Scrivere: tra responsabilità, canali e scelte controcorrente

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Proseguono le interviste su Permesso d’Autore a chi sta dando un contributo alla cultura in rete e in particolare alla cultura libera. A rispondere, questa volta, è Valerio Di Stefano, livornese, 42 anni, sposato, insegnante di lingua e cultura spagnola e ispano-americana. Collabora con Zeusnews e dal 2001 gestisce la biblioteca telematica gratuita Classici Stranieri. Si è interessato a tematiche inerenti il diritto d’autore e l’uso delle applicazioni libere nella scuola pubblica.
Da dove deriva il nome Classici Stranieri e qual è l’origine del tuo progetto? Inoltre quanto di biografico – o derivante della tua esperienza personale – c’è nel progetto che stai portando avanti?
Classici Stranieri deriva il suo nome originario da un progetto di biblioteca digitale nato nel 2001 e ospitato inizialmente presso un’altra iniziativa (il dominio indipendente è stato attivato nel 2002). L’intento era quello di pubblicare una serie di e-book di classici della letteratura in lingua originale che potessero essere di interesse e di utilità per il lettore italiano. Successivamente il progetto – comunque destinato a un pubblico non necessariamente prestabilito dal punto di vista geografico – si è allargato con una serie di immissioni di opere in lingua italiana. Per un francese, per un tedesco o per un cinese Manzoni e Leopardi sono pur sempre dei “classici stranieri”, ma questo, almeno all’inizio, non lo avevo considerato nell’”economia” del nome a dominio. Questo allargamento ha reso possibile l’estensione ad altri campi di interesse, come la letteratura e la produzione editoriale distribuita con licenze libere, in particolare la Creative Commons, che mi sembra sia stata in assoluto la più rivoluzionaria delle licenze, visto che è riuscita a scuotere il torpore e la stasi dell’ostinata applicazione delle licenze GNU a testi o iniziative squisitamente settoriali. Recentemente ho cominciato la distribuzione di files musicali.

L’intervista completa: Scrivere: tra responsabilità, canali e scelte controcorrente

Fantascienza libera, e-book e brevetti

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Zach Miller's Comics Un po’ di novità. Innanzitutto il Premio Oltrecosmo, concorso letterario per racconti di fantascienza che ha una particolarità: oltre a non prevedere costi di partecipazione, fa esplicito riferimento al software libero e nello specifico a OpenOffice.org, suite multipiattaforma per ufficio rilasciata (anche) con licenza GNU Lesser General Public License.

Rimanendo in argomento libri, da segnalare l’articolo di Valerio di Stefano su Classici Stranieri, E-book a pagamento con i soldi pubblici che, partendo da una notizia riportata in questi giorni sulla realizzazione di una biblioteca digitale europea, sviscera una serie di questioni tra cui fruibilità dei testi, consultazione dei cataloghi e limiti imposti dalla legislazione sul diritto d’autore.
Di diverso tenore invece l’accenno ai già citati blook, i blog che si fanno libri. È stato infatti assegnato il 2006 Blooker Prize, indetto da Lulu.com, iniziativa web di Bob Young che fornisce servizi di (auto)pubblicazione. Il premio è andato a Julie Powell, scrittrice statunitense che ha firmato Julie and Julia: 365 Days, 524 Recipes, 1 Tiny Apartment Kitchen, una strana raccolta di ricette che ha vinto nella sezione non-fiction. Assegnati anche i premi per la fiction (Cherie Priest con Four and Twenty Blackbirds) e per i fumetti (Zach Miller con Totally Boned).
Infine, riprendendo invece l’argomento software libero e in particolare la spinosa questione sui brevetti sui programmi per elaboratore, c’è tempo fino al 12 aprile prossimo per partecipare alla consultazione sulla futura politica in Europa. Da oggi sono disponibili anche i questionari in italiano mentre per maggiori informazioni si possono consultare le procedure.

