Il massacro del Circeo: una storia di violenza politica e di genere (prima parte)

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Il massacro del Circeo

È in pieno Agro Pontino, a un centinaio di chilometri da Roma. San Felice Circeo si affaccia sul mare e d’inverno è un paesone di poco più di 10 mila abitanti. D’estate, però, si riempie. I villeggianti arrivano dalla capitale, da Latina e anche da più lontano perché qui le spiagge sono sabbiose, le seconde case si aprono, la tranquillità sembra inscalfibile. Una tranquillità che a fine settembre, a maggior ragione, sembra più piena, tra riverberi della stagione estiva ormai tramontante e un’aria non ancora frizzante, ma fresca, che allontana di un altro po’ l’autunno già iniziato.

A maggior ragione chi guarda verso Villa Moresca, verso una strada isolata del promontorio, si immagina fine settimana con lo sguardo sul mare, non un massacro. Eppure è qui, dopo essere passati accanto a villette chiuse, che si consuma un fatto rimasto agli annali della cronaca. È il massacro del Circeo, quello che il 29 settembre 1975 trasforma una pace fatta di salsedine e fughe dalle città in una storia che si riverbererà negli anni diventando simbolo.

Simbolo di violenza maschile. E anche di classe, si sarebbe detto a quei tempi. Perché tre giovani della Roma bene, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, pariolini con simpatie verso l’estrema destra, prendono due ragazze della Montagnola, borgata ardeatina, e le trascinano in un incubo. Si chiamano Donatella Colasanti, 17 anni, Rosaria Lopez, 19. La prima è una studentessa e la seconda una barista, leggono fotoromanzi e sognano di entrarci anche loro, in una storia del genere, fatta di romanticismo e agiatezza.

Così, dopo averli conosciuti qualche giorno prima, le ragazze accettano di seguirli a una festa a casa di amici. Ma poco dopo essere arrivate a Villa Moresca per Donatella e Rosaria iniziano le violenze: droga, botte, sevizie e stupri che vanno avanti fino a quando Rosaria viene affogata nella vasca da bagno mentre Donatella, dopo aver subito un tentativo di strangolamento, viene percossa con una spranga di ferro perché ha provato a fare una telefonata per chiedere aiuto.

A quel punto la studentessa ha la prontezza di fingersi morta e viene caricata insieme al cadavere della barista nel bagagliaio della Fiat 127 intestata al padre di Gianni Guido. Si riparte per Roma. Quando arrivano è tardi, i ragazzi – dopo un viaggio a suon di battute e risate su quanto accaduto – hanno fame e parcheggiano in via Pola per fermarsi in un ristorante vicino senza farsi mancare una scazzotta con un paio di militanti di sinistra.

Donatella a quel punto urla e un metronotte la sente. Parte l’allarme dei carabinieri e arriva anche un fotografo che immortala l’apertura del bagagliaio della 127. Quello da cui esce una ragazza sfigurata, coperta di lividi e con uno sguardo in cui non c’è alcuna traccia di sollievo per essere sopravvissuta.

(Segue)

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale In Famiglia

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