Una tragedia negata: gli anni di piombo nella narrativa italiana

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Una tragedia negata di Demetrio PaolinDa Vibrisselibri, Una tragedia negata – Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana di Demetrio Paolin:

Un’approfondita analisi sulla narrativa ispirata agli anni di piombo. Sono due, in particolare, i fili conduttori che legano i testi presi in esame in questo saggio. Due aspetti nodali che l’autore ha individuato, portato alla luce e sui quali ci invita a riflettere: l’assenza della figura del nemico e la conseguente negazione della cifra tragica nei sanguinosi eventi che caratterizzarono il periodo in questione. In tutti i libri che Paolin analizza la scelta della lotta armata viene declinata all’interno di un ambito familiare, quasi a voler annullare o «disinnescare» la violenza contenuta in quei fatti di sangue.

Da qui, si può scaricare il pdf del libro, che sarà in libreria a partire dal mese prossimo per le edizioni Il Maestrale, da qui la storia della copertina e da qui invece il work in progress del libro.

Un secolo di carcere per devastazione e saccheggio

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21 july 2001 - 21 july 2007Questo è uno dei casi in cui sarà utile analizzare il dispositivo della sentenza che ha portato a comminare un totale di oltre cento anni di carcere alle persone finite a processo per devastazione e saccheggio durante le manifestazioni del G8 del 2001 a Genova. A fronte dello zelo giudiziario tutto da comprendere nell’infliggere periodi di reclusione che vanno dai cinque mesi agli undici anni, risultano più che condivisibili le parole di Haidi Giuliani la quale:

si dichiara “sconvolta” dalla sentenza di oggi che non ha voluto considerare i fatti genovesi “come fatti attribuibili a singole persone ma ha giudicato i ragazzi come se fossero delinquenti abituali”. “Mi sconvolge ancora di più – dichiara la senatrice – la distanza abissale che resta tra chi viene condannato per aver rotto delle cose e chi invece non sarà mai condannato per aver rotto esseri umani. Non mi stancherò mai di ribadire l’assoluta necessità di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta che rimetta insieme, come in un puzzle, tutto quanto è accaduto a Genova in quelle giornate”. “La sentenza di Torino, che ha cancellato l’accusa assurda di devastazione e saccheggio, faceva ben sperare – ha concluso la sen. Giuliani – perché i giudici l’avevano pronunciata basandosi su singoli atti compiuti da singole persone”.

E in proposito si legge sul comunicato stampa di Supporto Legale:

L’uso del reato di devastazione e saccheggio per condannare fatti avvenuti durante una manifestazione politica apre la strada a un’operazione pericolosa, che vorrebbe vedere le persone supine alle scelte di chi governa, inermi di fronte ai soprusi quotidiani di un sistema in piena emergenza democratica, prima ancora che economica. Nessuno di coloro che era a Genova nel 2001 e che ha costruito carriere sulle parole d’ordine di Genova, salvo poi tradirle con ogni voto e mezzo necessario, ha voluto schierarsi contro questa operazione assurda e strumentale: nessuno, o quasi, in tutto l’arco del centro sinistra al governo ha saputo dire che a Genova, tra coloro i quali oggi sono stati condannati ad anni di galera, avrebbe dovuto esserci tutti quanti hanno partecipato a quelle giornate.

Qui infine un po’ di documentazione sul “processo ai 25” condannati oggi.

Piazza Fontana, la trama ed il sangue

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Foto di AuroraTrentotto anni fa esplodeva una bomba abbandonata in un istituto di credito milanese. Era la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana e quel giorno l’Italia perse l’innocenza, per parafrasare il sottotitolo di un libro di Giorgio Boatti su quell’attentato, entrando definitivamente negli Anni di Piombo. Altra Catanzaro, sito intitolato alla città calabrese presso si celebrò il primo processo che condannò Freda e gli altri responsabili della strage, ricorda questa ricorrenza con un articolo, Piazza Fontana, la trama ed il sangue, dello stesso Giorgio che, non si dimentichi nemmeno questo, passò non pochi guai per il suo Piazza Fontana – 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta. Infine, prima di passare all’articolo, utile da leggere è Le carte di Piazza Fontana: un appello.

