza verso l’orbita oculare e la bocca trascinata in un ghigno che scopre i canini. Lo Schifoso, schifoso lo è davvero e l’olezzo che emanano gli strati di abiti che ha addosso è pregnante, come di carogna consumata.

    “Allora, Schifoso, vedi di raccontarmi quello che hai visto senza farmi perdere tempo”.

    Oltre che schifoso, Lo Schifoso è anche sul rincoglionito andante e si fa intimidire dal piglio dello sbirro mentre questi si siede a cavalcioni su una sedia a un paio di metri da lui. “Come farà a sopravvivere là fuori”, pensa intanto Martone.

    Lo Schifoso inizia a biascicare la sua storia e si capisce poco. Martone, impaziente e sbrigativo, gli chiede continuamente di ripetere. Anche voi immaginiamo abbiate fretta di andare a raccontare questa storiaccia sui vostri blog. Così, invece di decifrare le parole dello Schifoso, leggiamo il lapidario verbale relativo al ritrovamento dell’ammazzato. Perché di ammazzamento sicuramente si tratta. Continue reading

    Manuale per sopravvivere agli zombi

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    Manuale per sopravvivere agli zombiÈ un po’ non si parla di storie nere, ma mica sono dimenticate. Anzi. Per il momento, in attesa di successivi sviluppi, impiego qualche riga per un libro concentrato su una storia nerissima: il ritorno dei morti viventi. Il volume si intitola Manuale per sopravvivere agli zombi e, per cominciare, non è un romanzo, ma una sequenza di istruzioni su come non soccombere in caso di invasione. L’autore, Max Brooks, figlio di Mel Brooks e di Anne Bancroft, è un esperto in argomento avendo fatto seguire a questo libro World War Z: An Oral History of the Zombie War (su Amazon.co.uk) per il quale sono stati acquisiti i diritti cinematografici.

    Tornando al manuale, in trecento pagine si trovano tutte le informazioni più importanti relative ai trasformati: notizie scientifiche sul solanum, il virus che provoca il risveglio dopo la morte; dettagli sulla fisiologia dei bestioni e sul loro comportamento; indagini sulle capacità di apprendimento e su esperimenti educativi che sono stati tentati. Ma anche dati utili sulle diverse tipologie di armi e sulla loro efficacia in caso di attacco ravvicinato o a distanza, modalità di evacuazione di una zona a seconda dell’intensità dell’assedio (Brooks individua quattro fasce e l’ultima corrisponde all’apocalisse: giunti a questo stadio, si deve già essere scappati oppure tocca rassegnarsi a diventare carne da macello) e analisi dei territori più indicati presso cui rifugiarsi. Continue reading

    Somalia, caccia epidemica

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    Immagine di Jehad NgaMentre è ripartita la caccia a stelle strisce, questa volta in Somalia, sul sito di Medici Senza Frontiere viene pubblicato l’articolo Somalis Trapped by War and Disaster. Argomento: le condizioni di vita quotidiane non riportate sulle cronache di guerra degli ultimi giorni:

    Against this backdrop of political insecurity, Somalia was hit by torrential rains in November that flooded the Shebelle and Juba rivers, leaving tens of thousands of families homeless and destroying their subsistence crops. This occurred just six months after the Bay region, nestled between the two rivers, endured a drought that saw MSF admit more than 600 severely malnourished children to its hospital in Dinsor. MSF teams are trying to fill some of the huge gaps in medical care through primary care and surgical hospitals and clinics, as well as treatment programs for malnutrition, tuberculosis, and kala azar in several regions, including Bakool, Bay, Galguduud, Lower Juba, Mudug, Middle Shabelle, and Mogadishu.

    Una nota a conclusione: l’immagine riportata a fianco, è stata scattata da Jehad Nga e ritrae un graffito tracciato su un muro di Mogadiscio: un tank con mitragliatore che si aggira per le strade della capitale somala.

    Ustica: vittime di una guerra fantasma

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    UsticaLa giustizia dà forfait: 81 morti ma nessun colpevole, articolo pubblicato poco fa sull’Unità online:

    La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della procura generale del tribunale di Roma contro l’assoluzione dei generali dell’Aeronautica Lamberto Bertolucci e Franco Ferri per il disastro di Ustica. Con quest’ultima sentenza in pratica si afferma che non vi sono responsabilità per il disastro aereo avvenuto il 27 giugno 1980 e nel quale persero la vita 81 persone.

    La vicenda del DC9 I-Tigi dell’Itavia abbattuto il 27 giugno 1980 nei cieli sopra Ustica rimane senza responsabili? Andrea Purgatori, intervistato per Articolo 21 da Stefano Corradino, dice:

    La sentenza manda a casa in formula piena gli imputati ma non scalfisce di un millimetro il cosiddetto “scenario di guerra” […]. Conosco tutti i familiari delle vittime. Nessuno di loro è appeso ai soldi, nessuno vuole guadagnarci da questa vicenda. È una questione simbolica, morale, politica, di giustizia.