Il caso Calvi e la valigetta dei documenti che ricomparve anni dopo il suo omicidio

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Black Friars - Foto di Marco ZakRoberto Calvi. Un nome che torna spesso – e in tempi di rivisitazione della storia craxiana – è tornato con maggiore frequenza. La sua carriera all’interno del Banco Ambrosiano con bancarotta finale, le sue pericolose commissioni affaristico-criminali con banchieri vaticani, P2, partiti politici (Dc e Psi in primis) e avventurieri vari hanno dato origine a molteplici procedimenti giudiziari. In attesa della sentenza d’appello ai suoi presunti assassini, assolti in primo grado con una formula che richiama la vecchia insufficienza di prove, tra questi processi ce n’è però uno che con gli anni è andato progressivamente dimenticato: quello per la ricettazione dei documenti contenuti nella borsa che Calvi portò con sé negli ultimi giorni della sua vita, finita sotto il ponte dei Frati Neri di Londra il 17 giugno 1982. Per iniziare a raccontarlo, questo pezzo di storia, occorre fare un salto in avanti.

Il primo giorno dell’aprile 1986 i telespettatori che seguono la trasmissione Spot di Enzo Biagi assistono in diretta a una scena per lo meno curiosa: in studio, oltre al celebre giornalista, ci sono il senatore Giorgio Pisanò e un imprenditore sardo, Flavio Carboni, già noto alle cronache giudiziarie per essere stato il braccio destro di Roberto Calvi e averlo accompagnato nel suo ultimo viaggio verso la Gran Bretagna. Il senatore con sé ha una borsa nera, una Valextra a soffietto, e prima di compiere qualsiasi gesto premette di non conoscerne il contenuto. Dopodiché la apre tenendo con il fiato sospeso chi guarda, memore della fine violenta che poco meno di quattro anni prima aveva fatto il suo proprietario. Si tratta infatti della borsa di Roberto Calvi, spiega l’allora parlamentare che, dal 10 novembre 1981 all’11 luglio 1983, aveva anche fatto parte della commissione d’inchiesta sulla P2. E a «certificarne» l’autenticità non a caso c’è Carboni.

A chi non poteva aver seguito il percorso compiuto dai documenti che Roberto Calvi aveva radunato prima di partire alla ricerca di una soluzione ai problemi della sua banca, quella trasmissione sembrò una chiave di volta. Eppure agli occhi di chi ne sapeva un po’ di più si evidenziarono subito alcune stranezze. La prima riguardava ciò che disse Pisanò davanti alle telecamere: sostenne di non sapere cos’era custodito all’interno della borsa. Ma qualche mese prima, tra la fine del 1985 e l’inizio del 1986, di qualcosa del genere aveva già parlato. Lo aveva fatto con Piera Amendola, un’impiegata dell’archivio storico della Camera dei deputati e segretaria della commissione che indagava sulla loggia di Licio Gelli, alla quale Pisanò aveva annunciato un’imminente cena con Flavio Carboni, fissata per quella sera stessa. Il giorno successivo il senatore e la segretaria si incontrarono di nuovo e questi le fece un resoconto di quanto era avvenuto.

Come la signora Amendola ricostruirà nel 1991 agli inquirenti, «Carboni gli aveva mostrato la borsa che Roberto Calvi si era portato dietro negli ultimi giorni della sua vita. Il senatore Pisanò mi disse inoltre che […] gli aveva mostrato il contenuto della borsa in questione e, in particolare, mi disse che all’interno di quella borsa erano state rinvenute diverse chiavi corrispondenti a cassette di sicurezza nella disponibilità di Roberto Calvi».

La voce delle vociInoltre, la contropartita di Pisanò per vedere quel materiale sarebbe stata un aiuto a Carboni a mettersi in contatto con la famiglia del defunto banchiere. Parole, queste, che in aula vengono ritenute attendibili e che sono confermate anche da un altro funzionario della commissione, Ercole Nunzi.

Ma di quali documenti si tratterebbe? Nelle ultime settimane di vita, Roberto Calvi aveva paura e temeva per l’incolumità propria e per quella dei familiari tanto da sollecitarne (e ottenerne) l’espatrio. Ma di certo non era rassegnato a pagare per tutti e a veder crollare la sua banca, giunta a essere un colosso internazionale dopo il lavoro di una vita tra riciclaggi, finanziamenti occulti e attività illegali.

Già da mesi, messo alle corde, aveva dichiarato di voler rivelare i segreti di cui era a conoscenza e, se nella borsa non c’era la lista dei 500 (un fantomatico elenco di chi aveva speculato portando capitali all’estero), c’erano invece alcune lettere scritte tra il maggio e il giugno 1981 a prelati e allo stesso pontefice, Giovanni Paolo II. E poi appunti e altre lettere, esibite in seguito dal vescovo cecoslovacco Pavel Hnilica in cui si ricostruisce una storia di accuse, avvertimenti e ricatti.

L’imprenditore sardo però sta maneggiando i documenti e chiavi già da prima della messa in onda della trasmissione di Biagi. Clara Canetti, la vedova di Calvi, e il figlio Carlo, dissero infatti di essere stati contattati nell’agosto 1984 da Carboni, il quale avrebbe sostenuto di essere in possesso di materiale appartenuto al presidente dell’Ambrosiano. Inoltre, il 3 dicembre di quell’anno comparve sul settimanale Panorama un’intervista firmata dal giornalista Roberto Cantore. In essa il braccio destro di Calvi «ha affermato di essere a conoscenza di fatti riguardanti quella borsa (finita, a suo dire, nelle mani di gente estranea che l’aveva trovata per caso e aveva evitato di consegnarla per non trovarsi nei guai) e ha sostenuto che, appena fosse stato rimesso in libertà, si sarebbe messo alla ricerca per recuperare le chiavi di una cassetta di sicurezza, contenente un’ingente somma di denaro».

