Processo agli scorpioni: oltre i tabù di guerra

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Il testo che segue è la postfazione scritta per il libro Processo agli scorpioni – Balcani e crimini di guerra. Paramilitari alla sbarra per il massacro di Srebrenica (Stampa Alternativa, 2009) che sarà il libreria e online (è rilasciato con licenza Creative Commons) a partire dalla settimana prossima. È stato scritto da Jasmina Tešanović, attivista delle Donne in nero di Belgrado, giornalista e blogger, ed è una storia davvero coinvolgente perché, oltre a raccontare l’iter giudiziario per i crimini dei paramilitari serbi, sa scandagliare in modo efficace il lato umano della vicenda senza cadere nel voyerismo emotivo. Il trailer pubblicato a fianco (e presente qui in formato più grande) è opera di Luigi Milani.

Processo agli scorpioni di Jasmina TesanovicC’è stato un periodo, tra il 2003 e il 2005, in cui sono andata diverse volte a Belgrado. Lavoravo alla realizzazione di un documentario sull’infanzia disagiata in Serbia e in qualità di aiuto regista mi capitava spesso di uscire con una parte della troupe per andare a filmare contenuti considerati a corollario di quelli principali. Tante le interviste fatte in quel periodo: a giornalisti e tassisti, ad attori e fornai, a psicoterapeuti e guardiaparchi, a dirigenti scolastici e operai. E una conferma: negli anni dei conflitti nei Balcani, della frammentazione nazionale, dei massacri, dei bombardamenti e delle missioni militari internazionali, le Serbie erano due. Da un lato, quella del regime di Milosevic, dei paramilitari, delle auto che comparivano per portare via qualcuno; dall’altro, quella di una popolazione silenziosa e spesso dissidente, che in quelle auto rischiava di finirci, se avesse protestato apertamente, e che aveva resistito alla guerra senza odiare e senza uccidere.

Jasmina Tesanovic è un’apolide culturale, non appartiene a nessuno di questi due paesi: si è battuta sempre contro i crimini commessi nello scorso decennio e non ha accettato di stare zitta. Ha parlato. Ha scritto. Ha diffuso, soprattutto via Internet. Allora e oggi. E così facendo ci ha consentito di gettare uno sguardo su queste due Serbie, da molteplici punti di vista. Il lavoro instancabile dell’autrice ci permette di vedere la barbarie che, ancora una volta nella storia, si voleva far passare come normale e frutto di una catena di comando alla cui cima non si arriva mai. Ci fa intuire che gerarchi e politici, smessi i panni dei carnefici, oggi occhieggiano a un vizio forse meno brutale, ma politicamente letale per un paese in ricostruzione, la corruzione, e di certo minimizzano le responsabilità (morali e materiali) derivanti dai conflitti balcanici. E, soprattutto, ci fa guardare tra la gente: tra le vittime e i loro familiari in primis, ma anche nelle maglie di vite comuni che assistono, dal basso della loro quotidianità, a scontri postbellici. Scontri talvolta freddi, come sanno essere alcune diatribe politiche, e in non pochi casi caldissimi, come accade quando si calpestano i diritti di chi ha già scontato sulla propria pelle la brutalità militare e paramilitare.

Jasmina TesanovicUn fatto che mi colpiva sempre, quando mi trovavo a Belgrado, era che a domande dirette sul regime di Milosevic e sulla repressione che ne derivava, gli intervistati non rispondevano. Tergiversavano. Erano reticenti. Parlavano dei bombardamenti, dello sgomento provato di fronte all’intervento armato. Raccontavano dell’evacuazione della città nei primi giorni dei raid aerei e del fatto che avrebbero voluto gridare alla Nato, al mondo intero, che con i crimini del dittatore serbo non c’entravano. Almeno non tutti. Non avevano insomma alcun problema a rievocare episodi di un dramma collettivo. Ma dei drammi privati no, non dicevano. Quasi che l’argomento fosse tabù. E in un certo senso lo era allora, lo è ancora oggi. Perché, caduto un despota, i quadri della pubblica amministrazione, della polizia, dell’esercito sono rimasti inalterati. O quasi. Nessun ricambio ha ripulito la res publica da collaborazionisti o anche solo da silenziosi sodali, che hanno preferito tacere, pur di mantenere posto di lavoro e tranquillità domestica. L’effetto che ne deriva è che a esporsi, anche anni dopo la fine del conflitto, si rischia una qualche rappresaglia. Dunque si tace su tutto quel vissuto repressivo che sui giornali non c’è finito.

