“La luna nelle baracche”: la riscossa del genti oppresse dell’America Latina nelle pagine di Alberto Manzi

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La luna nelle baraccheUn brano del libro La luna nelle baracche di Alberto Manzi, il maestro di Non è mai troppo tardi che conobbe e si diede da fare per il miglioramento delle popolazioni sudamericane.

Pedro lo guardò negli occhi e comprese. Vide, anche, al di là delle baracche, i soldati armati.
Guardò la sua gente. Era muta, immobile, ma finalmente viva. Lo sentiva. Gente che era stata sempre capace di dare, nelle condizioni più disumane, un senso umano alla vita. Ed ora sarebbe stata capace di dare tutto, ora che riprendeva il coraggio di pensare a voce alta.
Si sentiva male; gli veniva da vomitare, ma non poteva farlo, non doveva. Con un sforzo, per mantenere la voce ferma, disse ripetendo un vecchio proverbio quichè:
– Se all’avvoltoio togli il becco e gli artigli non resta più nulla. Ma se all’uomo togli gli occhi, la lingua, le mani, i piedi, resterà sempre un uomo.
Ora si sentiva libero veramente, forse, e gli pareva che tutto gli sorridesse intorno, che tutto fosse luminoso di gioia.
– Soltanto – proseguì – soltanto se l’uomo rimane solo, non è più uomo… Soltanto se rimane solo…
Sorrise al sergente, mentre la sua gente annuiva col capo e s’avviò verso il bosco. Tre, quattrocento metri.
Non ci fu un grido.
Niente.
Fu allora che la luna spuntò nel cielo, ricca di luce. E per la prima volta la baracca di Pedro fu tutta illuminata. Non pareva nemmeno più una baracca.

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