Hippie.com: prima della tecnologia viene la cultura

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Come se si trattasse di un nuovo spirito del capitalismo in versione hi-tech, Hippie.com, saggio scritto da Enrico Beltramini (Vita e Pensiero, 2005), interpreta in chiave inaspettata il fenomeno della new economy. Che non sarebbe la manifestazione economica di una rivoluzione tecnologica, ma la conseguenza di una rivoluzione culturale. Gli Anni Cinquanta con la Beat Generation, gli Anni Sessanta con i movimenti pacifisti e antisegregazionisti, il decennio successivo con l’avvento della New Age, dell’ecologismo e degli influssi delle culture orientali sarebbero dunque gli ingredienti che sono andati a combinarsi con le tre pietre miliari dell’evoluzione tecnologica: l’avvento dei semiconduttori, dei processori e del software.
Tutto ciò, secondo l’autore, sarebbe alla base del decollo negli Anni Novanta della Silicon Valley, dove l’immigrazione diventa un valore aggiunto estremamente importante, dove le doti imprenditoriali sono un elemento meno influente rispetto alla risolutezza decisionale e dove i venture capilist, le società d’affari e gli studi legali di grido hanno messo del loro per creare, da un humus effevescente e disinibito, la bolla speculativa che nel 2000 è scoppiata in faccia al mondo intero. Le motivazioni economiche dello sgonfiamento del mercato sono tuttavia poco indagate e nel testo la ripresa dei mercati sembra condizionata più dalla lotta al terrorismo e dalla conseguente crescita dell’industria bellica, dal neoconservatorismo globale e dalla cavalcata della tigre asiatica piuttosto che dalla ricerca di una via economicamente più sana e meno artefatta.
Di trovare la Next Big Thing, dunque, sembra non sia possibile parlare e probabilmente – lascia intendere l’autore – non avrà una ricaduta economica (o almeno non sarà rapportabile a quella del decennio precedente), nel momento in cui dovesse essere ravvisata. Nessun accenno diretto al software libero – se non in modo trasversale quando si parla dell’ottica di scambio circolare delle informazione e di cooperazione inter-aziendale contrapposta alla logica della concorrenza tout cour -, qualche ammiccamento ai brevetti senza che si prenda esplicita posizione e dal punto di vista linguistico si fa ampio uso di anglicismi. Questi potrebbero essere i difetti del libro, insieme alla poco approfondita analisi sul crollo dei mercati tecnologici di cui sopra. Un libro che comunque rappresenta una chiave di lettura diversa alla letteratura specialistica disponibile e il cui focus – la tecnologia come conseguenza dell’evoluzione culturale anti-sistemica – che probabilmente andrebbe ripreso e scandagliato più a fondo.

Brevetti: un caso che diventa un thriller politico

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No Lobbyists as such as – The War over Software Patents in the European Union è il titolo del libro, definito dallo stesso autore un “political thriller”, di prossima uscita firmato da Florian Mueller, uno dei più attivi partecipanti alla campagna contro i brevetti sul software in Europa. Edito dalla SWM Software Marketing GmbH, società di cui Mueller fa parte, e alla ricerca di un distributore, il libro raccoglie la cronaca di ciò che è accaduto dopo la presentazione della direttiva europea che avrebbe dovuto rendere il software brevettabile nel Vecchio Continente. All’interno del testo, si trovano concentrati motivazioni, metodi e argomenti utilizzati per contrapporsi alla direttiva, l’organizzazione del lavoro di lobbying portato avanti con le diverse realtà europee contrarie alla brevettabilità e i principali personaggi (sostenitori e oppositori) della vicenda (GNUvox).

Il ritorno allo spirito originario della musica

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Pubblicata su Permesso d’Autore l’intervista a Marcello Cosenza, il musicista italiano che ha recentemente pubblicato il disco Back to Basics rilasciandolo con licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs. Quella che segue è una chiacchierata su musica, composizione e industria cinematografica. Il tutto interpretato da un artista.

Come hai iniziato la tua carriera e come ti sei avvinato alla musica?