Processo agli scorpioni ha invece il merito di strapparlo, quel velo di pudore – quando non di omertà – che ancora esiste su questo scorcio di vita. Perché è vero che Jasmina Tesanovic ci racconta il calvario giudiziario di un dolore che non può essere soffocato, ma ci fornisce pure gli strumenti per interpretare una realtà che sta sullo sfondo: una realtà quotidiana fatta di piccoli burocratismi all’ingresso di un’aula di giustizia, di autobus che non partono per le cerimonie commemorative, di sguardi che si abbassano e deviano quando si incrocia la luce di una candela accesa in una delle piazze più centrali di Belgrado, piazza della Repubblica. Questo libro rappresenta dunque un grido di resurrezione che li abbatte tutti, i divieti sacrali che una guerra lascia dopo la sua conclusione. Queste pagine sono una volontà di riscatto di fronte al proprio popolo, alle etnie che vivono ancora una accanto all’altra malgrado pogrom e deportazioni contemporanei, e anche di fronte al resto del mondo. Che, svogliato, ha letto del massacro di Srebrenica sui giornali dell’epoca. Ma anche della strage del mercato di Sarajevo, dell’assedio di Vukovar o dell’assalto di Dubrovnik. E, il tempo di chiudere il giornale, se n’è colpevolmente dimenticato.

Infine c’è un ulteriore elemento da sottolineare e il fatto di parlarne in coda a questa postfazione è per farlo risaltare evitando che venga annegato da altre considerazioni: l’ottica del racconto di Jasmina è profondamente femminile. Donne sono le vedove di mariti e figli uccisi nel 1995 a Srebrenica e sono donne dignitose, che guardano negli occhi gli aguzzini dei propri uomini e che non cercano vendetta, ma giustizia, e non vogliono risarcimenti, ma un corpo intero da piangere e da seppellire: invece la scarnificazione a Srebrenica non è stata allegorica, ma letterale, e alcune madri non li tumulano i figli, li ricompongono pezzo per pezzo, negli anni, ogni volta che una fossa comune ne restituisce una parte, in un valzer funebre che rinnova senza sosta la memoria della recente disumanità. Donne sono anche le mogli dei criminali, incuranti dei soprusi, infastidite dalla giustizia, attente ai richiami dei propri cicli riproduttivi e dimentiche del passato in cui loro stesse sono state vittime della violenza dei maschi a cui si sono legate (o a cui sono state costrette a legarsi). Donne sono poi le osservatrici, le Donne in Nero di Belgrado, che con Jasmina seguono per oltre un anno deposizioni e testimonianze, le raccontano e ancor prima di fatti trasmettono un’umanità che risulta un potente linguaggio politico. Infine donna è la giudice che deve decidere se assolvere o condannare, oltre che gli Scorpioni sotto processo, anche una pratica militare incurante di ciò che è legale o meno durante uno scontro armato. Si arriva così a intravedere in queste pagine un passato verosimile per quanto irrisolto e un futuro forse possibile, anche se non sempre auspicabile, che ha nelle donne le proprie protagoniste, eroine e antagoniste in una terra dove condanna e pace (entrambi vocaboli femminili) sono ancora capitoli aperti di una storia che ha solo iniziato a fare i conti con il suo recentissimo passato.

2 thoughts on “Processo agli scorpioni: oltre i tabù di guerra

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