È dei giorni scorsi la notizia secondo cui nei paesi dell’Europa occidentale e del Patto di Varsavia sarebbero esistite carcere segrete della Cia. Ne è seguita qualche reazione (seppur, come per le armi al fosforo bianco su Fallujah, non si sia poi così tanto approfondito sui giornali) per lo più improntata alla sorpresa, alla richiesta di indagini accurate e così via in un balletto di dichiarazioni che, anche in questo caso, sembrano ricalcare un galateo politico predefinito. Eppure non è la prima volta che si parla di realtà del genere in Europa. Il riferimento deve fare un salto indietro di quindici anni quando, per una serie di rivelazioni, dichiarazioni ufficiali e dossier, si venne a sapere dell’esistenza delle strutture stay behind, organizzazioni di promanazione statunitense che, per il tramite della Nato, hanno attecchito in tutto il vecchio continente, compresi paesi neutrali come Austria, Svizzera, Svezia e Finlandia che avrebbero così violato anche i trattati di pace firmati alla fine della seconda guerra mondiale.
Questa struttura si è chiamata, sia in Italia che altrove, Gladio ed ha assunto denominazioni differenti alcuni stati: Absalon in Danimarca, ROC in Norvegia, SDRA8 di Belgio. E la possibilità che i suoi uomini – o uomini a loro collegati – siano responsabili di attività esplicitamente illegali è stata adombrata da personaggi di rilievo come Giuseppe De Lutiis, storico che ha studiato a lungo i servizi segreti, Libero Gualtieri, presidente della commissione stragi che ricevette per primo da Giulio Andreotti il dossier relativo a Gladio, Daniele Ganser, ricercatore del centro per gli studi sulla sicurezza dell’istituto federale svizzero di tecnologia di Zurigo, e dal giornalista Ugo Tassinari. Un esempio, seppure non esista una verità incontroverbile e provata, può essere l’attività criminale che la banda del Bradante portò avanti dal 1982 al 1985 in Belgio: 16 incursioni, 28 morti e 25 feriti provocati – si seppe – da agenti delle forze dell’ordine che si trasformavano fuori servizio in rapinatori disinteressati al bottino. Non si dimentichi che anche in Italia, tra il 1987 e il 1994, accadde qualcosa di analogo con la banda della Uno Bianca il cui curriculum criminale (o sarebbe meglio chiamarlo terroristico?) fu molto più nutrito: 103 azioni, 24 morti, 102 feriti. Come si diceva, prove non ce ne sono, solo collegamenti e intuizioni. Sta di fatto però che il parlamento belga, per bocca del presidente della commissione che indagò sui colpi del Brabante, disse che gli attacchi sarebbero «opera di governi stranieri e di servizi servizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo svolto a destabilizzare una società democratica». Del resto, da qualche parte si è già sentito il motto (e il moto) «destabilizzare per stabilizzare».
Sorpresa? Non si dovrebbe se si pensa che all’articolo 11 dei Basic principles and minimum standards of security è riportato che «le persone che sono senza dubbio a rischio per la sicurezza, come coloro che sono membri di organizzazioni sovversive, o coloro sulla cui lealtà e affidabilità vi sia un ragionevole dubbio, devono essere escluse o rimosse da posizioni nelle quali potrebbero rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale». Siamo all’inizio degli Anni Cinquanta e nel verbale del consiglio dei ministri dell’8 gennaio 1951 sta scritto che «è necessario allontanare i comunisti dai posti d’importanza e di responsabilità, mettendoli nei posti nei quali non possono nuocere». Una lettura interessante, a questo proposito, sono gli atti del convegno della Fondazione Istituto Gramsci “Doppia lealtà e doppio Stato nella storia della Repubblica”.
