Il programma di Gelli: dalla spaccatura dei sindacati alla conclusione

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Il programma di Licio Gelli

Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della cisl e maggioritari della uil, per poi agevolare la fusione con gli autonomi in una libera confederazione, oppure, senza toccare gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entità i più disponibili fra gli attuali confederali allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti.
(Piano di rinascita democratica, procedimenti, articolo 3)

Le cronache degli ultimi mesi del 2008 hanno mostrato poi un aspetto di particolare evidenza nella vita politica del paese: la spaccatura del fronte sindacale. È accaduto in settembre per il caso Alitalia durante le trattative per cedere la “good company” alla Cai (Compagnia Aerea Italiana): da un lato ci sono la Cgil di Guglielmo Epifani e i sindacati autonomi, dall’altro la Cisl di Raffaele Bonanni e la Uil di Luigi Angeletti. A scindere in due le maestranze è in quest’occasione l’accordo sui lavoratori della compagnia aerea. Il mese successivo accade qualcosa di molto simile per i tagli alla scuola pubblica e in novembre sui modelli contrattuali e sul pacchetto anticrisi da attuare per sorreggere economia reale, imprese e famiglie di fronte al crollo di mercati valutari, istituti finanziari e colossi assicurativi.

E questo nonostante Epifani stesso abbia voluto assumersi un ruolo propositivo inviando al ministro dell’economia Giulio Tremonti una piattaforma di lavoro che però, agli occhi dell’esecutivo, contiene un peccato originale insormontabile: se si applicassero anche solo alcuni dei punti contenuti, come la detassazione delle tredicesime, si minerebbe la triennale legge finanziaria che l’esecutivo ha varato. Intanto Bonanni e Angeletti partecipano a meeting riservati a esponenti del governo e di Confindustria, prendono le distanze da scioperi e manifestazioni di piazza e sperano, forse, si vedersi attribuire il merito di qualche riforma andata in porto.

La strategia ad excludendum del fronte sindacale, nemmeno questa, però, è un fatto nuovo. Se si fa un balzo indietro al 2002, ci si imbatte in una situazione analoga, anche se forse allora era più esacerbata di quanto non sia al momento la spaccatura del 2008 (ma, come per la giustizia, anche l’affaire sindacato è ancora in evoluzione). Ai tempi infatti erano due gli scontri in corso: quello sul “patto per l’Italia” e l’altro sulla proposta di revisionare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Il primo tema – da non confondere con l’omonima coalizione elettorale di centro formata nel 1994 da Mariotto Segni e da altri ex Dc, repubblicani, socialdemocratici e liberali (tra cui Mino Martinazzoli, Giorgio La Malfa, Valerio Zanone e Giuliano Amato) – aveva a che fare con i contratti, la riorganizzazione del lavoro e nuove politiche reddituali. In sostanza si trattava di un’annunciata contrazione fiscale sui livelli retributivi e pensionistici più bassi, snellimenti contabili per le piccole e medie imprese, impegni a non modificare aliquote Iva e Irap in settori specifici (come quello agricolo), interventi per il Mezzogiorno e monitoraggio della pressione fiscale. Il risultato mediaticamente più rilevante fu però l’annuncio del successivo avvio delle grandi opere pubbliche, come la costruzione del ponte dello stretto di Messina.

Ma sul patto si innesta anche la seconda questione: l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, approvato con la legge n. 300 del 20 maggio 1970, “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Nello specifico dell’articolo intitolato “Reintegrazione nel posto di lavoro”, quello per intenderci che vieta il licenziamento senza giusta causa e impone il reintegro dei lavoratori allontanati senza fondato motivo, il secondo governo Berlusconi proponeva di rimuovere le tipologie di obbligo per i datori di lavoro sostenendo che ciò avrebbe agevolato l’occupazione.

La firma del patto per l’Italia e le conseguenti modifiche allo statuto era stata concessa solo da Uil e Cisl. La Cgil si era invece rifiutata e aveva convocato un grande raduno coinciso con la manifestazione di protesta del 23 aprile 2002 che portò in piazza tre milioni di persone. Ne seguirono presidii per la raccolta di firme a sostegno di un referendum popolare, svoltosi il 15 e il 16 giugno 2003, che voleva estendere l’articolo 18 anche alle imprese sotto i sedici dipendenti (c’era un secondo quesito referendario di tutt’altro argomento, la regolamentazione degli elettrodi). Ma, come in molte altre occasioni precedenti, il vincitore è stato il partito degli astensionisti. E oggi il gioco della rottura del fronte sindacale si ripete con estrema puntualità.

