Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondoGli ultimi giorni
, Andrew Masterson
29 Feb
Dall’intervista Sorveglianza di regime a Jean-Claude Paye pubblicata su VoltaireNet:
Silvia Cattori: Una persona che nella sua posta elettronica manifesta simpatia per un gruppo iscritto nelle liste dei “terroristi” potrebbe essere perseguita per collusione con il terrorismo?
Jean-Claude Paye: Sì, perché c’è stata un’evoluzione delle leggi antiterrorismo. Manifestare simpatia nei confronti di gruppi etichettati come “terroristi” costituisce già una violazione della legge. In Gran Bretagna affermare per esempio che «Hamas o Hezbollah sono movimenti legittimi di resistenza» potrebbe, secondo la legge inglese “Terrorist Bill of 2006″, costituire un atto di sostegno indiretto al terrorismo. In Gran Bretagna le leggi antiterrorismo sono le più palesemente liberticide. Nel 2006 la Gran Bretagna ha introdotto i reati di “glorificazione” e “sostegno indiretto” al terrorismo.
Le incriminazioni cui danno origine non si fondano su fatti, ma si basano sulla resistenza al potere semplicemente espressa per mezzo della parola, o su rivelazioni di fatti che sono in contraddizione con la politica del governo. Per esempio, dei militanti sono stati posti sotto inchiesta con l’accusa di “incitazione indiretta al terrorismo” perché avevano pubblicato i nomi dei soldati inglese morti in Irak. Il potere ritiene che chi enuncia fatti di tal genere pubblicizza atti catalogati come “atti di terrorismo” (le azioni di resistenza) e così facendo crea un “clima favorevole” al terrorismo.
Anche azioni o espressioni di sostegno alla resistenza palestinese potrebbero servire da base per azioni giudiziarie analoghe. Del resto, non è necessario che si tratti di conflitti contemporanei: anche parole o scritti che inneggiano ad attentati del passato potrebbero essere perseguibili se una persona, che compie un atto come mettere una bomba nel metro, dichiara di essere stata indotta a farlo da parole o scritti incriminati. C’è un effetto retroattivo che non ha un limite temporale oggettivo.
(Via Information Guerrilla)
28 Feb
Philip Zimbardo è lo psicologo che nel 1971 a Stanford diede vita a un celebre esperimento (qui ulteriore materiale in proposito): un gruppo di studenti doveva immedesimarsi nel ruolo di detenuto e un altro in quello di carceriere. Lo scopo era quello di studiare gli effetti determinati da stati di prigionia su entrambi, ma venne interrotto per il rapido crescendo emotivo e comportamentale che ha caratterizzato quell’esperienza. Negli anni, comunque, le ricerche in materia non si sono interrotte e il docente californiano ha presentato al Ted 2008 alcune delle conclusioni contenute nel suo ultimo libro, The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil (Random House, 2007).
Se il volume fa il bilancio di trent’anni di ricerca, il suo intervento dei giorni scorsi si è focalizzato principalmente sul trattamento riservato ai prigionieri di Abu Ghraib (partendo dal materiale raccolto nel 2006 da Salon.com) e Wired ha pubblicato uno speciale che contiene il video della conferenza, le slide utilizzate e un’intervista che tocca diverse esperienze di brutalità e tortura (il nazismo in Europa, i genocidi del Rwanda, i khmer rossi in Cambogia). E a proposito della scelta di chi utilizzare nel famigerato carcere iracheno, si legge:
Wired: Do you think it made any difference that the Abu Ghraib guards were reservists rather than active duty soldiers?
Zimbardo: It made an enormous difference, in two ways. They had no mission-specific training, and they had no training to be in a combat zone. Secondly, the Army reservists in a combat zone are the lowest form of animal life within the military hierarchy. They’re not real soldiers, and they know this. In Abu Ghraib the only thing lower than the army reservist MPs were the prisoners.
27 Feb
Satisfction, il free press culturale diretto da Gian Paolo Serino, e Menstyle.it devono aver preso carta e penna (o, più plausibilmente, il loro corrispettivo elettronico), contattato Joe R. Landsdale e chiesto un racconto inedito. Lui ha risposto che, sì, glielo mandava. Ed ecco ora pubblicato Buono a nulla, la storia (inedita) di Miller che viaggia su una Cadillac trasportando il cadavere della moglie la quale, anche da morta, gli procura un mare di problemi.