Cercare di comprendere quando e come Carboni fosse entrato di possesso di quel materiale è stato oggetto di miriadi di dichiarazioni, ritrattazioni e aggiustamenti. Nel corso delle indagini e dei processi per la ricettazione dei documenti di Calvi, si è parlato molto di un perché. Secondo l’accusa, Carboni, insieme a un pregiudicato romano, Giulio Lena, e al vescovo Hnilica, avrebbe tentato di ricattare il Vaticano per evitare che uscissero informazioni imbarazzanti sulle disinvolte attività finanziarie che lo Ior (Istituto per le opere di religione) aveva condotto insieme al Banco Ambrosiano.

In base a questa ricostruzione, Hnilica avrebbe staccato due assegni in bianco per comprarsi alcuni documenti e la discrezione di Carboni. Il quale, però, avrebbe scritto su ciascuno di essi una cifra eccessiva: 600 milioni di lire. Posti all’incasso, lo Ior avrebbe negato l’autorizzazione al pagamento. Però, poi, in sede giudiziaria questa ricostruzione non sembra reggere e, prosciolto il religioso (il vescovo sostenne a propria discolpa che quegli assegni dovevano pagare una campagna mediatica in favore della Santa Sede), anche Carboni e Lena finiscono per essere assolti.

Stante questa conclusione, però, rimane sempre il nodo del quando e come saltano fuori documenti, chiavi e borsa. Nel ricorso della procura di Roma contro l’assoluzione in primo grado di Carboni e dei suoi presunti complici nell’omicidio di Roberto Calvi, si legge di almeno sei versioni date in proposito dall’uomo. Si va dal non sapere nulla perché, nell’ultimo viaggio del banchiere tra l’Austria e l’Inghilterra, si disinteressò della borsa, alla moltiplicazione dei bagagli (due valigie e un bauletto). A un certo punto, nel 1984, indica come anello chiave nella «vicenda documenti» Silvano Vittor, anche lui presente in quell’estrema peregrinazione per l’Europa del giugno 1982. Ma nel 1989 i suoi ricordi mutano ancora: pur non avendo mai attribuito molta importanza alla borsa, ritirò a Milano due valigie del banchiere, pur negando di aver mai ricevuto da Calvi ante mortem documenti o appunti. E ancora nel 1990 colloca tra Roma e Klagenfurt, località austriaca presso cui Calvi fece tappa, la consegna di alcune lettere da inviare al cardinale Pietro Palazzini e a monsignor Franco Hilary.

A un certo punto in aula verrà raccontata anche la storia di una rocambolesca operazione di recupero in Austria, dopo la scarcerazione di Carboni, con tanto di espatrio clandestino e mimetiche bianche per confondersi con la neve. Su un elemento però la procura di Roma, nel suo ricorso, sembra certa: Calvi, pochi giorni prima di morire, non affidò a Carboni alcun documento. E gli inquirenti capitolini sono certi anche che l’imprenditore sardo sia stato in possesso delle carte del banchiere fin dal giorno del suo omicidio. Detenuto in carcere dal 30 luglio 1982 al 4 agosto 1984 e poi posto agli arresti domiciliari, una volta tornato in libertà si sarebbe messo in contatto con la famiglia Calvi parlando delle chiavi e della borsa di cui entrò in possesso – anche se non si sa esattamente dove – nel corso dei 42 giorni intercorsi tra l’omicidio, avvenuto il 17 giugno 1982, e il momento dell’arresto di Carboni. Uno degli scopi dell’uomo sarebbe stato quello di ottenere da Clara Canetti «una dichiarazione liberatoria per sé e Marcinkus dall’omicidio del marito, in cambio del suo riconoscimento che Calvi era stato ucciso».

La storia giudiziaria della borsa di Calvi

La borsa di Roberto Calvi ha avuto una propria storia giudiziaria, diversa da quella del crack del Banco Ambrosiano e dell’omicidio del banchiere. Una storia che è stata anche molto complessa. Per cercare di ricostruirla ci sono voluti cinque processi. Il primo, celebrato davanti alla prima sezione penale del tribunale di Roma, si concluse nel marzo 1993 con la condanna dei tre imputati, accusati del reato di ricettazione dei documenti appartenuti a Calvi e del tentativo che compirono nel 1986 di vendere la borsa al Vaticano: erano Flavio Carboni, che si vide infliggere cinque anni sui sei richiesti dalla pubblica accusa, il vescovo Pavel Hnilica (tre anni e sei mesi) e Giulio Lena (due anni e sei mesi). Ma nel luglio del 1994 la corte d’appello annullò la sentenza e dispose un nuovo processo, da celebrarsi con il nuovo codice di procedura penale, in vigore dal 1989, e non ancora con il codice Rocco, utilizzato per arrivare a quelle condanne. Così si ripartì e dalla settima sezione del tribunale, nel marzo 2000, arrivarono nuove sentenze di colpevolezza per Carboni e Lena (rispettivamente quattro anni e sei mesi e due anni) mentre l’ecclesiastico di origine cecoslovacca venne assolto. Dopo il ricorso presentato dalle parti, si partì a questo punto con il giudizio di secondo grado e nel maggio 2002 la seconda corte d’appello si trovò in disaccordo con i colleghi del tribunale: tutti assolti. Nell’ottobre 2005 la cassazione ha confermato perché non sarebbe emersa «alcuna certezza sul prelievo, sul percorso e sul trasferimento della borsa e del suo prezioso carico, da Calvi agli imputati».

(Questo articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio 2010 del mensile La voce delle voci)

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