La banda del Brabante-Vallone

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L'identikit di uno dei componenti della banda del BrabanteLa banda del Brabante-Vallone, che tra il 1982 e il 1985 nella regione del Brabante in Belgio prende di mira i supermercati, risulterà essere una cellula terroristica legata a un’organizzazione locale di Stay Behind. A proposito di questa banda, scrive lo storico Giuseppe De Lutiis nella prefazione al libro Gli eserciti segreti della Nato di Daniele Ganser:

[In Belgio], tra il 1982 e il 1985, operò una misteriosa organizzazione, la cosiddetta “banda del Brabante”, alla quale furono attribuite ben sedici azioni terroristiche, che provocarono ventotto morti e venticinque feriti; questo gruppo ebbe un comportamento molto simile a quello della “banda della Uno Bianca” […]. Alla luce dei comportamenti dei due gruppi sembra lecito delineare un possibile parallelismo tra le due organizzazioni. Molto probabilmente non si riuscirà mai a stabilire se questo parallelismo è solo frutto di suggestione o vi siano altri motivi. È però degno di rilievo che il Parlamento belga abbia, a suo tempo, istituito una commissione parlamentare d’inchiesta e che il suo presidente […] abbia affermato che le stragi del Brabante sarebbero state «opera di governi stranieri e di servizi segreti che lavorano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica». Sarebbe di grande interesse storico e politico conoscere più in dettaglio come il presidente sia giunto a una conclusione così deflagrante.

Il virgolettato usato da De Lutiis si riferisce a quanto riporta un articolo uscito sull’Observer il 7 giugno 1992 e le domande che pongono lo storico e la rivista si aggiungono a quelle che, in tema Gladio ed eversione, il ministro della difesa belga, Guy Coëme, formulò in diretta televisiva:

Vorrei sapere se esiste un legame tra le attività di questa rete segreta e l’ondata di crimini e terrorismo che questo paese ha subito durante gli anni passati.

L’esordio mortale del commando risale al 30 settembre 1982 contro un’armeria di Wavre, anche se il primo colpo era stato messo a segno un mese e mezzo prima, il 14 agosto, contro un negozio di alimentari di Maubeuge, mentre l’ultimo fu l’assalto a un supermercato Delhaize, la catena che annovererà il bilancio più pesante (subirà cinque incursioni su sedici per un totale di diciassette morti e quattordici feriti) il 9 novembre 1985 nella cittadina di Aalst. Elementi comuni a tutti gli atti sono l’esiguità del bottino, in media intorno ai cinquemila euro, la ferocia delle azioni e il coordinamento dei banditi.

Nel frattempo si era diffuso il panico in Belgio: Jean Gol, allora ministro della giustizia, dichiarava pubblicamente che sarebbero state adottate le misure necessarie a garantire la sicurezza dei cittadini mobilitando pattuglie delle forze dell’ordine, paracadutisti e jeep equipaggiate con artiglieria leggera per stazionare nei parcheggi dei centri commerciali. Per gli esperti non si trattava di criminalità comune, ma di professionisti. E non solo per la risolutezza militare con cui entravano in azione, ma anche per l’abilità alla guida quando i criminali si davano alla fuga.

Comun denominatore a tutti gli assalti era la presenza di un uomo molto alto, ribattezzato dalla stampa il gigante, che dava ordini agli altri e che sparava con un fucile SPAS 12 prodotto in Italia dalla Franchi Spa. Inoltre, si diceva, la spietatezza caratterizzava le incursioni: per esempio, se ne ha dimostrazione a Wavre, il 30 settembre 1982, quando un poliziotto ferito e dunque non più pericoloso venne ucciso con un colpo a bruciapelo. Oppure a Nijvel, il 17 settembre 1983, i banditi assassinarono una coppia in un negozio di alimentari e, invece di fuggire, atteso la polizia per attirarla in un agguato.