Questo è solo un piccolo assaggio di ricostruzioni secondo cui l’Europa occidentale tutta visse in uno stato di subalternità agli alleati d’oltre oceano. E se l’Italia non è stata la prima nazione a essere colonizzata dagli Stati Uniti, è stata sicuramente quella che ha più sofferto di una posizione subordinata a iniziare dalle frontiere orientali con la Jugoslavia dove organizzazioni paramilitari anticomuniste come l’Associazione Partigiani Italiani, Fratelli d’Italia, Stella Alpina e la Osoppo hanno subito progressive trasformazioni per convogliare, almeno in quest’ultimo caso, in un “organismo militare segreto”, l’Organizzazione O. Vennero anche la Rosa del Venti, Pace e Libertà, Difesa Civile, nata nel 1950 per «provvedere alla difesa passiva del territorio in caso di eventi bellici o connessi alla guerra» (Mario Scelba), e nel 1956 Gladio che risulta un perfezionamento di realtà pre-esistenti.
Un’ultima osservazione prima di chiudere questa entry rimandando a successivi interventi approfondimenti del caso. Dell’esistenza di Gladio si venne a sapere nell’agosto 1990 quando, in relazione a indagini su fatti di terrorismo in Italia (tra cui l’inchiesta sulla strage di Peteano condotta da Felice Casson e quella del giudice Giovanni Tamburino sulla Rosa dei Venti), Giulio Andreotti parlò esplicitamente per la prima volta di un servizio non ortodosso attivato dall’Alleanza Atlantica e voluto da CIA (USA) e MI-6 (Gran Bretagna) per combattere il comunismo a ovest della cortina di ferro. Della sua esistenza erano informati i primi ministri e i ministri degli interni e/o della difesa e coordinati da strutture sovranazionali. Armi, riceventi e trasmittenti ad ampio spettro, flussi economici hanno girato per il continente fino alla caduta del blocco sovietico. E mentre si attendeva un’invasione sovietica che non venne mai, gli uomini della rete Gladio lavorarono per reclutare neofascisti (anche in Italia e in Germania) per attuare attentati terroristici attribuiti poi a forze politiche avverse per screditarle e toglierle di mezzo.
Recentemente, nel corso di uno dei dibattiti tenuti all’interno della manifestazione Politicamente Scorretto, Libero Mancuso ha sostenuto che «le stragi in Italia sono state volute dallo Stato», cioè da chi avrebbe dovuto tutelare i cittadini e invece ne ha ammazzati (per parlare solo negli Anni di Piombo) oltre 400. È quello stesso stato che ha lavorato con un’entità più grande, che ha usato maggiore eleganza rispetto al Sudamerica per togliere di mezzo personaggi e intellettuali come Cesare Battisti e Adriano Sofri (per citare solo i più noti), che sapeva dell’esistenza delle carceri segrete in giro per il continente e che ha prestato un pezzo del suo territorio (la Sardegna) per fare un quartier generale stay behind dove sono stati addestrati molti del gladiatori.
attualita’
Incubi romagnoli
StandardInizia domani il Ravenna Nightmare Film Festival, alla sua terza edizione, per concludersi il 9 ottobre.