26 Feb
Mentre si moltiplicano le tendenze centrifughe in politica internazionale, il giornalista Alessandro Ursic racconta del processo movimento di Autodeterminazione per Ceppaloni:
Italia. Effetto Kosovo nel Belpaese: cresce il sostegno per l’autodeterminazione della repubblica separatista di Ceppaloni, popolata al 90 percento da mastelliani e al 10 percento da italiani, due popoli che conducono da tempo vite parallele e si guardano in cagnesco, in un rapporto logorato dalle reciproche recriminazioni. Crescono invece le tensioni separatiste padane nelle valli bergamasche e nel Trevigiano, dove alcuni pizzaioli napoletani vivono ormai in un’enclave sotto la protezione di una forza di pace internazionale. Nel calderone politico italiano finisce anche l’abbattimento del satellite fuori controllo da parte degli Usa. Proteste del centrosinistra, che contava su un rinvio dell’operazione sperando nel frattempo di obbligare Rete4 a trasmettere solo da quel satellite, in modo da risolvere il problema Emilio Fede una volta per tutte. Apprezzamenti invece dal centrodestra, secondo cui la facilità con cui il satellite si è fatto distruggere dimostra ancora una volta che la tecnologia del futuro è il digitale terrestre. Nel frattempo milioni di italiani, esasperati per l’attuale livello della tv pubblica, hanno scritto a Bush pregandolo di far fuori anche qualche ripetitore della Rai.
25 Feb
“Rispetto alla realtà c’è ben poco”.
La repubblica del ricatto di Sandro Orlando è il ritratto di un paese che in decenni non è cambiato, ma che – rispetto ai tempi dell’infedele generale De Lorenzo – è per diversi aspetti peggiorato ancora, affidandosi com’è accaduto a personaggi improbabili, spioni mendaci, mercenari dell’informazione e abitué nell’abuso delle proprie prerogative professionali o istituzionali. Il sottotitolo del libro è esplicito, “dossier, segreti e depistaggi nell’Italia di oggi”, e i casi di cui si occupa sono tre: l’affaire Telecom-Sismigate, la vicenda Telekom Serbia e la commissione Mitrokhin. Che, quando saltano per aria, rivelano tutto il loro contenuto da commedia all’italiana che vede tra i propri protagonisti uomini di stato, aspiranti golpisti, professionisti della disinformazione o manager che aspirano alle scalate aziendali a suon di indagini private e illegali.
Non si dimentichi un elemento di base: per cinque anni, dal 2001 al 2006, c’è stato chi ha tenuto sotto controllo, spiato, intercettato e diffamato giornalisti, magistrati, politici e appartenenti alle forze armate. Per colpire gli avversari sono stati per esempio fabbricati dossier falsi. A realizzarli era un oscuro funzionario con ufficio in pieno centro romano, quel Pio Pompa che, unico sfigato in un mondo di galantuomini, da tutta quella vicenda sembra averci guadagnato solo lo scaricamento del suo capo, Nicolò Pollari. Quest’ultimo – una carriera che lo ha portato a diventare generale della guardia di finanzia e al vertice del servizio militare dal 15 ottobre 2001 al 20 novembre 2006 finendo per essere coinvolto, oltre che nello scandalo Telecom-Sismi, anche nel rapimento dell’imam Abu Omar – un galantuomo però deve esserlo per forza: chi ne dubita pensi che nel gennaio 2007, lasciato il suo ufficio a Forte Braschi, ha “meritato” una promozione diventando consigliere di stato alle dirette dipendenze della presidenza del consiglio dei ministri. Altrettanto dovrebbe forse dirsi di un altro personaggio di questa vicenda, Renato Farina, conosciuto in certi ambienti come la “fonte Betulla“, che ha gentilmente (ma non gratuitamente) prestato il “suo” Libero ai depistaggi di Pompa (e per questo è stato radiato dall’ordine dei giornalisti), ma subito dopo è stato candidato all’Ambrogino d’Oro, onorificenza che il comune di Milano assegna a quei cittadini che con le loro attività hanno dato lustro al capoluogo lombardo, e oggi dimostra di aver piantato le radici in un terreno generoso dato che probabilmente sarà candidato a un ruolo ben più influente, un seggio parlamentare per il centro-destra.
