Alla ricerca di alternative sostenibili

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L'alternativa del copyleftDa FdC. Paolo Roversi, sul blog MilanoNera, si pone una domanda: Cultura gratis in rete? Sì, ma a caro prezzo e giustamente sottolinea come una parte del mondo editoriale solleciti – se non pretenda – recensioni a fronte di nulla. Il web è una risposta per uscire dagli schemi e il dialogo che si costruisce con i lettori – che diventano autori e recensori a loro volta – un’evoluzione. Ma si chiede ancora Roversi allargando il discorso:

Che fare dunque? Risposte non ne ho, ma un timore sì; la rete è libera perché ancora non ci hanno voluto mettere le mani: se un grosso gruppo editoriale investisse sul serio, acquisendo massicciamente siti e blog, così come ad esempio ha fatto Google con YouTube quando questo sito ha cominciato ad attirare milioni di utenti, succederebbe che, anche in rete, qualcuno disposto a cedere alla tentazione d’allinearsi ci sarebbe…

Esatto. E non solo a livello di opinioni su un libro, un fatto, una posizione politica. Da che il web ha iniziato ad espandersi, la legge sul diritto d’autore ha iniziato a irrigidirsi sempre di più. In nove anni, dal varo del Digital Millennium Copyright Act e della legge di Topolino, di certo i profitti derivanti dalle opere dell’ingegno e della creatività non sono stati convogliati verso gli autori. Lo stesso è accaduto e accade in Europa, non estranea a fenomeni sommariamente riassumibili nell’assalto alla copia digitale, ritenuta indiscriminatamente un crimine anche quando licenze d’uso copyleft allargano di molto il campo d’azione dell’utente e lo strappano al ruolo di mero consumatore di cultura.

Dal porsi un’alternativa alla logica predominante si può anche guadagnare? La domanda di Paolo è legittima ed anzi è condivisa da molti scrittori, blogger e giornalisti, ma anche informatici, designer o progettisti che fanno della rete il proprio strumento per comunicare. Personalmente penso di sì: il nanopublishing – forma di microeditoria che pone al centro i blog e le nicchie informative – se ancora oggi non annovera al suo interno campioni di fatturato, dimostra comunque che c’è spazio per articolare progetti con un respiro economico discreto. Inoltre, esperienze come quelle di BoingBoing, Neatorama o WorldChanging, per citarne qualche caso concreto, confermano questa linea attraverso il ricorso a circuiti di advertising contestuale e meno invasiva di quella proposta dai media center, sempre che questi ultimi abbiamo mai un minimo interesse a occuparsi di microeditoria e affini. E ancora la Wu Ming Foundation, che è diventata uno degli esempi più fulgidi in Italia di condivisione sostenibile e anzi alimentata dall’interazione con gli utenti.

In aggiunta – ma non ultimo – il ricorso alle licenze Creative Commons e ad altre forme di diritto d’autore permissivo stanno al pari dimostrando che mettere a disposizione le proprie opere in rete non costituisce un danno economico, quando queste si trasferiscono sulla carta. Anzi, il contrario. Del resto, Libera Cultura sta a dimostrare che sulle novità editoriali così come sui titoli più datati c’è margine per operare.

Tutto questo per dire, in conclusione, che Paolo apre un dibattito interessante e che sarebbe opportuno approfondirlo ed estenderlo in modo che gli autori stessi, insieme ai lettori e agli editori che volessero essere coinvolti, inizino a consolidare una via alternativa alle leggi del mercato imposte dai grossi operatori. Altrimenti sì, il rischio è concreto: dopo aver spadroneggiato negli ambiti tradizionali, mire espansionistiche volte al controllo potrebbero accentuarsi ancora di più anche in rete. Forse avranno vita più dura nell’imporre le proprie strategie dato che il fenomeno dello user generated content prevede spesso l’esistenza di utenti consapevoli e battaglieri, ma costruire sarà sicuramente più difficile.