«Questa è una storia vera» disse l’autore
StandardA fare dello scetticismo una filosofia di vita, magari non ci si giurerebbe sul fatto che tutto tutto – anche i dettagli – sia autentico e che non subisca mai nessuna deriva narrativa. Ma Jon Ronson, scrittore e documentaristica inglese, ha scritto un libro che promette e mantiene con The Men Who Stare at Goats (il libro su Amazon.co.uk), inchiesta sulle tecniche di guerra (para)psicologica usate negli Stati Uniti da alcune elite belliche. Le storie raccontate in questo volume sembrano infatti uscite da una sceneggiatura ai confini della realtà. La collocazione del libro è quella di un’America post-11 settembre in cui le torture di Abu Graib possono essere spacciate per episodi tragicomici attraverso cui distendere le truppe e dove va trovato un nuovo approccio al combattimento per non risentire più delle conseguenze dell’orrore stile Vietnam. E così iniziano a farsi strada nelle alte gerarchie militari teorie estreme portate avanti da un pugno di gerarchi tra cui il tenente colonnello Jim Channon. Secondo il quale, sul campo di battaglia, sarebbe meglio ricorrere a mutanti, suoni discordanti e armi psico-elettriche contro il nemico. Roba da fantascienza da due soldi? Mica tanto a leggere le testimonianze che Ronson ha raccolto nel giro di qualche anno. La storia di questa unità, il First Earth Battalion, risalirebbe al 1979 quando venne messa insieme una squadra che doveva trovare il modo di rendere i soldati invisibili, farli passare attraverso i muri e uccidere senza muovere un dito. Alcune di queste tecniche – quelle meno insofferenti verso le leggi della fisica – sarebbero oggi utilizzate in Iraq dove i prigionieri vengono fatti impazzire a suon di avventure dei Flinstones o negli stessi Stati Uniti dove suicidi di massa, come quello di San Diego del marzo 1997, sarebbero stati indotti. Per alcuni versi, il libro riporta d’attualità argomenti non nuovi facendo ripensare all’unità Stargate, alle spie psichiche o a collaudate tecniche di vessazione psicologica utilizzate brillantemente in America Latina. Ma se un merito ce l’ha, questo lavoro, è quello di ritratte efficacemente una frangia di militari a stelle e strisce che non sembra essere così tanto ai margini.
Questa non è più una questione di privacy, anche se è una questione di privacy
StandardLe realtà che ruotano attorno al server di Autistici possono risultare più o meno simpatiche. Le loro opinioni più o meno condivisibili. I loro modi più o meno accettabili. Ma non è questo il punto alla base della storia di un pezzo importante dell’hacking italiano che ha dato fiato, tanto quanto altre associazioni, a quella tendenza libertaria che trasporta dalla vita reale alla Rete istanze che, ancora prima che telematiche, si identificano con le libertà di qualsiasi cittadino: conoscere, condividere, comunicare, informare.
A un anno di distanza, si viene a sapere dal comunicato di Austistici Questa non è più una questione di privacy, anche se è una questione di privacy, che i certificati crittografici del server in oggetto sono stati compromessi nell’ambito di un’inchiesta relativa a un’utenza. Senza entrare nel merito dell’inchiesta, rimangono però altri interrogativi, più rilevanti, a cui dare risposta.
Perché non informare i responsabili del server di ciò che sta accadendo? Perché non consentire a chi risponde in prima persona di ciò che gira sulle sue macchine di accertare se illeciti sono stati commessi? Perché non permettere l’operazione davanti agli avvocati che rappresentano il movimento? Non si tratta di domande che intendono screditare gli accertamenti in corso, ma che vogliono sottolineare un semplice fatto, addirittura banale: anche laddove dovessero essere stati compiuti atti illegali, qualsiasi indagine risulterebbe rafforzata, più credibile, più dalla parte del cittadino – qualsiasi cittadino – se venisse svolta come i codici procedurali spiegano.
Referendum: non te lo mando a dire
StandardEfficace editoriale di Giuseppe Genna pubblicato su Carmilla On Line, «Il Paese di merda», in cui trae una serie di considerazioni (personalmente condivisibili) sull’esito del referendum sulla procreazione assistita.
