Il programma di Licio Gelli: la magistratura, quel grande nemico

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Il programma di Licio Gelli

Ordinamento giudiziario: le modifiche più urgenti investono:
– la responsabilità civile (per colpa) dei magistrati;
– il divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari;
– la normativa per l’accesso in carriera (esami psico-attitudinali preliminari);
– la modifica delle norme in tema di facoltà di libertà provvisoria in presenza dei reati di eversione – anche tentata – nei confronti dello Stato e della Costituzione, nonché di violazione delle norme sull’ordine pubblico, di rapina a mano armata, si sequestro di persona e di violenza in generale.
(Piano di rinascita democratica, programmi, articolo a1)

La storia dell’impero editoriale raccontata in precedenza non è stata lineare né tranquilla. Di questioni aperte ce ne sono moltissime: lodo Mondadori, affaire Rete4, processo imi-sir con le condanne a Cesare Previti, indagini antimafia su Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri. Oltre all'”uso criminoso” della televisione pubblica che, ripete a pie’ sospinto il premier, sarebbe in mano alla sinistra, c’è anche la magistratura.

Berlusconi ha di recente ribadito tutto il suo disprezzo per la categoria proprio come fecero diversi suoi predecessori. Nel luglio 1981, per esempio, Bettino Craxi commenta il suicidio del tenente colonnello delle fiamme gialle Luciano Rossi, fresco di interrogatorio perché un suo rapporto su Licio Gelli non aveva seguito l’iter previsto in caso di indagine giudiziaria, ma era stato ritrovato nel corso della perquisizioni dell’81 di Villa Wanda, la residenza aretina del venerabile. La storia andò in sostanza così: nel 1974 erano diversi gli uffici investigativi che volevano vederci chiaro sul patrimonio di Gelli e sulle sponde politiche di cui poteva godere. Così il colonnello Salvatore Florio, comandante dell’Ufficio I della guardia di finanza, incaricò Rossi e altri ufficiali di dare un’occhiata, incurante dei dissidi che si sarebbero creati con i suoi superiori, i già citati generale Raffaele Giudice e colonnello Donato Lo Prete, che lo avevano peraltro invitato a iscriversi alla loggia (Florio rifiuterà e morirà nel luglio 1978 in un incidente stradale in Veneto dalla dinamica mai del tutto accertata).

Quando il ritrovamento del rapporto Rossi diventa di pubblico dominio, nella tarda primavera del 1981, l’ufficiale si spara con la pistola d’ordinanza mentre si trova nel suo ufficio presso il nucleo centrale di polizia tributaria. Nonostante i dubbi su questa versione avanzati a più riprese da Massimo Teodori, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, la tesi del suicidio rimane quella più accreditata e Craxi accusa in una seduta a Montecitorio quelle “azioni giudiziarie che presentano aspetti scriteriati [e] generale furia accusatoria [che] ha fatto delle vittime, coinvolgendo persone che io continuo a considerare in buona fede, spingendo molti alla disperazione”.

Qualcosa del genere accadrà in piena Tangentopoli con il suicidio a San Vittore di Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni, soffocatosi il 20 luglio 1993, alla soglia della scarcerazione già disposta dai magistrati, con un sacchetto di plastica. O tre giorni più tardi con la morte autoinferta di Raul Gardini, che non resse la notizia (ancorché ufficiosa) di un avviso di garanzia emesso a suo carico. Così come sembra sia accaduto al generale Sergio Cicogna, ex dirigente della polizia tributaria di Milano, e a Sergio Castellari, che fu direttore generale delle partecipazioni statali.

Queste morti, ma anche i metodi degli inquirenti – accusati dagli indagati e dal loro entourage di estorcere confessioni più o meno fittizie con custodie cautelari al limite del trattamento da 41 bis, intimidire gli interrogandi con promesse di ritorsioni magari inesistenti e così via – contribuiscono a placare quel giustizialismo di massa che aveva colpito l’opinione pubblica italiana. I toni iniziano a stemperarsi, i giornali abbassano la gittata sensazionalistica dei titoli ed esaurita l’esaltante fase delle indagini si va verso i più tediosi rinvii a giudizio e i conseguenti processi.

