Alberto Muraro: la vittima preventiva della strage di Piazza Fontana

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Alberto Muraro

Erano le 7 del mattino del 13 settembre 1969. L’estate stava perdendo mordente, la morsa dell’afa padana abbandonava Padova. Ma quell’estate non era stata torrida solo per ragioni climatiche. Alberto Muraro, carabiniere in congedo che faceva il portinaio in uno stabile di piazza Insurrezione, doveva pensare a questo e alla deposizione che due giorni dopo avrebbe dovuto rendere di fronte al procuratore Aldo Fais.

Poi la moglie l’aveva perso di vista, non sentiva più nessuno dei rumori che Alberto produceva mentre faceva le pulizie nel condominio. Così era andata a cercarlo e aveva trovato il corpo del marito a terra, immobile. Allora aveva guardato verso l’alto, verso il terzo piano, scorgendo il secchio con l’acqua e il sapone che si era portato dietro per lavare a terra.
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Alberto Muraro e Pasquale Juliano, coloro che vennero prima di piazza Fontana

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Pasquale JulianoAll’inizio la morte di Alberto Muraro, che precipita dal terzo piano, dove vive il neofascista Massimiliano Fachini, viene archiviata come un incidente a cui ha contribuito una ringhiera troppo bassa e dunque insicura. Così si autorizza la tumulazione senza che venga disposta l’autopsia. Nel 1973, però, quando la pista nera dello stragismo italiano prenderà corpo, i giudici Emilio Alessandrini e Gerardo D’Ambrosio riapriranno le indagini e accuseranno Massimiliano Fachini e Franco Freda di omicidio premeditato. I due, però, saranno prosciolti in istruttoria nel febbraio 1977. Nonostante non si sia mai dato un nome agli assassini del portinaio di Padova, oggi viene ricordato come una «vittima preventiva di piazza Fontana».

La voce delle vociPasquale Juliano, il commissario accusato dagli eversori veneti di accanimento investigativo nei loro confronti, impiegherà dieci anni per dimostrare la correttezza della sua condotta: sarà assolto in via definitiva il 23 maggio 1979. Nato ad Ostuni nel 1932, in quel decennio vedrà dimostrata più volte la sua innocenza, ma tra i vari gradi di giudizio e l’annullamento di sentenze precedenti, dovrà ripartire ogni volta da zero nella sua difesa. Quando a fine degli anni Settanta le sue traversie giudiziarie si concluderanno, si congederà dalla polizia e si darà alla professione di avvocato fino al 1998, anno in cui muore. Avrebbe potuto evitare la strage di piazza Fontana, gli verrà chiesto nel 1996 da un cronista dell’Avvenire dopo aver raccontato la sua storia al giudice Guido Salvini? «Non lo so – risponderà –, ma stavo andando nella direzione giusta. E questo non andava bene. Non voglio certo quel monumento che mi promisero, ma almeno qualcuno potrebbe ricordarsi di me e dirmi “Juliano, ci scusi, lei aveva ragione”».
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Alberto Muraro, la vittima “preventiva” di piazza Fontana

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Alberto Muraro, la vittima preventiva di piazza FontanaAlle 7 del mattino, nello stabile di piazza dell’Insurrezione, a Padova, l’attività della coppia di custodi è già iniziata e a quell’ora le pulizie dovrebbe essere concluse. Eppure il 13 settembre 1969 la signora Onorina non ha ancora visto il marito far rientro in guardiola. Strano, deve aver pensato. E così lascia il piccolo locale che affaccia sul portone e va a controllare che sia tutto a posto. Esce, dunque, e l’altra stranezza che nota è la pattumiera, abbandonata all’ingresso. Suo marito, invece, quando spazzava e i pavimenti dell’edificio, se ne portava dietro due, sempre insieme.