All’inizio facevo il turnista ed ero molto giovane quando ho iniziato a vivere e a guadagnare suonando. Per questo si può dire che sono stato fortunato, ho conosciuto presto anche produttori, come Roberto Colombo, la cantante Antonella Ruggero e facevo il session man per Francesco di Giacomo del Banco di Mutuo Soccorso, per Miguel Bosè e per diversi altri artisti minori. Ad avvicinarmi alla musica, da bambino, sono stati i dischi che mio fratello Giacomo mi regalava e quando ho avuto la prima chitarra ho cominciato a suonare a orecchio diventando un autodidatta. A un certo punto ho avuto un altro colpo di fortuna: quello di conoscere il chitarrista blues Marco Fantoni che di regola non dava lezioni. Incredibilmente, invece, sono riuscito a strappargli otto ore di lezione che ho pagato in stecche di sigarette e da lui ho potuto apprendere alcune tecniche soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo della chitarra elettrica. Per il resto è stato un continuo processo di apprendimento: ascolto i grandi musicisti, ma imparo anche dai principianti. C’è sempre qualcuno che ha qualcosa di utile da insegnare.

Testo completo dell’intervista

Nuovo sito per Information Guerrilla

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Information Guerrilla è un progetto di informazione collaborativa che nasce nel 2001. E oggi si presenta rinnovato, sotto licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Italia e con WordPress come motore software. Articoli originali e aggregatore di altre fonti (Unimondo, di cui è partner, Amisnet, War News, Peacelink, Nuovi Mondi Media e altri), risulta uno strumento prezioso per orientarsi tra politica, economia, attualità e pacifismo. Un in bocca al lupo a Roberto Vignoli, il coordinatore del progetto, e alla sua redazione.

GNUvox, la voce del software libero

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Con l’evento che si terrà domani, 18 marzo, a Torino dedicato alla discussione sulla nuova versione della licenza GPL, Free Software Foundation Europe presenterà una nuova iniziativa. Si tratta di GNUvox, il punto di riferimento per il software libero nel panorama dell’informazione. Free Software Foundation Europe aveva bisogno di comunicare le molteplici tematiche tecniche, operative e socio/politiche che la impegnano. Ed eccoci qui, pronti a farlo. L’attività di GNUvox ruoterà intorno al sito-blog pubblicato con CommunicaGroup dell’editore Ajroldi. La linea editoriale è basata sull’individuazione di alcuni settori cruciali che verranno coperti dalla redazione e dai vari collaboratori attraverso una serie di spazi/categorie specifici: dall’attualità alle rassegne stampa/web, dalle interviste ai dossier, dalle recensioni alle traduzioni.

Il testo completo del comunicato.

