Centundici colpi: i giorni immediatamente successivi

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Immagine di Pensiero rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.0Riprendendo il discorso sulla strage dei carabinieri di Bagnara di Romagna per aggiungere un nuovo tassello, innanzitutto va ripetuto che dal 22 novembre 1988, della vicenda si inizia a parlare sempre meno. Almeno per quanto riguarda il fatto in sé. Se ne riaccenna solamente un paio di giorni dopo quando a Lisbona, in Portogallo, un caporale del centro di addestramento della guardia repubblicana spara sui cadetti e ne uccide quattro.

Il 24 novembre di quell’anno, Antonio Saraiva Antunes, 28 anni, si apposta sulla terrazza della caserma Ajuda mentre è in corso un’ispezione ai cadetti da parte del tenente colonnello Jorge Duarte. Il caporale si mette a fare il tiro al bersaglio: centra sedici obiettivi, tre dei quali muoiono sul colpo. La sparatoria dura venti minuti poi Antunes fugge e su un prato vicino si suicida con la pistola d’ordinanza. Nella ricostruzione della personalità del militare, emerge un quadro positivo: un ottimo soldato che aveva fatto il paracadutista senza mai manifestare squilibri. A questo proposito il generale Lemos Couto parla di una qualche forma di «follia» che si è scatenata nella caserma vicino al palazzo presidenziale. Ma il Portogallo è lontano, guidato in quegli anni dall’economista di matrice socialista Aníbal António Cavaco Silva, in carica dal 1985 al 1995 per diventare nel 2006 presidente della repubblica iberica. A parte le ovvie concidenze che i giornali rilevano tra le due storie – le forze armate, la furia imprevedibile, le schede di servizio positive dei due militari -, tutto si chiude qui.

Per avere altre informazioni in merito a Bagnara, occorre saltare al 29 novembre quando dai giornali si apprende che per gli inquirenti la storia è chiusa e che risponderebbero stizziti alle domande di maggiori chiarimenti. Il «raptus della follia» sembra la versione che piace a tutti e il guanto di paraffina conferma che a sparare sarebbe stato Mantella solo. Ma una seconda perizia tossicologica viene disposta dalla procura della repubblica di Ravenna ed eseguita all’istituto di medicina legale di Ferrara, malgrado sembri ai tempi che un esame del genere non sia routine. Intanto emergono altri particolari secondo cui Mantella avrebbe infierito sui corpi dei colleghi: Quaglia sarebbe risultato quasi tagliato a metà per la quantità di colpi ricevuti all’addome, oltre ai quattro che lo hanno raggiunto alla bocca, mentre Camesasca, già morto, sarebbe stato colpito da altri due proiettili alla testa.

Del resto, anche se mancavano i nuovi dettagli, che sembrasse andata così grosso modo lo si sapeva già da giorni. Infatti, quando il 18 novembre viene officiata una sobria cerimonia a Ravenna prima che i feretri vengano trasportati nelle città d’origine per i funerali e la tumulazione, si fa tutto con grande velocità e a bassa voce. Per esempio, a officiare la funzione c’è Ersilio Tonini, arcivescono della città, insieme al cappellano dell’Arma, padre Giovanni Giannini, e a don Francesco Borrello, parroco di Bagnara di Romagna. Ma non c’è omelia per «timore che una parola di troppo potesse essere interpretata in modo sbagliato e creare quindi ulteriori tensioni» e – si aggiunge – occorre «pregare per l’Arma che in questo momento ha bisogno più che mai del sostegno della gente».

Aldo Balzanelli di Repubblica la descrive come una cerimonia «rapida e imbarazzata», malgrado la presenza di autorità militari e civili come Roberto Jucci, comandante generale dell’Arma, il colonnello Nunziatella, comandante della Legione di Bologna, il sindaco di Bagnara di Romagna, Ludovico Muccinelli, e quello di Ravenna, Mauro Dragoni. Nel corso della breve liturgia, la moglie di Antonio Mantella accusa un malore e viene portata via in ambulanza, ma c’è spazio per ben poco altro: tutto si conclude in una quindicina di minuti e poi via le divise, via i fiori, tutto viene smantellato. Il giorno successivo, il 19 novembre, si insediano a Bagnara di Romagna i nuovi carabinieri, all’interno di una caserma riportata rapidamente alla normalità: rimossi i segni del massacro, i vetri forati nell’ufficio del comandante e la sua scrivania. Nelle stesse ore si svolgono le esequie private dei militari assassinati. A quello di Mantella, il presunto omicida-suicida, partecipano il generale Vincenzo Oresta, comandante della VII Brigata, il prefetto Domenico Scali e i comandanti della Legione di Catanzaro.