Pochi passi ancora e la signora Onorina trasecola. Alberto Muraro, suo marito, ex carabiniere e poi portinaio di quello stabile, giace in fondo alla tromba dell’ascensore. E la donna capisce subito che è morto dopo essere volato da chissà quanti metri. «Ecco, è successo, Alberto l’aveva detto». È vero. La morte di Alberto Muraro è una profezia che si avvera. Solo qualche giorno prima si era confidato con un amico. «Va a finire che mi troverete precipitato dentro la tromba dell’ascensore o delle scale dopo che mi hanno dato una legnata in testa». Anche la legnata fa parte della profezia avveratasi perché la botta c’è davvero e non nel punto in cui il capo ha impattato con il pavimento.

Ma chi può voler morto un uomo tranquillo che, congedatosi dalla vita militare, si ritira a fare un lavoro certo faticoso, ma in genere privo di avventure? Alberto Muraro non è solo un portinaio, è anche un testimone. L’unico testimone di un fatto all’apparenza banale, ma che avrebbe forse potuto cambiare il corso degli anni a seguire, quelli che vanno sotto la definizione di strategia della tensione.

Due giorni dopo la sua morte, il 15 settembre 1969, avrebbe infatti dovuto presentarsi al procuratore della Repubblica di Padova, Aldo Fais, per raccontare di nuovo l’episodio a cui aveva assistito. Risaliva al 16 giugno precedente. Verso le 7 di sera, mentre Muraro era seduto in guardiola, di fronte a lui era passato un giovane. Entrava e con fare disinvolto, come se conoscesse l’edificio, si era diretto verso i piani superiori. Proprio perché sembrava conoscere la sua destinazione, il portinaio non l’aveva fermato e forse non si sarebbe nemmeno ricordato di lui se non fosse stato per la camicia a fiori che il ragazzo indossava senza giacca. Tre quarti d’ora dopo circa lo aveva visto di nuovo. Stava uscendo, questa volta, e in mano teneva un pacco avvolto nella carta.
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Da Padova a piazza Fontana: rievocare storie che vengono da lontano

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Foto di AuroraMentre si annuncia la prossima realizzazione di un film sulla strage di piazza Fontana (prodotto da Cattleya e sceneggiato da Stefano Rulli e Sandro Petraglia), il quotidiano L’Unità presenta l’articolo 12 dicembre 1969, le indagini, il racconto dei sopravvissuti e un dvd di Lucarelli. Qui, al di là del riprendere i contenuti proposti nella pubblicazione dello scrittore emiliano, si fa ampio riferimento a una storia su cui si sta lavorando in questo periodo: quella che ruota intorno al palazzo padovano di piazza dell’Insurrezione, dove viveva ai tempi Massimiliano Fachini, e alla morte del suo portinaio, Alberto Muraro, unico testimone a favore del commissario Pasquale Juliano, accusato ingiustamente di aver fabbricato le prove contro la cellula veneta e “reo” di aver intuito la preparazione di un “attentato imminente”, che qualche mese più tardi (siamo tra il giugno e il settembre 1969) si sarebbe consumato in piazza Fontana, a Milano.

Il portinaio Alberto Muraro, ex carabiniere, morto precipitando dalle scale che stava lavando, aveva rivelato ai giudici d’aver visto un ragazzo con una pistola e una bomba uscire dall’appartamento di Massimiliano Fachini, consigliere comunale missino, amico di Franco Freda e di Ventura. Muraro aveva ritrattato. Disse di essersi confuso e di non aver visto proprio nessuno. Per chiarire, si sarebbe dovuto presentare in tribunale il 15 settembre. A Fachini, a Freda e Ventura si era già arrivati, ancora grazie a una testimonianza, questa volta di un professore padovano, democristiano, Guido Lorenzon, che il 15 dicembre, assistendo in tv ai funerali per le vittime di piazza Fontana, s’era ricordato di alcune parole dell’amico Ventura. Ventura gli aveva confidato d’aver portato una bomba a Milano, in maggio, in un edificio pubblico. La bomba non era esplosa. Centomila lire buttate via. Tanto era costato l’ordigno.

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