La Lola della Bassa – 7

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L’affare

Lola aveva appena lasciato la canonica dopo aver mercanteggiato e raggiunto un accordo che sembrava compiacerla. L’incontro con don Franco e Mario si era rivelato più interessante del previsto: se della vendita degli abiti e delle suppellettili di Antonietta e Carlotta poteva occuparsi personalmente vista la pratica acquisita con la bottega, la procura che le due donne le avevano firmato per la casa della prima e le rispettive piccole somme di denaro era tutt’altro affare e le occorreva qualcuno avvezzo a questioni pecuniarie più complesse.
Contare su Ferruccio era come scommettere su un cavallo perdente: lavorava sì al catasto, ma di immobili ne capiva quanto di politica, cioè nulla, e si limitava a firmare apatico carte e disegni, catalogare i progetti e ripescarli all’uopo quando qualcuno ne faceva domanda. Figurarsi se Lola avrebbe potuto contare su di lui per azzeccare la strada attraverso cui far fruttare quanto meno quelle poche lire lasciatele, soprattutto in tempi precari come quelli di guerra. Doveva rivolgersi a qualcun altro e fidarsi di chi aveva fiuto per il denaro e guzzo per i mercanteggi.
Dal canto loro, anche il parroco e l’allevatore si potevano dichiarare soddisfatti: se la ruota girava come avevano appena iniziato ad architettare, avrebbero avuto di che campare decentemente quando la vecchiaia sarebbe arrivata per non andarsene più. Ora stava solo a loro fare in modo che i piccoli possessi rendessero quel tanto da mettere da parte una piccola fortuna.
«Cerchiamo di capire prima di tutto quanto abbiamo in mano,» esordì Mario non appena Lola fu uscita e poterono dedicarsi in santa pace ai loro compiti.
«A giudicare dalle carte, al momento c’è la proprietà della Cocinelli: due ettari di terreno e il casolare cadente ma ampio. In più c’è ancora qualche attrezzo agricolo del vecchio, ma in questo caso è roba inservibile, mangiata dalla ruggine e dall’usura, praticamente da buttare. Il resto quanto può valere?» domandò don Franco dopo il veloce inventario.
«Forse un migliaio di lire o giù di lì, che sono comunque soldi di questi tempi. E poi ci sono altre duecento lire, quello che le donne hanno lasciato prima della partenza,» ridacchiò l’uomo. «Meglio comunque aspettare un po’ prima di vendere o investire. Se tutto avviene troppo in fretta, magari qualcuno si fa venire strane idee per la testa.»
«Già,» convenne il prete, «e comunque la più esposta è la Lola: se si mette a trafficare con la loro biancheria e con i loro soprammobili subito, sarà lei a dover dare spiegazioni. Finirebbe forse per starnazzare più del dovuto e si sa come sono le femmine quando parlano: non pensano e mandano a carte quarantotto anche gli interessi altrui. Dobbiamo tenerla buona per qualche tempo e gli strumenti ce li abbiamo, non è forse vero?»
Il prete non aveva torto. Qualche strumento ce lo avevano davvero o, almeno, uno di sicuro. Da qualche mese, infatti, Mario giaceva regolarmente con Lola. Tra i due non c’era amore così come nessun altro dei sentimenti che finisce per unire un uomo a una donna. Ma il seme di Ferruccio era maledetto, su questo non c’erano dubbi, e Lola non ne poteva più di assistere al puntuale svuotamento del suo ventre gravido senza mai poter stringere tra le braccia il frutto dell’unione con il marito. Ecco così che le era balzata nel cervello l’idea di ingannare il fato e di cercare le gioie della maternità laddove il malocchio non sapeva di dover cadere.
Concedersi ai pruriti dell’allevatore però non costituiva del tutto un sacrificio ai dettami della natura. Aveva resistito per un po’ alle esplicite proposte dell’uomo, ma poi si era decisa nella convinzione che donare la vita non c’entrasse con il giuramento di fedeltà pronunciato davanti a Nostro Signore il giorno del suo matrimonio. Va aggiunto poi che l’accoppiamento con Mario era tutt’altro che insoddisfacente. Anzi, i loro incontri, consumati in qualche alcova di fortuna offerta dalle campagne che conducono al Po, donavano piacere a entrambi malgrado la fretta, gli insetti e il pericolo che qualcuno li scorgesse e li trasformasse nell’ultimo pettegolezzo del paese. Inoltre i loro scopi erano cristallini. Per lei, era il concepimento di una creatura che la rendesse finalmente madre. Per lui, invece, rappresentava la ricerca di un orgasmo che la moglie ormai gli negava, in barba a qualsiasi cristiano indottrinamento e ai doveri coniugali che si imponevano a una donna da che il mondo era tale.
Dunque, che Mario all’improvviso si negasse sarebbe stato un colpo per Lola e lei, nutrita da un istinto materno deluso e frustrato da anni di fallimenti, più volte si era dimostrata remissiva ai desideri dell’allevatore.
Di fronte a questa situazione, Don Franco avrebbe dovuto condannare la condotta dei due amanti per la dignità che gli concedeva la sua missione, ma, dimenticando per un attimo i suoi compiti pastorali, lasciò che a parlare per lui fosse la faccia più secolare della sua anima. E tacendo sul peccato di adulterio che la coppia perpetrava, congiunse le mani e sorrise.
«Bene, vedo che la situazione si annuncia sotto controllo. Quella donna rappresenta la nostra gallina e la dobbiamo spennare prima che diventi stopposa.»
Detto questo, il prete si alzò e, avvicinandosi alla madia, ne trasse due bicchieri e un fiasco di vino per suggelare quello che finalmente sembrava avere tutti i contorni di un buon affare per entrambi.
«Signor Mario, perdonate la domanda,» disse di nuovo don Franco mentre allungava all’allevatore il suo bicchiere, «ma prima o dopo parlate mai?»
«Ecco un prete con uno scopo,» tuonò in una grassa risata Mario.
«Prego?»
«Ma sì, ma sì, siete alla ricerca di qualche altro particolare per assicurarvi il vostro tornaconto, non è forse vero?»
Mario si era sporto sul tavolo pronunciando queste parole con espressione complice. E appariva anche compiaciuto, consapevole com’era di disporre di più dettagli rispetto al sacerdote sul conto di Lola. Lei, che fosse solo ingenua o anche un po’ più stupida di quel che sembrava, era comunque così intrisa di credenze popolari che di certo si sarebbe guardata bene dal raccontare in confessione al suo pastore di anime ciò che covava nel cuore. Non era solo la ricerca di un nascituro vivo a dettare la sua condotta matrimoniale, ma il tentativo di sfuggire a un maleficio contro cui il potere umano non avrebbe stato di alcuna difesa.
Certo che parlavano, Mario e Lola, dopo. E Mario sapeva anche perché la bottegaia concepiva senza altro risultato che un aborto spontaneo. Conosceva gli accadimenti che avevano portato ad annunciare la sterilità del suo matrimonio e l’odio che li aveva generati. Non credeva davvero al fantasma della madre di Lola che vegliava sul perpetuarsi della sua maledizione, preferiva pensare a qualche scherzo della natura di cui si sente ogni tanto. Il resto, per lui, erano solo superstizioni di gente del Meridione che non conosce i dettami della religione, figurarsi se sa riconoscere la realtà della fantasia.
Di fronte al silenzio compiaciuto di Mario, don Franco non aveva insistito. Ma quando il complice si era calcato il cappello sulla testa dirigendosi verso la porta, aveva formulato un’ultima domanda.
«Signor Mario, perdonate, ma che è successo esattamente a quelle due disgraziate?»
«E che ne so, padre? Questo no che non è affar nostro.»
Detto ciò, Mario si chiuse la porta alle spalle per inforcare la bicicletta e far rientro a casa.