«L’esito del referendum è un’ulteriore prova che, al di là delle convinzioni delle singole persone, noi viviamo in un Paese di merda. Questa è una nazione che non capisce un cazzo in massa, snobba i minimali della strumentazione democratica, se ne fotte di problemi fondamentali quali ricerca scientifica e statuti della vita. E’ un Paese il cui Sud persiste nel fare da zavorra elettorale di fronte ai momenti politicamente decisivi e il cui Nord è capitanato da idioti sfatti dal benessere crasso e da ragiunatt che chiedono il ritorno alla lira ma sognano la Cermhania. Questo è uno Stivale bucato, la portaerei nel Mediterraneo ormai in secca, una landa in cui si affittano le spiagge e, se non si affittano, è tutto un Riminiriccione identico alle spiagge affittate. E’ una provincia vaticana che pensa che spettrali e ossuti ominidi, con la zucchetta color porpora in testa, ancora abbiano ragioni civili da esprimere. E’ la melma dell’occidente e una disgrazia che l’oriente non si augura, quest’avanguardia del provincialismo e dello scazzo, che si sente invasa dalle scarpe cinesi ed è manipolata da lesbiche roche che nel tivvì spacciano spazzatura per realtà. Mi vergogno profondamente di viverci, in questa merda, a poche ore dall’esito dei referendum.»
Il testo completo dell’editoriale è disponibile all’indirizzo http://www.carmillaonline.com/archives/2005/06/001421.html#001421
Passando poi al tema radio:
- Radiolinux: la trasmissione del 13 giugno dedicata alla causa antitrust dell’Unione Europea contro Microsoft e alla cultura libera
- Radio Inciquid: terza puntata con interventi di Valerio Evangelisti, Vittorio Moroni e Francesco Tupone
Saluti e baci dal Cile
StandardNel 1973, Claudio aveva nove anni. Era sul bus che lo portava a scuola, una mattina come tante. I disordini, in Cile, erano già iniziati. Non erano i disordini di Santiago, ma anche a Vigna de Mar, cittadina a sud della capitale, gli studenti erano scesi in piazza e gli scontri con la polizia erano nel pieno. Un ragazzino non ne ha piena coscienza, li ascolta al telegiornale e sente un padre fascista parlarne senza cogliere il significato di quello che sta accadendo. Il significato, invece, inizia a coglierlo quando quel pulmino, invece di portarlo a scuola, fa scendere lui e gli altri bambini a metà strada. Di lì non si passa più. La polizia ha allestito posti di blocco in tutta la città e ai mezzi, anche a quelli pubblici, non è più consentito circolare. Per il gruppo di scolaretti che riprende a piedi la strada di casa è solo un giorno di vacanza inaspettato.
Calci ai sassi, passo rilassato. Nessuno comprende che si tratta della dittatura che si sta radicando, della guerra civile tra un governo dispotico e militare e gruppi di resistenti che si stanno organizzando contro un manipolo di militari che sta facendo assassinare un presidente socialista appena eletto. E appare strano a quei bambini quando, in una piazzetta che stanno attraversando, irrompongo mezzi blindati, ne scendono agenti in assetto antisommossa e trascinano fuori casa alcuni ragazzi, poco più che ventenni, fucilandoli sul posti. Claudio racconta che li hanno uccisi di fronte ai rarissimi passanti, davanti alla gente che osserva dalle finestre, davanti ad alcuni bambini in un giorno di vacanza inaspettato.
Nel 1982, Claudio è iscritto alla facoltà di ingegneria mineraria. Si è trasferito a Santiago per studiare e fa parte del partito comunista clandestino pur non essendo un comunista. È un democratico, ma la dittatura non dà scelta: da una parte o dall’altra. Si occupa degli approvvigionamenti alimentari per i compagni che combattono, ogni tanto ne sostituisce altri prendendosi carico dell’inventario dell’arsenale dei guerriglieri senza mai avere parte in operazioni militari vere e proprie. Fa quello che, grosso modo, facevano le staffette partigiane in Italia tra il 1943 e il 1945.
Lui e i suoi compagni aspettano tutti i giorni la polizia segreta di Pinochet. Ma non è preparato quando, una mattina di nove dopo l’assassinio dei ragazzi per strada, la polizia segreta aspetta lui davanti all’università. Lo prendono, lo bendano, lo picchiano e lui pensa che sia la fine, che verrà inghiottito dal nulla come altri compagni scomparsi senza che di loro si sapesse più niente. Qualcuno ha parlato, ha fatto anche il suo nome. E per otto giorni resta in una prigione dove non lo interrogano mai ma dove le prende sempre. Al buio, all’umidità, alla fame. Non può chiamare i suoi genitori, che non sanno dove si trova. L’ottavo giorno, sempre con una benda sugli occhi, lo prelevano e lo fanno salire su una camionetta. Lui crede che sia arrivata la resa dei conti con la dittatura, che lo uccideranno e faranno in modo che il suo corpo non sia mai trovato.