Quando il parlamento ricevette l’incarico di stabilire se esistesse un nesso tra i banditi della Brabante e Gladio o con organizzazioni a essa riconducibili, ne venne fuori un nulla di fatto imputabile anche alla mancata collaborazione da parte dello SDRAVIII (Service de documentation, de renseignement et d’action) e dall’STC/Mob (Section training, communication, mobilisation).

Entrambe, come appurò un’inchiesta del senato, erano parte della rete Stay-Behind in Belgio: la prima, composta da paracadutisti e addetti alle operazioni marittime specializzati in atti di combattimento, sabotaggio ed evacuazione, era una sezione dell’intelligence militare che faceva capo al ministero della difesa e che avrebbe avuto il compito di mantenere i contatti con agenti infiltrati se il Belgio fosse stato invaso. L’STC/Mob, invece, era un organo dei servizi civili a capo del quale stava il ministero della giustizia. Addestrati a installare e gestire stazioni radio, i suoi uomini venivano reclutati tra gli aderenti a «gruppi con forti motivazioni religiose, a garanzia del loro anticomunismo» e sarebbero stati descritti dall’inchiesta su Gladio, «tranquilli padri di famiglia, a volte persino un po’ ingenui». Ingenui o meno, a loro era demandato il compito di raccogliere informazioni utili al governo in caso di occupazione e di organizzare vie di fuga. Data la parziale sovrapposizione dei compiti con lo SDRAVIII, nel 1971, venne creato un organismo di coordinamento, l’Inter-Service.

La mancata collaborazione davanti ai parlamentari e ai giudici da parte dei responsabili dei due corpi di intelligence – con il beneplacito degli statunitensi della CIA e dei britannici dell’MI-6 –, non solo sollevò ridde di proteste da parte di alcune testate giornalistiche e dei cittadini, ma risultò anche illegale avendo rifiutato qualsiasi forma di collaborazione anche con i ministeri della giustizia e della difesa, che stavano gerarchicamente più in alto. Nulla però smosse gli ufficiali dei servizi che resistettero a mesi di imposizioni e tentativi di conciliazione e il 28 marzo 1991 venne pubblicato su Le Soir, questo messaggio:

”Dateci i nomi!” “Mai!” rispondono i “Gladiatori”. L’ora della verità è arrivata. Qui è Bruxelles che vi chiama. Cari amici dell’operazione Stay-Behind, la sezione SDRAVIII vi assicura la sua alta stima e vi ringrazia della dedizione al vostro paese. Vi garantiamo che le pressioni saranno vane e che gli impegni presi saranno onorati. Adolphe sta bene!

L’autore del messaggio era il tenente colonnello Bernard Legrand, a capo dello SDRAVIII, e, se da un lato era un gesto a sfregio della commissione d’inchiesta, dall’altro rappresentava anche una chiamata alla resistenza contro le indagini. Invece il riferimento ad Adolphe fu interpretato come un segno di approvazione da parte delle più alte cariche di Gladio. I nomi dei responsabili, dunque, non vennero fuori e vennero considerati come il minore dei mali la decapitazione dei vertici dello SDRAVIII e dell’STC/Mob, lo scioglimento dell’esercito segreto belga e l’interruzione di qualsiasi forma di collaborazione con reti clandestine straniere.

Le indagini per scoprire collegamenti tra la banda del Brabante e Gladio non furono però interrotte: dopo un infruttuoso intervento di due docenti dell’università di Lovanio, che abbandonarono nel 1996 dopo solo due mesi a causa dell’impenetrabilità delle vicende, nell’ottobre 1997 una nuova commissione parlamentare produsse un esplosivo rapporto di novanta pagine in cui si elencavano gli errori commessi da parte degli inquirenti che lavorarono sulle stragi e si denunciavano depistaggi e inefficienze a carico della polizia che avrebbe tramato per far sparire parte della documentazione.