Telestreet e blog: grandi querele a piccole voci

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Telestreet è un libro firmato da Franco Berardi “Bifo”, Marco Jacquemet e Giancarlo Vitali scritto quando era ancora in discussione la legge Gasparri e piombavano addosso alle tivù libere le prime tegole di quello che è stato definito il “crackdown delle telestreet”. Il libro, di per sé, ha lo scopo di raccontare come si sia costituito in Italia un monopolio delle emittenze e dunque dell’informazione. Ma il prossimo 8 marzo, gli autori dovranno presentarsi a Padova – città in cui il volume è stato stampato – per rispondere alle accuse di diffamazione mosse dal manager Mediaset Fedele Confalonieri. La notizia, Mediaset against Telestreet, sta rimbalzando su diversi circuiti internazionali (meno all’interno dei confini nazionali) e spiega come il testo affronti il tema delle relazioni tra potere politico e mass media in Italia da almeno un decennio a questa parte.
Va detto che, forse ancora più che in passato (sarà l’approssimarsi della scadenza elettorale?), la morsa di ciò che non si può dire sta diventando più ampia. Dopo le defenestrazioni in Rai di Santoro, Biagi, Guzzanti, Beha, Hendel, Guerritore e molti altri, infatti, non sono solo Bifo e i suoi coautori ad avere problemi di questi tempi. Come Confalonieri, anche Gigi Moncalvo, capostruttura di Rai2 nonché ex direttore della Padania e attualmente conduttore della trasmissione Confronti, se l’è presa con chi ha osato dire troppo e così ha fatto spedire a casa di due blogger una querela per diffamazione. La vicenda viene spiegata bene in un lungo articolo apparso sull’Unità e riportato da Carmilla, Gigi Moncalvo. Il giustiziere della rete che querela i blog. Ma che avrebbero fatto i blogger, che per la cronaca sono Anna Settari di SoloTesto e Nick di Te Le Visiono? Hanno mosso alcune critiche a Confronti, semplicemente.
Per inciso, da notare ciò che l’Osservatorio di Pavia dice sul telegiornale della seconda rete del servizio pubblico, secondo quanto riportato dall’Unità: Par condicio? Il Tg2 non sa cos’è. Che sarà pure il quotidiano diretto dopo la ripartenza da quel cattivone di Furio Colombo, prontamente rimosso, ma le statistiche sono statistiche e sulla loro interpretazione non ci sono poi così tante strade.