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24 Feb
No visas for bad Serbs, who shun the world to be swiftly shunned in turn. Police have arrested 190 people. The impressive damage to the town is still being estimated: burned cars, destroyed traffic lights, burned apartments, smashed shops. Five hundred people were hurt, mostly Serbian riot policemen. One Czech citizen is in critical condition. Last night during the escalating violence my friends from Italy, Norway and Kosovo phoned me: Nora from Kosovo offered me her own home if I don’t feel safe within Belgrade. Nora admitted that it sounded nonsensical, but it was a sincere offer.
22 Feb
Alcuni mesi fa il fondatore di Creative Commons lo aveva in qualche modo annunciato e da pochissimo è nato Lessig 08 – Change Congress. Se sulla candidatura l’ultima parola arriverà il prossimo primo marzo, intanto ne parla Bernardo Parrella partendo da quanto scritto sul New York Times e su Wired e dice:
Lawrence Lessig, the Web legal scholar, said Wednesday that he was mulling a campaign for the House of Representatives, a move that could pit the Internet icon in a race against a Democratic loyalist. Mr. Lessig would run for the seat left vacant by the Feb. 11 death of Representative Tom Lantos, who represented the 12th District of California for nearly 14 terms. The district, south of San Francisco, runs straight through the heart of Silicon Valley, where Mr. Lessig is considered a celebrity, though one who wears glasses and uses phrases like “net neutrality”.
21 Feb
L’errore, oggi come negli Anni Novanta, sarebbe quello di credere che tutti i serbi la pensano e agiscono così. Quella che segue è un’intervista che risale a qualche tempo fa ormai e che ben rende ciò che sono stati gli ultimi due decenni da quelle parti.“Milosevic? Ha deviato un percorso di risveglio nazionale verso un autoritarismo nazionalista”
Ricordi dal passato e incertezze sul futuro
Parla Djordje Ristic, giornalista di Belgrado che, da uomo libero di esprimere la sua opinione, traccia un bilancio degli anni della dittatura e della ricostruzione in corso
“Quanto Tito morì, si diffuse un’ansia generalizzata, un’ansia sul nome del successore che fu una presenza costante tra la gente. Questo accadeva anni prima che Milosevic si insediasse al potere e trascinasse il paese in un incubo”. Djordje Ristic ha sessantatré anni ed è un giornalista in pensione che, non rassegnato a lasciare una redazione, ha fondato una rivista automobilistica che ora è il suo orgoglio. Oggi vive giornate tranquille, cadenzate dal numero mensile da chiudere e dal circolo nautico sulla Sava, il “Jedrilicarski Klub Gemax”, di cui è presidente e che vanta una delle più forti squadre di vela dei Balcani. Sicuramente più tranquille di quando, professionista dell’informazione, si era trovato suo malgrado a fare i conti con la censura, le pressioni che arrivavano dall’alto, dall’impotenza di fronte a una situazione nazionale e internazionale che si andava deteriorando anno dopo anno.
Al momento della successione, qual era l’opinione su Slobodan Milosevic?
Suscitava diffidenza sia all’interno che all’esterno del partito. Non era ritenuto al livello di Tito che, nonostante i limiti della sua applicazione del socialismo reale, garantiva ai cittadini la loro dignità sociale. Su Milosevic si può formulare solo una considerazione: ha avuto una grande abilità sostanziale che è stata quella saper cavalcare il risveglio di un grande movimento nazionale serbo. Un movimento che serpeggiava un po’ ovunque e che era particolarmente vivo in Kosovo. Ma si trattava appunto di un movimento nazionale, che si concretizzava in un’atmosfera di libertà, nella voglia di manifestare, nel reclamare i propri diritti. Non aveva una connotazione nazionalista. Il dittatore si dichiarava comunista, ma non era neanche questo. Riuscì a farsi capofila del nascente sentimento di ripresa culturale e politica serba per imbrigliarlo verso posizioni autoritarie sempre più soffocanti.