Forse l’unico modo per comprendere davvero la “strage di Piazza Fontana” – comprendere nel senso letterale del prendere con sé, non consentendo la rimozione che l’espelle dalla memoria, dunque dalla storia civile del Paese, oppure la deforma e la riduce a data, a tappa nella cronologia italiana, a lacrimuccia di commozione che non afferra nulla e lascia scivolare tutto – è di considerarla come fosse la trama di una spy story, il plot narrativo elaborato da uno scrittore di genere (noir, political thriller). Oppure una di quelle simulazioni con cui gli Stati Maggiori pensano di dribblare il futuro interrogandolo in tutte le sue possibili concatenazioni e dunque elaborando mosse e contromosse, rigorosamente realistiche, per governare ciò che sarà.

Per procedere in questo modo bisognerà ovviamente pagare scotto, compiere un piccolo acrificio. Occorrerà ridurre ciò che è accaduto – i morti e il sangue, il dolore dei feriti e la pena senza fine delle famiglie colpite – a piccola cosa, a quella decina di righe con cui la strage viene riassunta nei manuali e nelle cronologie della storia recente del Paese. Lì si legge come il 12 dicembre 1969 “Alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, una bomba provoca la morte di 17 persone e il ferimento di 88. A Roma scoppiano bombe alla Banca Nazionale del Lavoro in via Veneto dove rimangono ferite 16 persone e alla tomba del Milite Ignoto”.

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Alpi-Hrovatin: il caso non va archiviato

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Ancora sul caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, si legge sul sito dedicato alla memoria dei due giornalisti uccisi nel 1994 in Somalia:

“Da un’analisi complessiva degli elementi indiziari fino ad oggi raccolti dagli inquirenti la ricostruzione della vicenda più probabile e ragionevole appare essere quella dell’omicidio su commissione”. Con questa motivazione il gip di Roma Emanuele Cersosimo, secondo quanto riferito dall’avvocato Domenico D’Amati, ha respinto la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sugli omicidi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuti a Mogadiscio il 20 marzo 1994 ed accolto l’istanza della famiglia dell’inviata del Tg3 nella quale si chiedeva di svolgere nuove indagini. “Abbiamo accolto la notizia con grande soddisfazione – ha dettoal sito www.ilariaalpi.it, Luciana Alpi – Vogliamo inoltre ringraziare il magistrato che ha accolto la nostra istanza. Finalmente dopo 14 anni questa è per noi una giornata chiara e serena, vediamo il futuro positivamente e pensiamo che finalmente possa emergere la verità”.

Una fiction può condizionare un processo?

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Chi fosse Graziella Campagna, giustiziata dalla mafia ventidue anni fa, è storia poco nota. La sua vicenda avrebbe potuto essere più conosciuta, dato che era in già pronta una fiction che avrebbe dovuto raccontarla. Però la messa in onda è stata bloccata, come spiega Articolo 21. Perché?

Perché coincideva con l’udienza in Corte d’appello nel processo ai due mafiosi imputati dell’omicidio di Graziella Campagna […]. Paura della televisione, come se i giurati di un processo potessero essere influenzati da una ricostruzione televisiva su l’oggetto del loro giudizio: come se l’orrore di quell’omicidio potesse esser meglio rappresentato in Tv di quanto non si possa fare con dovizia di particolari in un’aula di corte d’Appello. Come se si volesse separare la giustizia dal mondo, dalla realtà.