La Lola della Bassa – 6

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La partenza di Carlotta

La Minguzzi era stranita dagli accadimenti di quel periodo. Il paese era sempre stato il paese e nessuno dei suoi abitanti, almeno quelli che rientrano nella categoria dei meno facoltosi, lo aveva mai lasciato. Sì, certo, qualche ragazza di buona famiglia se n’era andata per maritarsi bene lontano dalla casa paterna e l’imminente scoppio della guerra, a sentire il podestà, iniziava a prendersi gli uomini in forze per mandarli forse in Francia ad aiutare i tedeschi. Ma per il resto la loro vita si svolgeva lì, tra la piazza, la chiesa, l’edicola, le corti d’estate e le stalle d’inverno. Ci si conosceva tutti, per un incrocio familiare o per l’altro si finiva per essere cugini alla lontana e, se le partenze erano un evento, altrettanto lo erano gli arrivi, fatta eccezione per Lola e Ferruccio.
Curiosa com’era, la lavandaia aveva aspettato per diversi giorni di seguito la corriera del mattino che conduceva alla città dove fermava il treno. E si era stupita di non imbattersi mai nella signorina Antonietta. Eppure l’ultima volta che l’aveva incontrata diceva che se ne sarebbe andata il giorno successivo. Tant’è vero che da lì in avanti nessuno l’aveva più vista. Era pur sempre vero che avrebbe potuto prendere la corriera della sera e che la Minguzzi non era andata due volte al giorno alla fermata. Oppure poteva aver accettato un passaggio da qualcuno che passava dalle parti della stazione. Ma le sembrava improbabile. Antonietta difficilmente usciva di casa dopo una certa ora del pomeriggio, non era dunque possibile che si accingesse a un lungo viaggio in prossimità della notte. Inoltre, aveva sempre manifestato una certa diffidenza verso le automobili, con quei loro fanali che ricordavano tanto uno spettro dagli occhi illuminati, e verso chi le conduceva, nutrendo scarsa fiducia nelle leve da muovere per far partire e avanzare quei marchingegni.
Insomma, Irene doveva tenersela la sua bramosia di dettagli sulla nuova vita di Antonietta e attenderla senza mai incontrarla l’aveva lasciata con le sue domande senza risposta.
Ma un caso passi. Quando le sparizioni erano diventate due, allora una semplice curiosità dettata dalla sua indole da comare aveva lasciato il posto a qualcos’altro. Erano infatti giorni che bussava all’uscio di Carlotta senza ottenere risposta. Ormai s’era fatto venerdì e l’ultima volta che l’aveva incontrata era stato all’uscita della messa delle otto, la domenica precedente. Quando don Franco aveva permesso ai fedeli di andarsene in pace, le due donne si erano fermate per qualche minuto sul sagrato scambiandosi poche parole, come era loro uso.
«Signora Minguzzi,» l’aveva salutata con giovialità la maestra una volta all’aperto.
Irene, quella mattina, aveva fretta di rientrare a casa. Il cielo minacciava un bel temporale e la donna non aveva la minima intenzione di prendersi una lavata sulla strada del ritorno. Ma si era rassegnata di buon cuore a quelle quattro chiacchiere.
«Si direbbe che Nostro Signore sorrida agli abitanti del paese,» aveva proseguito Carlotta senza attendere che Irene ricambiasse il saluto.
«E perché mai?» aveva chiesto la Minguzzi. «C’è aria di guerra anche per l’Italia e comunque sta per venire a piovere».
«Oh, sciocchezze. Dalla guerra c’è chi ci protegge e un po’ d’acqua non può certo rovinare una così bella stagione.»
Irene era perplessa. Carlotta non era certo una donna che potreste definire una compagnona, semmai era di una cortesia allegra ogni volta che ci si imbatteva in lei. Tuttavia quella mattina c’era dell’altro: era eccitata come se le fosse stato promesso in regalo qualcosa così a lungo inseguito. E quando glielo fece notare, la risposta non fu quella che si sarebbe aspettata.