Non parla di quello che sente durante il viaggio. Il veicolo militare si ferma, lo fanno scendere e gli tolgono la benda. In quel momento si accorge che non lo fucileranno. Lo hanno portato al confine con l’Argentina, all’imbocco di un tunnel che divide i due paesi. Un soldato gli dice di attraversarlo e di non farsi più vedere in Cile, altrimenti gli accadrà quello che gli hanno risparmiato. Diventa un esule. Un esule che non ha il passaporto, a cui non è stato consegnato un foglio di via come ai personaggi non desiderati dei primi anni della dittatura. Sono troppi gli ostracizzati sbattuti fuori dal Cile, le brutture del regime di Pinochet hanno ormai fatto il giro del mondo e le Nazioni Unite iniziano a prestare troppa attenzione all’esodo dalla nazione sudamericana.
Claudio attraversa il tunnel, in Argentina trova il modo di chiamare sua madre per dirle che è vivo ma che non può rientrare nel paese. E inizia a camminare o a spostarsi con mezzi di fortuna verso nord. Senza il foglio di via non può dimostrare di essere un esule, non può chiedere lo status di rifugiato politico, è solo un clandestino a spasso per un continente. È questa la ragione per cui trascorre due mesi in un carcere di Panama che descrive come una delle esperienze più terribili che gli siano capitate, dopo il rapimento. È sempre per questo motivo che Cuba gli rifiuta l’ingresso sull’isola. Allora decide di imbarcarsi alla volta dell’Europa. I suoi nonni sono genovesi, verrà in Italia. E per pagarsi il viaggio fa il mozzo su una petroliera che, nei fatti, equivale a calarsi nelle cisterne vuote per pulirle mentre fa tappa sulle coste dell’Africa atlatica e Mediterranea.
Nel 1998, Claudio ritorna per la prima volta in Cile. La dittatura non c’è più. Si parla di processare l’ex dittatore. Si raccolgono le testimonianze delle violenze. Lui trascorre i primi trenta giorni tra Santiago e Vigna de Mar, tra la casa del fratello (i genitori lo hanno raggiunto in Italia alla fine degli anni Ottanta), un’amica dei tempi dell’università che sposa l’anno successivo e la ricerca dei compagni di clandestinità. Alcuni li ritrova, in molti hanno subito la stessa “condanna” all’esilio, qualcuno ora vive all’estero, per lo più negli Stati Uniti, e non ha nessuna intenzione di tornare nel paese. Di altri, invece non si sa più nulla. Si sono semplicemente volatilizzati.
Quando torna in Italia, Claudio è amareggiato. «Là ora si respira l’atmosfera che si doveva respirare qui con la Democrazia Cristiana degli anni Cinquanta. Non si parla più di noi che abbiamo combattuto, sui compagni morti o scomparsi non c’è una verità ufficiale. Per quale motivo ci siamo fatti perseguitare e massacrare a vent’anni? E’ servito a qualcosa quel sacrificio?»
Noi, che durante i suoi racconti avevamo appena qualche anno più di quando lui è stato catturato dalla polizia, pieni delle nostre idee di sinistra, delle nostre battaglie studentesche contro baronati e tasse all’improvviso schizzate verso l’alto, del nostro pacifismo, non accettiamo le sue parole. Cerchiamo di spiegargli che le ragioni si trovano nelle pagine di un libro che mi è stato regalato da un amico, un ex settantasettino che lo teneva nascosto durante gli anni di piombo, «Lettere dalla clandestinità del partito comunista cileno». Claudio risponde che non capiamo, che non abbiamo mai rischiato la vita per poter dire «non sono d’accordo». Ha ragione.