Alla luce di quanto raccontato in queste pagine si possono trarre due conclusioni. La prima è che, se l’Italia fosse un paese normale, un libro come questo non sarebbe necessario perché non ci sarebbe nulla da raccontare. Ma forse occorre iniziare a pensare che non sia tanto l’Italia a vivere di anormalità. Forse è solo un paese in cui l’anormalità è più evidente e talvolta talmente cialtrona e arrogante da essere notata con maggiore facilità. Finiti i tempi della P2 così com’è stata ricostruita dopo la sua scoperta, si vede infatti come siano ancora attivi – o lo siano stati fino a poco tempo fa – alcuni degli uomini che ebbero a che fare più o meno direttamente con una realtà che “nessuno può negare che […] sia un’associazione a delinquere” (Sandro Pertini, 1981). È stata varata addirittura una legge, la numero 17 del 25 gennaio 1982, “Norme di attuazione dell’art. 18 della Costituzione in materia di associazioni segrete e scioglimento della associazione denominata loggia P2”, per ribadirlo, che quella era un’esperienza a cui porre fine. Poi le condanne di Gelli per corruzione, per i depistaggi sulla strage di Bologna e l’Ambrosiano non hanno fatto che portare ulteriori evidenze.

Eppure c’è chi è sempre là, nelle stanze dei bottoni, nei giornali, nel mondo dell’alta imprenditoria. Il ricambio, se c’è stato, è stato parziale perché non ha modificato i costumi amministrativi di privati e pubblici cittadini. La rivoluzione che si attendeva da Mani Pulite è stata sgonfiata. Anche l’auspicato allontanamento della mafia dalla politica non è stato voluto né perseguito più di tanto, se oggi alcuni potenti amministratori locali e centrali si compiacciono di una condanna a cinque anni in primo grado perché poteva andare a finire molto peggio. E ha ragione chi valuta “Gomorra”, il libro-denuncia sulla camorra di Roberto Saviano (a cui a fine 2008 è stato negato l’Ambrogino d’Oro insieme al no dell’onorificenza postuma a Enzo Biagi): le voci degli intellettuali, o almeno di una parte di essi, ancor prima che essere rivolte contro la criminalità, lo sono contro uno Stato che non solo non reagisce, ma spesso è connivente. O quanto meno che è compiacente con chi non lavora per la cittadinanza e che “posa”, cioè dismette, abbandona, esattamente come fa la mafia, alcuni dei suoi uomini più fedeli: sono indicative di certe degenerazioni la fine del generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa o del maresciallo Antonino Lombardo, suicidatosi nel 1995 dopo essere stato un baluardo della lotta ai corleonesi tra Cinisi e Terrasini.

All’estero andrà meglio? Forse. Forse va meglio in uno paese, come gli Stati Uniti, dove lo scandalo Enron si paga con ventiquattro anni di carcere e bando agli sconti di pena. Ma paesi come gli Stati Uniti non sono estranei alla chiassosa anomalia italiana. Non lo sono stati negli anni di piombo, nella manipolazione della politica di casa nostra in nome dell’anticomunismo estremo, nelle minacce che precedettero il mai attuato compromesso storico e l’omicidio di Aldo Moro, nelle scalate finanziarie di Michele Sindona. E nemmeno verso la massoneria italiana, che si vide restituire da cittadini americani di non secondario rilievo Palazzo Giustiniani il 7 luglio 1960 dopo la requisizione del regime durante il ventennio fascista. Un fatto, questo, che venne definito da Sergio Flamigni in “Trame atlantiche” l’inizio di una “colonizzazione”, una delle tante forme di colonizzazione che ha avuto declinazioni differenti e che ha fatto affidamento – rileva la commissione Anselmi – sulla generazione di Gelli. Democrazia a sovranità limitata, si chiama il fenomeno. E questa storia – quanto mai attuale – è una delle sue tante esternazioni.

La seconda conclusione è che però, in questo paese dall’anormalità eclatante, c’è un tessuto ancora sano che reagisce. Questo tessuto c’è stato quando si è trattato di indagare e scoprire le malefatte della P2: e questo tessuto era composto in parte da persone, tra cui militari, che facevano parte degli apparati resi implicitamente complici dalla condotta di alcuni dei suoi uomini più in vista. Quegli investigatori, dunque, hanno dovuto combattere una doppia lotta: contro una forma occulta di criminalità e contro i propri apparati di appartenenza. Senza contare poi i giornalisti che ne hanno parlato e hanno indagato con i propri mezzi per tornare a parlarne di nuovo. Quei magistrati che, quando non hanno scontato sulla propria pelle l’onestà dei propri intenti, l’hanno pagata a livello professionale. E tutti quei cittadini comuni che continuano a ricordare e a riconoscere – o quanto meno annusare – movimenti strani che si palesano davanti a loro.

Sì, probabilmente la profezia gelliana si sta avverando e in parte si è avverata, ma a ogni azione corrisponde una reazione. Ed è questo ciò su cui si deve costantemente fare affidamento.

(Segue)

I post precedenti:

Il programma di Licio Gelli – Una profezia avverata
Collana Polifonia, Socialmente, 2009
ISBN 978-88-95265-21-6

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