«Di meglio, signora Minguzzi, di meglio».
«Accidenti. E che ci può essere di meglio?»
«Ci può essere che lascio il paese e l’asilo.»
In quelle parole c’era tutta l’esuberanza di una ragazzina alla vigilia di una vacanza. Irene era sbigottita di fronte all’analogia della scena vissuta poche settimane prima con Antonietta: così simili la repentinità della partenza e il cambiamento anche fisico, oltre che morale, delle due donne.
«E per andare dove?» insistette la lavandaia.
«In Toscana, vicino a Firenze,» si affrettò a rispondere la maestra. «Là c’è una scuola privata, è tenuta da suore ed è venuta a mancare la direttrice. Le religiose ci tengono che a presiedere sia una laica e così vado io.»
Se la ragione era questa, non costituiva comunque una risposta ai tanti interrogativi che la mente di Irene formulava.
«Scusate, signora,» aggiunse infatti in meno di un momento. «A Firenze si libera un posto in un istituto e vengono a chiamare proprio voi? Non sto dicendo che non ne siete all’altezza, me ne guarderei bene, ma solo che mi sembra curiosa la scelta. Siamo talmente lontane da quella città.»
«Oh, avete ragione,» rispose Carlotta, «ma ultimamente avevo manifestato la mia intenzione di trovare qualcosa di più di un asilo tirato su alla bell’e meglio. Così la voce è passata da una bocca all’altra ed ecco che il mio desiderio si è realizzato.»
«E qual è la bocca che va ringraziata per questo?»
«Suvvia,» Carlotta incalzò Irene. «A volte penso che abbia ragione chi dice di voi che siete peggio della gazzetta ambulante.»
Irene non se l’ebbe minimamente a male per il commento così poco rispettoso un po’ perché Carlotta lo aveva detto senza un minimo di cattiveria e un altro po’ perché Irene non ci si raccapezzava in quel mondo che sovvertiva il ritmo di una vita di campagna e il destino a cui tutte loro erano predestinate dalla nascita, intessuto di rassegnazione, ripetitività e nessuna speranza in un futuro migliore.
«Allora, se non volete dirmi chi vi ha fatto da intermediario, almeno mi potreste dire quando contate di lasciare il paese…»
«Presto, davvero presto, prima di quanto io stessa speri.»
Detto questo, Carlotta si era accomiatata sempre tra caldi sorrisi mentre Irene la guardava allontanarsi.
Sarà stato un paio di giorni dopo, non più tardi di martedì, che la donna aveva ricevuto una cartolina da un’anziana parente della defunta madre, ma avendo dimenticato quel poco di alfabeto mandato a memoria decine d’anni prima, aveva pensato di chiedere alla maestra di leggerla per lei. La scusa le appariva buona per presentarsi a casa sua e tornare alla carica con altre domande.
Così, percorse le poche centinaia di metri che sepavano le due abitazioni, Irene si era presentata all’uscio di Carlotta e aveva bussato. Poi aveva bussato ancora, ancora e ancora. Una buona mezz’ora in cui la successione di colpi alla porta era stata intermezzata da sbirciate attraverso le finestre velate dalle tende e da giri intorno all’edificio per tornare all’ingresso e picchiare di nuovo sul legno duro e scheggiato. Ma niente quel giorno. E niente neanche nei successivi. La maestra era proprio andata via: non un saluto, un indirizzo, un’indicazione.
Rassegnandosi, quella sera Irene stava per riprendere la strada di casa quando finì quasi per inciampare nel gatto di Carlotta che, vuoi per la fame o per la scarsa attitudine a trascorrere le sue giornate fuori, aveva attaccato subito a strusciarsi contro le sue gambe.
«Anche tu non ne sai nulla?» aveva domandato alla bestia come se questa potesse rispondere. «Vieni con me. Se sei stato abbandonato, fai conto di aver trovato una nuova padrona.»
Senza aggiungere altro lo prese in spalla e tornò sui suoi passi.