Nubi somale xsrc=Forse non tutti sanno che tra pochi giorni scade un ultimatum: quello che la Somalia delle Corti Islamiche ha lanciato all’Etiopia per il ritiro delle truppe entrate nel paese per presidiare il governo ad interim insediatosi a Baidoa. Mentre il paese è un’altra volta alle prese con emergenze sanitarie e con nuovi problemi climatici, si ritorna a un passo dal conflitto nel Corno d’Africa senza che i conflitti tra i signori della guerra si siano mai realmente sopiti.

Inserita nella lista delle dieci crisi umanitarie più ignorate dalle TV, la situazione somala ora potrebbe tornare più o meno velocemente a quella che era nei primi Anni Novanta con il ritorno dei Caschi Blu dell’Onu. Che fallirono ai tempi. E per un ragguaglio sulla situazione somala, utile è l’inchiesta Nubi Somale di Maurizio Torrealta ed Elisa Marincola. Ma perché lo stato della Somalia, a quindici anni dalla fine della dittatura di Siad Barre, è ancora oggi così instabile?

Una risposta è che lo è stato per molto tempo. E lo è stato perché negli ultimi trent’anni – giusto per limitare cronologicamente l’analisi – a qualcuno ha fatto comodo che fosse così. Sicuramente a beneficiarne è stato anche chi ha gestito la cooperazione italiana come se fosse cosa sua. Vediamo qualche esempio. Nel 1985, dopo una visita ufficiale in Somalia del presidente del consiglio dei ministri, Bettino Craxi – e probabilmente a fronte del fatto che la nazione guidata ancora da Siad Barre era la principale acquirente di armi dall’Italia (come oggi, sembra) – i fondi sono stati triplicati e quei progetti precedentemente tralasciati perché non adatti hanno cambiato veste e sono diventati prioritari.

Si costruisce così la strada asfaltata Garoe-Bosaso – 220 miliardi di lire – che attraversa una zona desertica in cui non ci sono aggregati umani e per la quale non è garantita manutenzione. La strada si è sciolta al sole. Si edificano silos in vetroresina per i quali non vengono gettate fondamenta di cemento né non sono previste coperture contro sole e intemperie. Assenti anche le valvole di accesso e le pompe di aspirazione. La fine che fatto i silos? Affondano nel terreno e vengono dannegiati dal calore. Sono creati a Mogadiscio un mattatoio e una conceria, rimasti entrambi inutilizzati perché non sono state formate in loco competenze tecniche e gestionali. C’è poi l’azienda agricola di Afgoi: avrebbe dovuto coltivare canna da zucchero per uno zuccherificio già esistente e dedicarsi all’allevamento bovino e ovino. Ma l’opera – dopo aver speso 48 miliardi – non fu completata né ciò che era stato costruito entrò mai in funzione. Senza contare che si faceva largo affidamento su bestiame importato che difficilmente si sarebbe adattato alle condizioni climatiche del posto. Nel 1990, l’azienda agricola – o la parte di essa che esisteva – venne abbandonata. Altro esempio è la struttura farmaceutica che avrebbe dovuto assorbire due anni di produzione di Farmitalia a prezzo doppio rispetto a quello di mercato. Mancano le sovvenzioni – e per fortuna, viene da dire, visto lo scempio generale -, manca un soggetto somalo a cui affidare la gestione della struttura e manca anche un mercato di sbocco, saturato nel giro di uno scarso arco di tempo.

Infine, forse il caso più inquietante: le navi della Shifco. Sono le stesse su cui indagava Ilaria Alpi prima di morire, quelle donate negli Anni Settanta dal governo italiano a Siad Barre. Riconvertite da militari in navi per il trasporto del pesce, all’inizio sono state fatte marcire nelle acque somale fino a quando, negli Anni Ottanta, il governo italiano ne decide la seconda ristrutturazione e vengono riconsegnate al governo somalo. Caduto il quale, non si sa per quale motivo, passano in mano a un privato, l’ingegnere Omar Mugne, imprenditore somalo referente di Barre e dell’ex ministro De Michelis, personaggio a lungo rimasto sotto la sorveglianza dell’intelligence italiana. Individuo che utilizza la flotta per commerciare con l’Europa battendo le rotte dell’Italia, dei Paesi Baschi, dell’Irlanda del Nord e della Libia di Gheddafi. Rotte curiose. Riferiti a quelle navi sono alcuni dei pochissimi appunti di Ilaria Alpi sopravvissuti alle tuttora inspiegate sparizioni di oggetti (per lo più block notes) durante il rientro in Italia dei suoi bagaglia. Dicevano quegli appunti: «1.400 miliardi (fondi Fai) di lire… Dove è finita questa impressionante mole di denaro?». Si è pensato a traffici di armi e di rifiuti e non sono mancate le inchieste giudiziarie in questo ambito. Inchieste che a ben poco hanno portato, se l’omicidio Alpi-Hrovatin è ancora oggi una piccola Ustica e ci sono ex esponenti delle commissioni d’inchiesta che equiparano i giornalisti assassinati a gente che era in Somalia per turismo. Be’, tornando alle navi, nel 2001, con le indagini ancora in corso, Mugne – uomo fortunato, non c’è che dire – ottiene dall’Europa l’autorizzazione a importare pesce nel vecchio continente.

E poi ancora il caso della Camera di commercio italo-somala, fondata da fedelissimi (e affini) di Craxi nel 1979 e sostanzialmente nelle mani del PSI di quegli anni. Scopo ufficiale era l’agevolazione di contatti e contratti commerciali con il paese africano passando per il ministero degli esteri e fermando, del denaro che riusciva a muovere, il dieci per cento a titolo di commissione. Di fatto, più che agevolare le attività commerciali, le si strumentalizzava dato che le transazioni in loco erano gestite da faccendieri che lavoravano a suon di pressioni su questo o quell’altro politico per determinate ditte fossero favorite.

Sulla Somalia, sulla storia della cooperazione italiana in quel paese e sui misteri che ne derivano ci sarebbe qualche altro libro da scrivere, rispetto a quelli che esistono già, come L’esecuzione di Torrealta, Giorgio e Luciana Alpi e Mariangela Gritta Grainer. Sulla guerra che ha imperversato nella prima metà degli Anni Novanta e sul disastroso esito della missione Restore Hope non si è ancora detto tutto. Sicuramente non tutto è stato detto sulle responsabilità italiane relativamente alla situazione attuale e quasi nulla sui traffici che quel paese continua a vedere.