Centoundici colpi: «Gli infedeli dell’Arma»

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Immagine di Pensiero rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.0I giornalisti che seguono la storia di Bagnara di Romagna (i cinque carabinieri morti il 16 novembre 1988 per colpi d’arma da fuoco all’interno della caserma presso cui prestano servizio), nel giro di pochi mesi, mettono in fila una serie di episodi che finisce per abbracciare una zona che da Bologna va alla costa romagnola. Un’efficace ricostruzione di ciò che accadde la fa Aldo Balzanelli di Repubblica in un articolo che esce il primo dicembre 1988 a pagina V della cronaca di Bologna. Lo ripropongo integralmente perché risulta particolarmente utile nel comprendere i fatti che si susseguono in quel periodo. Successivamente gli episodi qui citati saranno oggetto di uno specifico approfondimento in modo che tutti gli eventi possano essere meglio sviscerati.

«Gli infedeli dell’Arma» di Aldo Balzanelli – Repubblica – Cronaca di Bologna (1 dicembre 1988)

Alfonsine, 21 aprile 1987, un carabiniere di leva di 21 anni viene rapito ad Alfonsine. È di stanza a Bosco Mesola, nel ferrarese, ma quella sera è in licenza ed è uscito con la fidanzata. Dopo averla riaccompagnata a casa scompare nel nulla. La sua auto, una Golf rossa, verrà ritrovata a poche centinaia di metri dalla piazza principale del paese, regolarmente chiusa, senza segni di violenza.

Un rapimento inspiegabile

Il corpo senza vita di Pierpaolo Minguzzi, che ha ereditato dal padre un’azienda ortofrutticola, ricompare una decina di giorno dopo nel Po di Volano. Ha un cappuccio in testa e una grata di ferro legata intorno al collo. La grata, si scoprirà dopo, è stata divelta da una cascina abbandonata. Minguzzi è stato strangolato con inaudita violenza. Sino ad oggi nessuno ha saputo spiegare quel delitto. L’ipotesi prevalente parla di rapimento, anche perché qualcuno telefona alla famiglia chiedendo 300 milioni di riscatto. Una cifra troppo passa, che contribuisce a sollevare parecchi dubbi sulla veridicità della richiesta.

Ancora Alfonsine. Un carabiniere, Sebastiano Vetrano, resta ucciso in uno scontro a fuoco con una banda di estorsori che vestono la sua stessa divisa. Avevano chiesto 300 milioni (curiosamente la stessa cifra di Minguzzi) a un imprenditore della zona. Vengono arrestati due carabinieri, Orazio Tasca e Angelo Del Dotto, insieme a un idraulico. Qualche giorno fa sono stati condannati a oltre vent’anni di carcere. L’inchiesta ha chiarito invece perché Sebastiano Vetrano e il suo comandante erano appostati dove non dovevano essere, stando agli ordini. L’avvocato Mario Giulio Leone, che al processo ha rappresentato come parte civile la figlia di Vetrano, ha chiesto invano l’apertura di un’inchiesta sulle modalità di un’operazione che si concluse così tragicamente. La Corte ha respinto la richiesta.

Castelmaggiore. Il 20 aprile scorso a Castelmaggiore, in un parcheggio a poche centinaia di metri da una Coop, vengono a freddo assassinati due carabinieri di pattuglia. Si chiamano Cataldo Stasi e Umberto Erriu e non hanno neppure il tempo di sparare un colpo. Le indagini per un po’ brancolano nel buio. Poi, improvvisamente la svolta, ma si tratta di un inquietante depistaggio.