Lui ha deciso, nel 1999, che la sua esperienza italiana era finita. Nemmeno qui c’è stata quella rivoluzione, stavolta giudiziaria, che sette anni prima un gruppo di magistrati aveva iniziato contro la corruzione di stato. La destra, quella che trent’anni fa sprangava per strada ed era connivente con i servizi italiani, è stata “sdoganata” dopo essere stata relegata ai margini del parlamento all’inizio degli anni Sessanta durante il famigerato governo Tambroni. Al governo, anche se solo per sei mesi, c’è stato il più potente imprenditore italiano, un popolista che ora siede di nuovo a Palazzo Chigi e che ha usato il suo strapotere economico, mediatico, clientelare per convincere quasi due elettori su tre a votare per lui.
È lo stesso populista che durante i fatti di Genova stava dentro la zona rossa. Lo stesso che ora decanta le doti di chiarezza e determinazione del capo di stato americano malgrado la morte di un uomo dell’intelligence italiana non sia ancora proprio limpida. Lo stesso che ha sostenuto di non essere stato informato dell’irruzione in una scuola dove un mandato di perquisizione è stato la scusa per una ritorsione cieca ed efferata contro altri ragazzi poco più che ventenni. Lo stesso che comunque è così certo che in mezzo a quelle persone si nascondessero armi, teppisti, terroristi, eversori.
Claudio ora vive in Cile con sua moglie e una bambina. Non ho sue notizie da sei anni, da quando è partito tornando dove tutto è iniziato.
Freakonomics: libro, blog e mercato editoriale
StandardSegnalano i blog Blogs4Biz e Marsilio Black Blog un fenomeno che sembra andare affermarsi: Freakonomics, sistema per cui la promozione di un libro passa dalla Rete e, in particolare, da segnalazioni e recensioni dei blogger che ricevono direttamente il volume. Il fenomeno viene descritto in omonimi libro e blog, oltre ad essere analizzato in diversi articoli. Per approfondire:
Ilaria Alpi: +11 anni
StandardDa RaiNews. Ilaria Alpi. Taormina: abbiamo i sei nomi del commando. Il Sismi non collabora
Il commando che il 20 marzo del 1994 uccise in Somalia la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi ed il suo cameraman Miran Hrovatin “era composto da sei persone, più un mandante somalo”. In una conferenza stampa con altri membri della commissione di inchiesta sul caso Alpi ed i genitori della giornalista, il presidente della commissione Carlo Taormina ha spiegato che l’organo di inchiesta parlamentare “è in possesso dei nomi delle persone che componevano il commando”.
Dal 18 al 24 aprile prossimi la commissione di inchiesta parlamentare si recherà a Nairobi per “ascoltare testimoni oculari che ci diranno – ha spiegato Taormina – se questi nomi sono attendibili come sospetti”. Taormina ha precisato: “Noi siamo in possesso di un punto di partenza investigativo tutto da cristallizzare. Nel momento in cui sarà cristallizzato, trasmetteremo tutto alla magistratura”.
Secondo una ricostruzione resa possibile dopo la riesumazione del cadavere, Ilaria Alpi sarebbe stata uccisa da un unico colpo alla testa sparato da un kalashnikov. La circostanza dovrà essere confermata dall’esame dell’autovettura sulla quale viaggiavano Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin. Per trovare ulteriori risconti, inoltre, la commissione partirà per Nairobi, in Kenia, dove saranno ascoltati alcuni testimoni oculari. Si tratta di testi alcuni dei quali non sono mai stati ascoltati”. E stasera mentre su Rai Tre è attesa la prima televisiva del film sulla vicenda, l’azienda televisiva pubblica è stata diffidata dal mandarlo in onda dai legali di due delle persone coinvolte sulla vicenda.
