Domani di Maurizio ChiericiAll’inizio Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della bomba che il 2 agosto 1980 esplose alla stazione del capoluogo emiliano, avrebbe voluto che non ci fosse alcun clamore sull’istanza presentata alla procura per chiedere nuove indagini sui mandati dell’attentato. Preferiva che i magistrati avessero modo di valutare con tranquillità la fondatezza della richiesta e di rispondere con altrettanta tranquillità che i familiari si sbagliavano, se lo avessero pensato. Così il 13 gennaio 2011 l’associazione aveva deciso di mantenere il riserbo sulla sua azione, che a poco meno di due mesi di distanza così campata per aria non sembra essere.

Perché presentare adesso l’istanza per chiedere un’indagine sui mandanti? È cambiato qualcosa rispetto al passato?

«Certo. Sono diventati noti a tutti i documenti relativi soprattutto al processo per la strage di Brescia, processo concluso alla fine del 2010. Una serie di testimonianze e di documenti hanno dimostrato che certe figure, ritenute marginali nell’inchiesta su Bologna, assumevano un ruolo più centrale. Si era già visto con gli atti del processo per la strage di piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969, e ora con quello di piazza della Loggia. La nostra richiesta, dunque, non è tanto di dire “adesso troviamo i mandanti”, ma chiediamo che una serie di documenti vengano presi in considerazione dall’indagine in corso».

Però il contenuto della sentenza di Brescia, come rilevato da Claudio Nunziata in un recente articolo, non lascia ben sperare sulla volontà di cercare pezzi di verità mancanti. Come valuta la conclusione del processo per i fatti del 28 maggio 1974?

«Ho parlato a lungo con i familiari delle vittime di Brescia e indubbiamente alcune interpretazioni del collegio giudicante sono molto limitative alla luce dei riscontri emersi. Forse ciò che si vorrebbe far a pensare è che, trascorsi tutti questi anni, andare avanti sul piano giudiziario non ha più senso. Noi riteniamo invece che, in base ai documenti raccolti adesso e con le carte già esistenti su Bologna, un’ulteriore indagine possa far fare dei passi avanti. Non dico che si arrivi a spron battuto ai mandanti, ma avvicinarsi a loro può aiutare a capire sempre di più il reticolo che c’era dietro alla bomba di Bologna».

A proposito di reticolo, la vicenda P4 e il coinvolgimento di Luigi Bisignani (iscritto alla P2 con tessera 203) riportano d’attualità il discorso sulla loggia di Licio Gelli, pesantemente coinvolta con il 2 agosto 1980 e con i relativi depistaggi. Può essere un segnale di una rinnovata stagione investigativa oppure teme un finale alla “Why Not”, in cui si parla sempre degli stessi personaggi, ma per ragioni varie, e spesso esterne alle indagini, non si arriva a concludere?

«Dobbiamo tenere presente che i veri scopi della P2 sono emersi con il tempo. Leggendo il “Piano di Rinascita Democratica” nel 1981, si comprese la sua portata eversiva, ma non si capì che la sua attuazione procedette oltre la fine della loggia. Inoltre la scarsa attenzione che si diede allora alla P2 non deve essere usata oggi anche per la P3 o la P4. Più che un discorso alla “Why Not”, ho notato un aspetto che mi ha fatto suonare dei campanelli d’allarme: c’è stato chi immediatamente ha definito gli inquisiti gente senza arte né parte. Vai però a ben vedere, saranno pure stati così, ma certe attività sembrano averle condotte. Questo voler sminuire a tutti i costi accadde anche nel 1981 e negli anni successivi, quando si cercò di far passare quell’organizzazione come una bocciofila. Allora attenzione perché anche i giudici che stanno indagando oggi possono aver messo le mani su qualcosa di importante e di grande attualità».

Gelli, alla fine dello scorso gennaio e poi ancora nelle settimane successive, sembra aver ufficialmente scaricato il suo “allievo prediletto”, Silvio Berlusconi. E ha riportato l’attenzione su strutture di cui meno si è parlato, come il “Noto Servizio” o “Anello”, un apparato informale che viene attribuito a Giulio Andreotti. Altri messaggi trasversali, nella sua ottica?