Bologna. E infatti, qualche giorno dopo, il 16 giugno, viene arrestato un brigadiere del nucleo operativo. Si chiama Domenico Macauda e confessa di aver seminato prove false a casa di un pregiudicato e di una famiglia di insospettabili con tanto di tessera del PCI. In uno stipetto del bagno ha lasciato addirittura cinque bossoli uguali a quello trovato nell’auto servita per la fuga degli assassini. Nella cascina “insospettabile” invece ha seminato eroina in gran quantità. Altra droga salta fuori da una piccola cassetta di sicurezza che Macauda aveva nel cassetto della scrivania. Per conto di chi ha agito il carabiniere infedele? “Ho inventato tutto per guadagnare il premio promesso dall’Arma per chi avesse scoperto gli assassini di Stasi ed Erriu”, dice in un primo tempo. L’altro giorno, al processo, cambia improvvisamente versione. “Ho mentito. Ero ricattato da due pregiudicati, che mi hanno imposto di inventare una falsa pista”. Vero? Falso? Chissà. Intanto però Macauda ha svelato una storia che costerà un processo anche a tutti i suoi superiori.

Ancora Bologna. “Ho fatto quel che ho fatto – racconta il carabiniere in manette – perché ero nauseato dal clima che c’era nel mio reparto”. E per dare credibilità alla versione racconta che “qualche settimana fa, in caserma, sono venuti a mancare 24 milioni provenienti da una rapina. Bene, il comandante ha deciso di coprire il buco tassando tutti gli uomini del reparto operativo”. L’ufficiale confessa: “È vero, ma lo sapevano tutti”. E infatti il 22 luglio, mentre Bologna va in vacanza, tutto il vertice dell’Arma, dal comandante della legione in giù, finisce sotto processo.

L’ennesimo brutto colpo

Un ennesimo brutto colpo per la Benemerita, che si era appena sollevata dalle polemiche seguite al trasferimento, dal molti considerato punitivo, di un maggiore molto stimato.

Ancora Bologna. Ma anche un altro episodio si era appena abbattuto come una mazzata sull’immagine dell’Arma. Due giorni prima dell’arresto di Macauda, erano finiti nella rete della polizia altri carabinieri, sorpresi subito dopo una rapina a un hotel. Uno dei due per la verità è un ex carabiniere, dimissionato da poco per una storia non del tutto chiara. Si chiama Fernando Missere mentre il complice è Gaetano Tuminelli. Erano già stati fermati subito dopo una rapina a un casello autostradale, ma se l’erano cavata mostrando il tesserino e dicendo scandalizzati: ”Ma noi siamo colleghi”. La seconda volta però non la fanno franca e il processo finisce con due condanne a sei anni.

Ferrara. Il 25 settembre si diffonde la notizia che passa quasi però inosservata. A Ferrara è stato arrestato un sottufficiale dei carabinieri. L’accusa è di traffico internazionale di droga. Si chiama Osvaldo Massaro, ha 27 anni e qualche giorno prima, all’aeroporto di Venezia, stava aspettando un carico di cocaina (tre chili e mezzo) da un corriere colombiano. Massaro scappa ma la guardia di finanza risale a lui attraverso la targa dell’auto. Raggiunge in carcere José Antonio Suarez, un colombiano partito da Francoforte con il carico di coca.

Bagnara. Il 16 novembre un carabiniere scelto, Antonio Mantella, fa una strage in una piccola stazione di campagna. Uccide quattro colleghi e poi si spara. Perché l’ha fatto? Mistero. Gli interrogatori su quel mezzogiorno di fuoco sono ancora tutti aperti e la versione ufficiale tarda ad arrivare.

Giallo a Ferrara. Ieri, infine, è nuovi due arresti e la coperta della raffineria sulla base delle indagini seguite al sequestro di coca destinata a Massaro.

2 thoughts on “Centoundici colpi: «Gli infedeli dell’Arma»

  1. 164° A.C.A.

    Riprendo sempre quanto scrive Provvisionato nel suo libro ….: “…..vi immaginate un carabiniere che in divisa da brigadiere(il Macauda,nds)porta dentro la casa di queste povere persone(i Testoni,nds)alambicchi e provette per incolparli di un reato che non hanno commesso?Possibile che nessun altro collega vesse visto niente?…”.

    Il Provvisionato forse ignora che un carabiniere di servizio al R.O. lavora in borghese,e comunque(anche secondo logica…)avrebbe fatto il lavoro sporco in abiti civili e in orari con poco “traffico”.

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