Venne inoltre ripescata una pista indicata fin dal 1988 dal giornalista inglese John Palmer (lo stesso che scrisse anche della strage alla stazione di Bologna): quella che adombrava forme di collaborazione tra l’esercito e un’organizzazione di estrema destra, Westland New Post (WNP), nata nel 1979 come emanazione del Front de la Jeunesse di quattro anni più anziana. Da qui si risalì ai campi di addestramento militare a cui partecipavano uomini della Gendamerie, e in proposito il gendarme Martial Lekeu, in organico tra il 1972 e il 1984 prima di emigrare in Florida, dichiarò ai giornalisti della BBC collegamenti tra le stragi del Brabante, i servizi militari e l’apparato di sicurezza. Dice Lekeu davanti alle telecamere inglesi:

Ho lasciato il Belgio nell’agosto del 1984, dopo chiare minacce di morte rivolte contro i miei bambini […]. All’inizio di dicembre 1983, andai personalmente alla BSR [Brigade Spéciale de Recherchs] di Wavre che stava facendo indagini sugli omicidi [nel Brabante]. Ero sorpreso che non fosse stato stato fatto alcun arresto e so che mi chiedevo cosa stesse succedendo – stavamo usando dei riguardi verso crimini di questo tipo – assassinii a caso o di persone che si trovavano in un supermercato. Così dissi a un signore che incontrai: “Si rende conto che in questa faccenda sono coinvolti membri della Gendarmerie dell’esercito?” La risposta fu: “Stai zitto! Tu sai, noi sappiamo. Bada agli affari tuoi. Fuori di qui!” Dicevano che la democrazia stava sparendo, gente di sinistra stava prendendo il potere, i socialisti e tutto il resto e loro volevano contare di più.

Già nel 1990, qualche tempo prima che esplodesse in tutta Europa il caso Gladio, il parlamento aveva messo in relazione gli eccidi del Brabante con apparteneti o ex appartenenti alle forze di sicurezza, «un complotto – come scrisse il giornale inglese The Indipendent on Sunday – volto a destabilizzare il regime democratico in Belgio e probabilmente a preparare il terreno a un colpo di stato di destra». E lo ha confermato Vincenzo Vinciguerra, assurto alla storia dell’eversione italiana per la strage di Peteano, quella su cui indagava il giudice veneziano Felice Casson e che approdò alla scoperta di Gladio in Italia, quando, intervistato dal giornalista britannico Ed Vulliamy, afferma:

La linea terroristica era sostenuta da persone camuffate, gente che apparteneva agli apparati di sicurezza o gente collegata all’apparato statale da rapporti o collaborazioni. [Le organizzazioni di Stay-Behind] furono mobilitate nella battaglia come parte della strategia anticomunista che nasceva non da organizzazioni deviate dalle istituzioni, ma dallo stato stesso, e in particolare dagli ambienti in cui si tessevano le relazioni tra lo stato e il Patto Atlantico.

Nel frattempo risultava impossibile indagare su Westland New Post: quando nel 1990 furono ritrovati nella sua sede importanti documenti sulla Nato e sulla Gladio belga, WNP non solo confermò l’esistenza dei documenti, ma ne rivendicò la proprietà facendo senza mezzi termini intendere di averli presi per ordine dei servizi di sicurezza. Sull’intera vicenda Michel Libert, esponente del Westland New Post dal 1978 per tutti gli Anni Ottanta, racconta sempre alla BBC la storia di Paul Latinus, capo de WPN oltre che uno dei personaggi di snodo della vicenda, e quando gli si chiede esplicitamente se il Brabante facesse parte delle “missioni”, Libert risponde:

Si ricevevano ordini. Possiamo andare indietro diciamo fino al 1982. Dal 1982 al 1985 c’erano dei progetti. [Mi era stato detto] “Lei, signor Libert, non deve sapere perché noi facciamo queste cose. Assolutamente. Quello che le chiediamo è che il suo gruppo, con la copertura della Gendarmerie e della Sicurezza, porti a termini un lavoro. Obiettivo: i supermercati? Dove sono? Che tipo di serrature hanno? Quali protezioni che possano interferire con le nostre operazioni? Il direttore del negozio chiude tutto a chiave? O si servono di un’agenzia di sorveglianza esterna […]? Noi facevamo la nostra parte e inviavamo il nostro rapporto: orario di apertura e chiusura. Qualsiasi cosa si volesse sapere di un supermercato. A cosa servivano queste informazioni? Questa era solo una, tra centinaia di missioni. Qualcosa doveva essere fatto. Ma l’uso che ne sarebbe stato fatto, questa è la grande domanda.

Ma Libert era un pesce piccolo, il vero snodo dall’interno del WPN era Paul Latinus, ritenuto da alcuni studiosi del terrorismo belga il punto di contatto tra l’estrema destra, la destra classica, i servizi nazionali e quelli stranieri. Finito per sua stessa ammissione fin dal 1967 sul libro paga della DIA (Defence Intelligence Agency, il corrispettivo militare della CIA), negli Anni Settanta entrò a far parte del club degli ufficiali di riserva del Brabante, organizzazione militare accumunata dalla maniacale avversione al “pericolo rosso”. Quindi, nel ’78, Latinus si affiliò al Front de la Jeunesse e si occupò di organizzare il WPN. Nel 1981, a causa di uno scandalo innescato dalla stampa contro l’estrema destra negli organismi dello stato, riparò per qualche mese nel Cile di Pinochet tornando in patria alla vigilia dell’entrata in scena della banda del Brabante. Su di lui ha indagato a lungo la rivista di sinistra Pour e il giornalista Jean-Claude Garot, autore di un’inchiesta sull’estrema destra, racconta che:

Latinus era stato inserito nel Front de la Jeunesse con un compito preciso: insegnare come condurre attacchi violenti, assalti ai caffè degli immigrati ed effettuare operazioni di sorveglianza.

E il senatore Roger Lallemand, presidente della commissione belga su Gladio, arrivò a fine degli Anni Novanta a sostenere che le operazioni del Brabante erano:

operazioni di governi stranieri o di servizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica.

A queste conclusioni si risalì anche ricostruendo i rapporti che di Latinus aveva coltivato con gli statunitensi durante la presidenza Reagan quando il paese era impegnato ufficialmente in Nigaragua contro i sandinisti. E prosegue Lallemand:

Queste uccisioni senza senso potrebbero aver avuto una motivazione politica. Si ricordi quanto successe in Italia. Alla stazione di Bologna morirono ottanta innocenti. Pensiamo che dietro gli omicidi nel Brabante-Vallone vi fosse un’organizzazione politica.

Latinus, in un’intervista, confermò le conclusioni a cui solo più tardi giunse il parlamento belga e fu arrestato alla fine della storia della banda del Brabante. Ma non ebbe il tempo di aggiungere molto altro perché il 24 aprile 1985 venne trovato impiccato con un cordone del telefono nella sua cella. I piedi toccavano a terra.

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4 thoughts on “La banda del Brabante-Vallone

  1. Vittorio

    Ho ascoltato quello che ha detto il presidente emerito Cossiga e lo trovo convincente. La strage di Bologna é stata fatta dai Palestinesi, perché gli accordi con Moro venivano disattesi dall´Italia. Altro che Gladio !

  2. Dema

    A Vittorio
    1. Come mai i palestinesi non hanno rivendicato la strage?
    2. Se Cossiga, e quindi i nostri servizi e le nostre istituzioni politiche, conoscevano gli autori della strage, ti chiedo quali misure hanno preso per rispondere a cotanta ferocia portata contro obiettivi inermi?
    3. Come mai i Palestinesi hanno sempre considerato i governi italiani anche dopo la strage come governi “amici”(vedi Craxi)?

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