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20 Feb
Un po’ di tempo fa si confermava quanto già si era detto: il 27 giugno 1980 sopra il Mediterraneo, più o meno all’altezza di Ustica, c’era la guerra. Ma per l’abbattimento del DC9 dell’Itavia, l’aereo civile partito da Bologna alla volta di Palermo che si trascinò dietro 81 persone, sono andati tutti assolti i vertici dell’aeronautica italiana. E ora sembra tornare d’attualità quella che era stata battezzata l’ipotesi Cossiga con una dichiarazione che il senatore a vita ha rilasciato a Sky Tg24: il missile sarebbe stato francese e l’obiettivo era Gheddafi. Che, in volo nei cieli italiani, era stato avvertito dal generale Giuseppe Santovito, ex capo del Sismi, e si era nascosto ai radar d’oltralpe deviando l’attacco sul velivolo di linea. Insomma, nulla di particolarmente nuovo per chi ha seguito la vicenda e nulla di particolarmente sorprendente per chi invece segue le dichiarazioni di Cossiga. Il quale ogni tanto “esterna” (”piccona”, si diceva ai tempi del suo settennato al Quirinale) senza che si innesti mai una qualche conseguenza. Del resto è stato sempre lui a sostenere la pista del gruppo di Carlos e quella libica per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, incurante delle risultanze giudiziarie e dei familiari delle vittime.
19 Feb
Di nuovo in tema di diritti delle donne, qualche giorno fa il blog Femminismo a Sud ha pubblicato un lungo e interessante post che ripercorre, attraverso un ventennio di diatribe parlamentari e giurisprudenza, la storia della legge sulla violenza sessuale. Una storia che tenta – non senza difficoltà – di scardinare la questione dal nodo della morale e di ascriverla alla sfera dei reati contro la persona. Ma l’articolo va oltre.
Presenta innanzitutto un elenco di sentenze che quella legge l’hanno interpretata e applicata in vario modo e poi allarga la visuale a una situazione correlata, lo ius corrigendi, “il potere di correzione e disciplina, ritenendo necessaria all’unità familiare la gerarchizzazione autoritaria, della massima autorità in seno alla famiglia, il capo-famiglia per l’appunto”, e il suo rapporto con la violenza domestica. Citando l’esperienza spagnola a tutela delle donne che lungimirante ed efficace sembra essere, il blog fa il paragone con un disegno di legge presentato dall’ormai ex ministro Barbara Pollastrini che:
tenta di regolamentare tutta la questione a partire da una maggiore attenzione per avviare campagne di sensibilizzazione. Nello stesso disegno di legge, che interverrebbe sul codice civile e penale, resta comunque prevista la querela di parte (e non la procedibilità d’ufficio) per il reato derivante dai maltrattamenti. Cioè: a fare la denuncia deve essere sempre la persona maltrattata.
18 Feb
Un’organizzazione pubblica ma protetta dal segreto, con oltre 23.000 membri selezionati nell’élite politica-economica del Paese che godono di informazioni riservate sui rischi di un attacco terroristico, lavorando in collaborazione con l’Fbi. E che, come ha rivelato uno dei suoi iscritti, in caso di proclamazione della legge marziale hanno licenza di uccidere per proteggere le loro proprietà. Si chiama InfraGard, e se non l’avete mai sentita è perché fino a qualche anno fa non superava il migliaio di iscritti. Ma dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 è diventata una struttura semi-massonica con ramificazioni in tutti gli Stati Uniti, e rappresenta oggi una prima linea di difesa degli Usa ai tempi della guerra al terrorismo.
16 Feb
«Dio dei ladri, uccidimi prima che canti».
Renato Vallanzasca è il simbolo della certezza della pena: compirà cinquantotto anni a maggio e, tra riformatorio e carcere, ne ha trascorsi oltre trentacinque dietro le sbarre. Condannato a quattro ergastoli, per lui – a differenza di molti altri, stragisti compresi – le porte della galera non si riaprono, malgrado la richiesta di grazia recentemente respinta e i benefici di legge che non arrivano mai, tanto da aver fatto lievitare a sessantuno gli anni di reclusione del bandito milanese. La cui vita sembra segnata da un destino criminale fin dall’infanzia, racconta Etica criminale – I fatti della banda Vallanzasca di Massimo Polidoro, quando il Grande Circo Medini pianta le tende alla periferia del capoluogo lombardo, in zona Lambrate, e i fratellini Vallanzasca, Renato e Francesco, proprio non ce la fanno a vedere gli animali maltrattati dentro le gabbie. Così decidono di farli evadere, ma il futuro bandito finisce in questura e capisce, in attesa che i genitori vengano a recuperarlo, che «cinghiate o non cinghiate, ne era valsa la pena».