Si può ragionevolmente ritenere che il Sismi, la struttura più direttamente implicata nelle indagini sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, abbia mostrato gravissime lacune dal punto di vista dell’acquisizione dei dati per l’inchiesta”. In una conferenza stampa organizzata a San Macuto alla vigilia dell’undicesimo anniversario della morte della giornalista del Tg3 e del suo cameraman, il presidente della commissione parlamentare di inchiesta sul caso Alpi, Carlo Taormina ha lanciato il suo atto di accusa contro il Sismi, sostenuto dagli altri membri della stessa commissione.
Una, cento, mille Ustica
StandardQuando uccisero Ilaria Alpi insieme al suo operatore, Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994, nella concitazione del momento e dei giorni successivi non fu subito chiaro quanto fosse successo. Era (e lo è ancora troppo) la Somalia dei signori della guerra, dei Caschi Blu dell’Onu, del mercato nero e dei traffici più neri che si possano immaginare. Tra le cause a lungo si parlò di una rapina ai danni di europei, una vendetta ai danni degli italiani per le sevizie sulla popolazione locale, un mercanteggio tra cosche locali. Solo che gli orologi non erano scomparsi dai polsi delle vittime. A far fuoco non erano stati AK47, almeno non addosso ai giornalisti occidentali. Colpi ravvicinati, esplosi a bruciapelo, piccolo calibro. A testimoniare lo stile non di un commando che spara a mucchio su un fuoristrada, ma di sicari con obiettivi definiti.
Tanto che il proiettile penetrato nel cranio di Ilaria Alpi non era fuoriuscito (a lungo si disse che il frammento metallico trovato nel suo collo era una scheggia della carrozzeria), tanto che la polvere da sparo attorno al foro di entrata e la tipologia delle bruciature a corollario della ferita permisero di accertare che la canna della pistola non poteva essere a più di una trentina di centimetri. Ci si mettano ancora i block notes scomparsi, l’ultimo viaggio da Mogadiscio a Bosaso sulle tracce di una nave la cui flotta fu donata dal governo italiano all’ex dittatore somalo e requisita da privati successivamente per farla approdare sulle coste di Libia, Paesi Baschi o Irlanda del Nord. Be’, già questi elementi sono più che sufficienti per far capire che la giornalista del TG3 e il suo operatore di ripresa non sono stati assaliti da qualche predone, non sono caduti in un’imboscata di generica matrice criminale. Eppure ci sono ancora così tanti misteri su questa vicenda, mancano ancora tante di quelle risposte chiare, suffragate da fatti e documenti, che ha ragione Italo Moretti, ex direttore della testata giornalistica Rai, quando definì quel duplice delitto «una piccola Ustica».
A pochissima distanza da un evento, il cronista deve informare. Lo fa con ciò che ha: notizie frammentarie, indiscrezioni, testimonianze e fonti interpellate a caldo e dunque parziali e inquinate dall’emotività del momento. Cosa sia veramente accaduto in Iraq appena dopo la liberazione di Giuliana Sgrena, dunque, non è ancora dato saperlo. Almeno non nel dettaglio. Certo è che le dichiarazioni ufficiali e ufficiose si discostano le une dalle altre. Il valzer delle smentite e delle puntualizzazioni è già partito. Il copione del lutto sta andando in scena senza che si possa, come è ovvio che sia, discettare sulla morte di un funzionario nel pieno della sua attività mentre portava in salvo una giornalista, rapita anche lei mentre svolgeva il suo compito. Ma anche stavolta, come undici anni fa, si intuisce che i calcoli non torneranno e che eroismo e senso della patria – vero o presunto che sia quest’ultimo – serviranno da drappo funebre per un uomo e la sua verità. Per una volta, però, che gli affari di stato non abbiano la meglio su una vicenda torbida e che puzza ancora di polvere da sparo. Non un’altra Ustica.