Oggi, durante il dibattito Vedo, sento, parlo, si diceva che è un tribunale che si potrebbe far influenzare da immagini televisive – anche laddove si ricostruisse una storia non fedele alla realtà dei fatti (ma non si può sapere se sia così oppure il contrario) – non farebbe in ogni caso un lavoro corretto. Per sentire il resto degli interventi (su questo e su altri argomenti), la registrazione è disponibile qui.

Si veda anche il post di Peter Gomez Una farsa pericolosa.

La città che uccide le donne: inchiesta a Ciudad Juarez

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La città che uccide le donneDomani ci sarà la manifestazione contro la violenza sulle donne e in argomento una segnalazione per un libro, dopo quella a Ginocidio di Daniela Danna (Eleuthera): il libro, questa volta, è La città che uccide le donne di Marc Fernandez e Jean-Christophe Rampal (Fandango Libri), autori di un’inchiesta sui fatti di Ciudad Juarez. Del volume se ne parla anche su Aprile Online:

Data la portata del fenomeno criminale, sono molte le ipotesi sull’identità degli assassini, nonché sulle coperture a livelli istituzionali. Si è parlato di narcotraffico, di riti satanisti, di commercio di organi, di ‘gite turistiche domenicali’ di cittadini statunitensi mandati a El Paso in regime di semilibertà. Ci sono stati degli arresti, in tutto 18, e 10 condanne. Ma non sono mancate le scarcerazioni, e non si è certi della colpevolezza degli arrestati, che non hanno avuto processi equi. La parola d’ordine è ‘impunità’ (secondo le Nazioni Unite il tasso di impunità in Messico è di quasi il 100%), seguita da ‘discriminazione’ e ‘indifferenza’. In Messico la violenza sulle donne è considerata un fatto normale, e i 400 omicidi di giovani ragazze hanno più o meno la rilevanza che in Italia potrebbe avere l’avvelenamento di 400 cani randagi.

“Vicini da morire”: il movente dell’identità

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Vicini da morireVicini da morire, il libro che Pino Corrias ha scritto sul delitto di Erba, va molto oltre il fatto in sé. È uno spaccato della profonda provincia settentrionale, di quella benestante e chiusa, cattolica e caritatevole ma non solidale, bestiale senza essere descritta in termini gratuiti, protagonista di precedenti fatti di sangue dimenticati e sorvegliata da tutori dell’ordine un po’ maneschi ma bonari. È la provincia sbigottita davanti a una strage, una provincia che cerca testardamente il male al di fuori da sé perché non ammette il contrario, che non si accorge quando invece quel male attecchisce e cresce al suo interno e che, lusingata o indifferente, si concede sotto i fari delle discoteche perché il passo verso i riflettori del piccolo schermo, forse, è prossimo. Una provincia che rifiuta i diversi e ne condanna la strumentalizzazione del lutto, ma di fronte a un piccolo imprensario sfila sorridente. È implacabile, Corrias, almeno con un pezzo di quella provincia, che indaga, interroga, setaccia, percorre a piedi. E a un certo punto scrive:

Ho i taccuini pieni della storia di un enorme delitto e la sua coda di cometa: di appunti sulle reazioni alla malvagità degli uomini, sullo spavento che si propaga come un’onda del lago, sul bisogno di darci a vicenda almeno una spiegazione. La cattiveria degli uomini non è una rivelazione, è un peso. Per questo avevo bisogno dei cani di Velasco, che poi non sono cani per davvero, sono l’idea del cane erratico, la leggerezza che non morde, cani hegeliani.

Hegel diceva che gli animali uccidono per nutrirsi, gli uomini per riconoscersi. L’identità è sempre il movente, quando si carica d’odio. Unico, declinato in un numero illimitato di modi: il gruppo, la razza, la religione, l’ideologia. Si uccide per il (proprio) potere e per la (altrui) ricchezza. Si uccide per risarcire un tradimento subito. Per vendicarsi di un’umiliazione. Per un amore non corrisposto. Per disamore, conflitti sentimentali, e anche «rivendicazioni passionali», come la chiama lo psichiatra Vincenzo Mastronardi. Io sono, tu sei. Si uccide per vendetta. Si uccide per il rumore.