«Secondo me, tutte le volte che Gelli dice qualcosa lancia dei messaggi. E non è escluso che qualche destinatario attento possa trarne indicazioni preziose. Aiutare la giustizia è proprio l’ultimo dei problemi del venerabile. Le interviste che concede, a volte giudicabili ovvie o banali, vanno nella direzione di diramare avvertimenti».

A proposito di questo, l’incertezza politica che si respira non da oggi e la relativa confusione, almeno all’apparenza, possono giocare a favore di un ulteriore svelamento di circostanze legate alla strategia della tensione?

«Se ci fossero indagatori che veramente volessero perseguire questo obiettivo, questo potrebbe essere il momento giusto. Noi dobbiamo tenere presente che abbiamo sempre operato scontrandoci con l’arroganza del potere nella sua forma più bieca. “A me non può succedere nulla, lì non ci arriverai mai”, dicevano. Con questo atteggiamento è difficile pensare che non abbiano commesso errori nel nascondere o cancellare prove. Ecco, magari ora la situazione potrebbe cambiare, proprio a fronte di tanta instabilità».

Restando sul discorso dell’instabilità, qualche giorno fa Elio Veltri, intervenendo a Bologna a una conferenza stampa del movimento “Democrazia e Legalità”, ha parlato della necessità di personaggi integri che scendano nell’agone politico e ha fatto il suo nome come potenziale sindaco di questa città. Accoglierebbe un invito del genere e a quali condizioni?

«Prima di tutto bisogna pensare a come è nata la campagna elettorale e anche al momento in cui siamo. Se in autunno, quando venne cambiato il candidato alle primarie per ragioni di salute, avrebbe avuto un senso rendermi disponibile, adesso invece si rischia di generare solo altra confusione. Questa “indicazione di candidatura”, chiamiamola così, è un fatto che mi fa piacere perché basato su una valutazione positiva sulla mia persona, ma per me è un fulmine a ciel sereno. Le parole di Veltri non le avevo neanche lette e, quella sera, a cena, alcuni amici mi hanno informato sfottendomi anche un po’. Detto questo, ritengo che un’idea del genere arrivi tardi: a novembre se ne poteva anche parlare e avrei preso in considerazione l’ipotesi. Ma la sinistra oggi ha il suo candidato, espresso dalle primarie».

Ragionando però per ipotesi, se un giorno diventasse primo cittadino, come si porrebbe nell’ottica delle celebrazioni del 2 agosto e più in generale della preservazione della memoria, talvolta oggetto di un braccio di ferro con le istituzioni?

«È un tema su cui andare cauti. Con il Comune di Bologna, con la Provincia e con la Regione, non abbiamo mai avuto il problema di fare la manifestazione. Eventualmente il discorso poteva essere sul “che fare”, se cambiare dopo tanti anni. Dunque, se il mio ruolo mutasse, si potrebbe pensare di mettere a sistema i giovani, le scuole, l’università, insomma tutte quelle forze genuine che già oggi collaborano con noi e che dimostrano grande vitalità nel non dimenticare. Già adesso, però, tante attività le possiamo svolgere perché abbiamo patrocini istituzionali senza i quali il nostro lavoro sarebbe più difficile».

Quest’anno c’è un altro anniversario importante, i trent’anni della fondazione della vostra associazione, dopo che nel 2010 sono stati celebrati tre decenni dalla strage. Come ricorderete la vostra presenza e il vostro lavoro?

«Di recente abbiamo avuto un direttivo e inseriremo all’interno delle celebrazioni un momento per ricordare anche questo anniversario. Poi non è escluso che si lavori anche ad altro. Non va dimenticato che la nostra associazione è oggetto di studio all’università di Madrid e di Lione; e all’università di Bologna Augusto Balloni, criminologo per la vittimologia, ha valutato anche scientificamente quello che noi facevamo, proposte di legge comprese. Inoltre il francobollo erinnofilo è dedicato ai nostri trent’anni mentre il concorso di musica è incentrato sui 150 anni dell’unità d’Italia. Infine va detto che molti Comuni, in vista di questa ricorrenza, hanno inserito la strage di Bologna e il suo significato».

(Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Domani diretta da Maurizio Chierici)