È qui che si innesta – e attecchisce – una specie di giustizialismo al contrario, usato questa volta non contro presunti mariuoli di Stato e imprenditori ingordi, ma contro pubblici ministeri e giudici. Ai quali – la storia degli errori giudiziari lo insegna – capita di inciampare o, peggio, di prestarsi ad azioni dolose, ma il “contro giustizialismo” ha assunto, sul finire degli anni Novanta e nel corso di questo decennio, coloriture che vanno ben oltre. Lo dimostrano ancora le dichiarazioni del novembre 2008 del capo del governo: i magistrati, dopo essere stati in precedenza tacciati di insanità mentale e lombrosiane sciagure che li deviano nell’esercizio delle loro funzioni, oggi sono indicati come i responsabili “un’azione rivolta verso i cinque partiti democratici che, pur con molti errori, erano riusciti a garantire per cinquant’anni benessere e progresso”. Le parole sono del premier e i partiti a cui si riferisce sono Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli, il vecchio pentapartito che giostrò a lungo la politica italiana. Questo è revisionismo storico, la frittata girata a piacimento per gettare fumo su anni di malversazioni, personalismi, commistioni affaristiche e sfere di influenza basate su diverse forme di illegalità.

In questo decennio ci sono poi due nomi che per il centro-destra sono stati il simbolo della persecuzione giudiziaria. Il primo è quello di Cesare Previti, avvocato calabrese che negli anni Settanta e Ottanta era uso frequentare il salotto gelliano di Villa Wanda, come attesta la Digos di Arezzo che, su ordine del capo della polizia Vincenzo Parisi, tiene d’occhio la residenza toscana del venerabile. Previti in quegli anni è in buona compagnia: gli capiterà di intrattenersi con politici, ministri, giornalisti, gente del mondo dello spettacolo e della musica leggera (Gelli stesso protesterà nel 1994 per questi servizi di sorveglianza). Intanto l’avvocato, diventato senatore con la prima vittoria elettorale di Berlusconi, viene proposto come ministro di grazia e giustizia, ma gli toccherà rinunciare per il veto dell’allora presidente della repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, e “ripiegare” sul ministero della difesa.

Rieletto deputato nel 2001, è ormai travolto delle inchieste giudiziarie e nel 2006 non riesce a evitare la condanna a sei anni di reclusione alla fine del processo Imi-Sir. Dopo aver scontato cinque giorni di carcere (dal 5 al 10 maggio), beneficia dell’indulto promulgato nell’estate 2006 dal governo di centro-sinistra e affidato ai servizi sociali. Le sue dimissioni da deputato diventeranno ufficiali il 31 luglio 2006, ma il percorso per arrivare a questo punto sarà molto difficoltoso: Previti ricuserà i giudici; nel 2001 è stata proposta una commissione parlamentare d’inchiesta sull’uso politico della giustizia (progetto di legge firmato dal già citato Fabrizio Cicchitto e da Michele Saponara di Forza Italia); vengono richiesti gli elenchi di coloro che sono iscritti a “Magistratura democratica” e al 2Movimento per la giustizia”.

Marcello Dell’Utri, neppure lui estraneo a frequentazioni di ambienti piduisti e sindoniani, è colui che negli anni Settanta conosce e porta ad Arcore Vittorio Mangano, che viene assunto come stalliere nonostante un passato in odor di cosa nostra. Ed è proprio il “fattore” che nell’aprile 2008, mentre Berlusconi invoca perizie psichiatriche sui magistrati, è definito dallo stesso Dell’Utri “a modo suo un eroe” per non aver cantato con i giudici. Condannato in primo grado nel dicembre 2004 dal tribunale di Palermo a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Dell’Utri è colui che disse: “Se esiste l’antimafia vorrà dire che esiste pure la mafia. Io non sto né con la mafia, né con l’antimafia. Almeno non con questa antimafia che complotta contro di me attraverso pentiti pilotati”. In attesa dei successivi grado di giudizio e nonostante l’accanimento della magistratura, dopo le elezioni politiche 2008 Dell’Utri si è guadagnato il quarto mandato parlamentare ed è diventato senatore per il Popolo della Libertà.

Sarebbero sufficienti questi due esempi – senza nemmeno citare tutte le goticissime traversie giudiziarie di Berlusconi – a far comprendere come, per riformare la politica, non si passa attraverso un processo di ripulitura degli uomini dello Stato, ma da un’altra ripulitura: quella delle regole della giustizia.

Ordinamento giudiziario […]:
riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile.
(Piano di rinascita democratica, medio e lungo termine, articolo a1)

Mentre nell’estate 2008 l’esercito viene schierato a fianco delle forze dell’ordine per combattere una più o meno supposta emergenza criminalità, in autunno calano drasticamente dalle pagine dei giornali notizie di reati. Di fatto il dipartimento della pubblica sicurezza già nel 2006 dava in discesa furti, scippi e omicidi rispetto ai tredici anni precedenti mentre l’Istituto delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia (Unicri), nel maggio 2008, pubblicava uno studio comparativo sulla criminalità comune nell’Unione europea: si attestava così che nel vecchio continente l’Italia vantava il numero più basso di rapine e aggressioni ed era indicata come una delle nazioni più sicure dell’Unione, eccezion fatta per i furti con scasso.