Politicamente Scorretto: la metà oscura di realtà e storia

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Di Politicamente Scorretto (23-25 novembre, Casa della Conoscenza, Casalecchio di Reno), Carlo Lucarelli dice:

Di festival del giallo e del noir ce ne sono tanti, e alcuni sono anche molto belli e importanti. Politicamente Scorretto, però, è particolare, perché si occupa di un tema specifico, quello di quanto il giallo – o il noir, o come si voglia chiamare questo genere che parla di mistero, inquietudine e metà oscura delle cose – si rapporta alle tematiche sociali e politiche, ai cambiamenti e alle contraddizioni della società e della storia. E soprattutto di come lo faccia, di quanto riesca ad essere critico e investigativo, e quindi scorretto, o quanto invece sia allineato o semplicemente indifferente.

Qui il programma che contiene anche la presentazione del libro L’osso di Dio di Cristina Zagaria di cui si parlava poco tempo fa.

Uno bianca: i fili di una vicenda durata oltre sette anni

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Uno bianca e trame nere - Cronaca di un periodo di terroreAggiornamento del 28 novembre: l’articolo uscito ieri su Repubblica Bologna. Qui la prima parte e qui la seconda.

Da oggi è il libreria Uno bianca e trame nere. Cronaca di un periodo di terrore, pubblicato da Stampa Alternativa. D’accordo con il mio editore, è stato rilasciato con una licenza Creative Commons e dunque la sua versione elettronica è disponibile per il download qui (da qui invece si può scaricare la copertina e a breve verrà messo online anche su Libera Cultura, il sito che riunisce le pubblicazioni di Stampa Alternativa rilasciate sotto Creative Commons). Di seguito, invece, riporto la prefazione che Andrea Purgatori ha scritto in apertura libro:

Un Paese che s’accontenta della verità giudiziaria è un Paese che ha scelto di convivere con le ombre, i fantasmi, gli scheletri negli armadi. Che rifiuta di specchiarsi nella propria memoria e dunque si adatta a subire il costante ricatto di quelle forze oscure che, attraverso l’uso “istituzionalizzato” della violenza, ne hanno determinato le svolte più traumatiche.

La vicenda della Uno bianca – 103 azioni criminali, 24 vittime, 102 feriti – comincia nel 1987 e si conclude nel 1994 con l’arresto dei sei componenti della banda, cinque dei quali sono poliziotti in servizio. Processualmente, viene definita e archiviata come una storia di rapinatori assassini. Ma anche in questo caso la verità giudiziaria non è sufficiente a risolvere l’enigma di fondo che tuttora avvolge l’esistenza e le feroci imprese compiute dai tre fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi e dai loro complici.

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Moby Prince: spariscono i documenti attesi dall’avvocato Palermo

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Pino Scaccia segnala sul suo blog questo lancio dell’Ansa, Giallo Moby Prince: aggredito un consulente tecnico:

Un consulente tecnico che si occupa della tragedia del traghetto Moby Prince (140 morti il 9 aprile del 1991 dopo una collisione con la petroliera Agip Abruzzo) è stato aggredito e drogato nella notte tra venerdì e sabato a Marina di Pisa, in una zona isolata nei pressi della foce dell’Arno, da quattro persone. Gli aggressori hanno anche dato fuoco all’auto, dopo aver chiuso al suo interno il consulente. L’uomo, 39 anni, livornese, ex paracadutista, era atteso dall’avvocato Carlo Palermo in una stanza di un albergo di Pisa. A Boccadarno avrebbe dovuto incontrare un importante testimone relativo alla vicenda della Moby Prince, la cui inchiesta è stata riaperta alcune settimane fa proprio in seguito ad alcuni elementi portati dall’avvocato Palermo.

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