“Mi guardava. Gli sparai”

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La banda della Uno BiancaDa FdC. Tra domani mattina e domenica, si terranno a Zola Predosa, in provincia di Bologna, le cerimonie per commemorare un ventunenne, Massimiliano Valenti, morto il 24 febbraio 1993 per mano dei fratelli Savi. L’omicidio avviene nell’ultima fase della carriera criminale della banda della Uno Bianca, quella che forse più si avvicina a ciò che in tribunale i Savi sosterranno di essere stati, semplici rapinatori. Gli assalti alle banche ci sono (tra il febbraio ’92 e l’ottobre ’94 gli istituti di credito colpiti sono venti, quasi un terzo delle rapine compiute in totale) e i quattrini portati via pure (un miliardo e 200 milioni circa, più della metà di quanto metteranno insieme in quasi otto anni).

Ma in sei casi il bottino sarà pari a zero mentre i morti ammonteranno a tre e i feriti a dieci. E poi ci sono ancora episodi di violenza cieca, ingiustificata, che fanno tornare alla mente gli agguati ai carabinieri di Castelmaggiore e del Pilastro, i tiri al piattello sui rom e gli immigrati o il duplice omicidio nell’armeria bolognese di via Volturno. Casi come quello di Ubaldo Paci, direttore della Cassa di Risparmio di Pesaro, freddato il 24 maggio 1993 mentre alle 8 del mattino stava per aprire la filiale. A fare fuoco contro di lui è Fabio Savi che, dopo averlo raggiunto al petto da distanza ravvicinata, fa per andarsene a mani vuote ma, pochi passi dopo, torna indietro per un inutile colpo di grazia alla tempia. E come per la morte di Massimiliano Valenti.

Il 24 febbraio ’93 la rapina al Credito Romagnolo di Zola Predosa sembra l’incursione perfetta: un uomo armato e travisato con occhiali da sole e cappello calcato sulla testa tiene sotto scacco dipendenti, direttore e clienti. Di fuori, in via Alfieri, ce n’è un altro che lo aspetta e i due comunicano con talkie-talkie. Non parte un colpo, nessuno rimane ferito durante la rapina che si conclude per i malviventi con un bottino di 104 milioni di lire.

All’esterno, una Y10 accesa attende di poter portare via i due. Ma non vanno molto lontano. A qualche centinaio di metri dalla banca, in via Tasso, si fermano e salgono su una Fiat Tipo Rossa per raggiungere probabilmente un terzo veicolo in una specie di domino automobilistico, tipico della banda quando deve scomparire. Ma a questo punto l’intoppo. Di fronte alla Tipo, parcheggiato subito dopo, c’è un furgone di una ditta di trasporti sul quale sta un dipendente, Massimiliano Valenti. I malviventi se ne accorgono, lo tirano fuori e lo caricano in macchina puntando verso una strada bianca che riporta a Bologna. Qualche ora più tardi giunge una telefonata anonima: in un fossato, lungo quella strada, c’è il corpo di Valenti crivellato di colpi partiti da una Beretta calibro 9.

Dirà Fabio Savi al processo:

Sicuramente eravamo in due: io e mio fratello Roberto […]. Nel corso del cambio d’auto […] io e Roberto notammo che un ragazzo ci guardava insistentemente, allora ci determinammo a portarlo con noi in macchina […]. Preciso che né io né Roberto avevamo intenzioni cattive nei confronti del ragazzo. La nostra intenzione era soltanto quella di coprirci la fuga, nel senso che volevamo portarlo lontano da Zola Predosa ed abbandonarlo al suo destino. Tuttavia il ragazzo continuava a guardarmi con la massima insistenza e non ascoltava il mio ripetuto invito a non far ciò […]. Gli davo delle manate al volto allo scopo di allontanare lo sguardo da me, ma il ragazzo continuava a guardarmi ed inoltre mi saltava addosso, disturbando la mia guida. Alla fine mi sono stancato e ho perso il controllo di me stesso, ho arrestato la marcia dell’autovettura e, dopo aver trascinato fuori dalla stessa il Valenti, ho esploso al suo indirizzo ripetuti colpi di arma da fuoco. Mio fratello Roberto rimase nell’autovettura senza dire nulla.

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