L’evasione è una costante nella vita del Vallanzasca criminale. Ogni volta che viene arrestato, ci prova e sorride, il “bel René”, perché sa che l’ostacolo tra lui e la libertà è solo temporaneo. Almeno fino all’Asinara, nel 1996, quando da un’ispezione nella sua cella trovano una pistola e un telefono cellulare. Forse è proprio quello il momento in cui finisce la carriera di un personaggio che ha attraversato la storia del crimine italiano facendo di sé una specie di leggenda: imprendibile, temerario, raffinato, spendaccione e passionale. Che ha rapinato e assaltato, si è dato alla macchia e sequestrato tenendo l’ostaggio – l’adolescente Emanuela – in prigioni d’oro perché roba come l’anonima non è neanche lontanamente concepibile. E si è assunto la responsabilità morale degli omicidi commessi dai suoi in azioni o conflitti a fuoco condotti autonomamente, al di fuori delle attività del suo gruppo.
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15 Feb
Ancora a proposito di legge 194, Francesca De Carolis mi invia un suo testo pubblicato anche sul sito di Articolo21, associazione per la libertà d’informazione, dal titolo Aborto: la pacata violenza di Ferrara. È un bel pezzo che introduce una serie di considerazioni interessanti. Prima di passare all’articolo di Francesca, una segnalazione: l’appello-petizione LberaDonna di MicroMega.
Solo una breve riflessione. A proposito di toni e di parole. Di garbi formali e di sostanziali violenze. Ascoltando l’intervento di Giuliano Ferrara in apertura della puntata dell’Infedele di mercoledì 13 febbraio. A proposito del suo manifesto “pro-life” con il quale mette l’aborto fra i temi della campagna elettorale. Un tono molto pacato quello di Ferrara. Introduce, spiega, argomenta, con voce piana e calma, inanella frasi e parole modulando con garbo, sembra, finanche i respiri. Senza mai uscire dai binari di una condotta di gentilezza estrema. Anche quando gli tocca, come è normale che accada, di dover sovrastare il tentativo di qualcuno degli ospiti di intervenire. Tono pacato, certo, se per pacatezza si intende che l’accoratezza non si è trasformata in fervore, che poi non è trasceso in urla, crocefissi branditi, o intemperanze del genere…
Eppure. La pacatezza a volte sa essere agghiacciante. Se è linguaggio formale che riveste una sostanziale violenza. E accanto alla violenza di irrompere nella campagna elettorale con una questione così dolorosa e delicata, ho avvertito, nelle parole di Ferrara, i termini di un infierire privato, per il mio sentire inaccettabile. Come era ovvio, il discorso è andato allo sciagurato episodio del blitz nell’ospedale Federico II di Napoli. Ho trovato di grande violenza il sentire descrivere con lucida dolcezza “il bambino che quel feto sarebbe stato”. Come questo non fosse già il pensiero dolente di una donna che si trova di fronte alla terribile scelta di abortire. Che è pensiero e dolore intimo, che non andrebbe straziato da altri davanti a una telecamera. Con l’aggravante, nel caso, che si parlava di una persona precisa, del destino particolare del suo bambino che non è stato.
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14 Feb

Donne e uomini in piazza dopo il blitz di Napoli per difendere la legge 194. Le immagini del presidio davanti alla clinica ginecologica del policlinico Sant’Orsola di Bologna.
13 Feb
Dal blog di Lorenzo Guadagnucci, Noi della Diaz, sei anni dopo:
È appena arrivata in libreria (e in molte botteghe del commercio equo e solidale) la nuova edizione aggiornata di Noi della Diaz, che uscì nel gennaio 2002, pochi mesi dopo i fatti di Genova. Questa nuova edizione contiene un’ampia introduzione, scritta da me: da un lato è un aggiornamento sugli sviluppi processuali, dall’altro un bilancio politico dei sei anni e più trascorsi dal tragico luglio genovese. E’ un bilancio non positivo, dia risvolti allarmanti, perciò ho voluto intitolare la prefazione “Democrazia umiliata”.
In appendice c’è l’altra novità rispetto all’edizione originaria: il “diario dal cercere” scritto da Paolo Fornaciari, che fu arrestato il 20 luglio 2001 in via Tolemaide senza alcun motivo, per essere poi pestato dai carabinieri (anche all’interno del Forte San Giuliano, la “Bolzaneto” dei carabinieri, cu sui però non c’è stata alcuna inchiesta della magistratura). il diario di Paolo rende bene lo stato d’animo di tanti cittadini arrivati a Genova per dare anima e corpo a un movimento di protesta e di proposta che pareva destinato a raccogliere grandi consensi, e sorpreso dalla inusitata violenza dello Stato.