Però l’autunno 2008, si diceva, tra onde studentesche, mobilitazioni dei lavoratori Alitalia per la cessione della compagnia di bandiera, istanze dei sindacati che si tenta di spaccare (e su cui si tornerà) e giri di vite su quei fannulloni – per il ministro Renato Brunetta – dei dipendenti pubblici, diventa teatro di un nuovo attacco alla magistratura da fare “adesso e sono più determinato che mai”, tuona Berlusconi a proposto della giustizia italiana, frenato solo dalla Lega Nord, che punta i piedi perché si realizzi prima il federalismo fiscale, e in concreto osteggiato dal leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, secondo il quale ormai è evidente che quello del capo del governo “è un progetto criminogeno [perché] è il progetto della P2”.

Di fatto gli interventi a cui sta pensando l’esecutivo sul finire dell’anno sono una radicalizzazione di ciò che in Italia si è iniziato ad attuare dal 2001 con la riforma Castelli, dal nome del ministro della giustizia, Pietro Castelli, durante il secondo e il terzo governo Berlusconi. Approvati solo nel 2005 dopo un tortuoso iter istituzionale, i provvedimenti, riuniti in un disegno di legge e in una legge delega che dilaziona nel tempo l’attuazione dell’intero corpo di norme, vengono votati dal consiglio dei ministri 14 marzo 2002 e occorrono altri due anni perché Camera e Senato diano a loro volta il proprio benestare. Quando però il 16 dicembre 2004 il testo arriva sulla scrivania dell’allora presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, questi la rispedisce al mittente: non lo firma perché vi ravvisa profili di anticostituzionalità. Determinate modifiche, infatti, tra cui la politica giudiziaria scandita dal ministero, introducono anche la necessità di mettere mano alla Costituzione. Dunque non rimane che rimaneggiare la riforma di nuovo in modo che l’inquilino del Colle questa volta la sottoscriva. Così avviene nel 20 luglio 2005.

Sei i cardini principali del testo originario che vorrebbe andare a toccare l’ordinamento giudiziario: separazione delle funzioni tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti (anche in questo caso occorre però una preventiva legge costituzionale per cui questa parte va via); l’istituzione di una scuola superiore obbligatoria della magistratura di cinque anni; nuove modalità per l’avanzamento della carriera anticipata: se la legge prevede infatti che siano necessari tredici anni per accedere alla corte d’appello e ventotto per la cassazione, chi vuole andare più velocemente potrà farlo ma solo dopo concorsi ad hoc; procedure disciplinari obbligatorie per presunti illeciti dei magistrati; inoltre i processi devono essere celebrati davanti a un rappresentante del ministero della giustizia; infine si prevede la riorganizzazione delle procure, dove i sostituti possono vedersi revocare le indagini in qualsiasi momento e l’unico a poter parlare con la stampa è il procuratore capo. In chiusura di tutta la riforma c’è anche il decentramento funzionale, espressione altisonante con cui si parla della creazione di sedi locali alle dirette dipendenze del ministero e l’introduzione dei palazzi di giustizia più grandi di manager.

Nel 2006, però, c’è l’avvicendamento politico tra il centro-destra e il centro-sinistra e il nuovo guardasigilli, Clemente Mastella, vuole riformare a sua volta e presenta due disegni di legge. Il primo, approvato il 23 ottobre 2006, sostanzialmente prevede la rimozione del divieto per i magistrati a candidarsi (che comunque non possono darsi a una “partecipazione sistematica e continuativa” in un partito politico), vengono ridimensionati gli illeciti a cui un giudice può andare incontro nell’interpretazione di diritto, di fatti e di prove, e viene abolita la presenza obbligatoria dell’emissario ministeriale durante i dibattimenti. Inoltre ai pubblici ministeri è consentito di ricorrere al consiglio superiore della magistratura in caso di revoca delle azioni penali e la separazione delle funzioni è rimandata all’autunno 2007 così come il varo delle nuove procedure di carriera. Con il secondo disegno di legge, approvato il 28 luglio 2007, decade del tutto la scelta tra attività inquirente e giudicante e si restringe il margine di attività della scuola ponendola più sotto l’egida del csm invece che del ministero (nomina di sette membri contro cinque).

Ora si riparla di riforma della giustizia, la terza in meno di dieci anni, ma ciò che al momento è certo è che si può solo attendere che arrivino le novità preannunciate dal presidente del consiglio e non ancora specificate.

(Segue)

I post precedenti:

Il programma di Licio Gelli – Una profezia avverata
Collana Polifonia, Socialmente, 2009
ISBN 978-88-95265-21-6

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