Centoundici colpi: la storia di Bagnara di Romagna
Tempo addietro, mentre mi stavo occupando di una storia che sfiorava in qualche punto quella della Uno Bianca, mi sono per caso imbattuta in una vicenda che risale al novembre del 1988 e di cui stranamente si è persa quasi completamente memoria. Si tratta della strage dei carabinieri di Bagnara di Romagna, comune al di là del fiume Santerno di 1.800 persone in provincia di Ravenna. Guidato in quegli anni da una giunta composta da PCI e PSI, è in questo piccolo centro di provincia che il 16 aprile 1988 viene assassinato dalla Brigate Rossa Roberto Ruffilli, consigliere per i problemi istituzionali dell’allora presidente del consiglio Ciriaco De Mita.
Ed è per questo che la strage dei carabinieri fa pensare in un primo momento al terrorismo. Tuttavia questa pista viene scartata quasi subito a favore di quella malavitosa, altrettanto velocemente abbandonata. Ma che accadde a Bagnara di Romagna il 16 novembre 1988? Alle 12.20 di quel giorno, alla stazione dei carabinieri di Lugo di Romagna giunge la telefonata di un civile: nella caserma di Bagnara qualcuno sta sparando. Dieci minuti dopo i militari del vicino comune sono sul posto e alle 12.40 giunge l’ambulanza mentre in zona si portano elicotteri, pattuglie e ufficiali che arrivano da Faenza, Ravenna e Bologna.
Per entrare le forze dell’ordine utilizzano la porta laterale: quella principale è chiusa dall’interno e quella di lato invece è stata aperta dalla moglie del comandante della stazione quando, alle 12.15, si era precipitata fuori dall’edificio di via Garibaldi qualche secondo dopo l’inizio della sparatoria. Una furia, quella che si stava scatenando all’interno. Tanto che dall’ufficio del comandante fuoriescono nove colpi sparati ad altezza d’uomo da una mitraglietta M12 in dotazione ai carabinieri. Uno dei proiettili raggiunge il finestrino posteriore di un’auto di passaggio, una Fiat 126 che appartiene al postino del paese, Martino Zardi, che blocca la vettura, scende, va verso l’ingresso della caserma e invoca aiuto.
Una volta dentro, carabinieri e soccorritori scoprono un mattatoio: i cadaveri sono cinque, quattro dei quali crivellati di proiettili. Solo uno, il quinto, presenta a una prima ricognizione un’unica ferita alla tempia destra, provocata da un colpo esploso a distanza ravvicinata e proveniente da una pistola, probabilmente una Beretta d’ordinanza. Le vittime sono i militari in servizio nella stazione romagnola. Si tratta del brigadiere Luigi Chianese, il comandante, 30 anni, nato a Minturno (Latina) e sposato con due figlie. Era arrivato a Bagnara di Romagna nell’agosto 1987. Poi c’è Angelo Quaglia, 27 anni, carabiniere scelto, nato a Controguerra (Teramo), celibe, che è in servizio qui da sei anni ed è rientrato da due giorni da una licenza. Paolo Camesasca di anni ne ha 21 anni, è nato a Giussano (Milano), e presta servizio in Romagna dal maggio 1988. Altra vittima è Daniele Fabbri, 20 anni, carabiniere ausiliario, nato a Cesena, trasferito a Bagnara nell’agosto 1987 dopo il corso. Infine viene rinvenuto il corpo dell’unico militare che ha una sola ferita: è Antonio Mantella, 31 anni, penultimo di cinque figli, se ne va nel 1981 da Vibo Valentia per raggiungere la Romagna, dove vive già il fratello, Nicola, carabiniere che comanda la stazione di Sant’Agata sul Santerno (Ravenna). Qui si arruola, si sposa e ha due figlie, rispettivamente di due anni e di pochi mesi. Al tempo dei fatti è un carabiniere scelto e sta alla stazione di Bagnara da tre anni.
Alla strage scampa solo il carabiniere scelto Alessandro Trombin, 25 anni, tre di servizio a Bagnara. Quel giorno era in licenza e si trovava nel paese natale, Gavello (Rovigo). Appena dopo l’identificazione delle vittime, viene contattato e richiamato a Bagnara dal comandante della stazione di Cerignano.
Subito si cerca di capire che è accaduto. Mentre a Roma il ministro dell’interno Antonio Gava si ritrova immediate sollecitazioni da parte dei comunisti Pecchioli e Imposimato e dal capogruppo del MSI Filetti, in loco, tralasciate le ipotesi legate al brigatismo e alla criminalità organizzata, si inizia a parlare di «raptus», di «dramma della follia»: Antonio Mantella, il militare con l’unico colpo alla testa, sarebbe «impazzito» e avrebbe massacrato i colleghi togliendosi poi la vita. E allora l’obiettivo successivo è la ricostruzione di ciò che è accaduto quella mattina.
Intorno alle 8 del 16 novembre 1988, Mantella e Daniele Fabbri prendono servizio davanti alla banca del paese, il Credito Romagnolo di piazza della Repubblica, e devono restare lì fino alle 13. Li vede l’allora sindaco, Ludovico Muccinelli, che non sembra notare niente di strano. Di fatto, da ciò che viene accertato, alle 12 ricevono una chiamata dal comandante, Chianese, perché rientrino. Il motivo dell’ordine invece non si conosce. Sulla via del ritorno, Mantella e Fabbri si fermano per la spesa, chiacchierano con la fornaia e con il vigile urbano: parlano di calcio e Mantella commenta le gesta della Juventus e scherza invece sulle disavventure di Bologna e Cesena. Intanto due operai dell’Amiu, l’azienda rifiuti di Imola, si rivolgono ai due militari per denunciare un piccolo furto: è stato forzato il loro furgone e rubate un paio di tute da lavoro. Ma viene detto loro di rivolgersi alla stazione di Mordano. «Noi abbiamo da fare, ci ha chiamati il comandante», avrebbero ribattuto alla coppia di operai. Quella mattina, mentre Mantella e Fabbri sono davanti alla banca, in caserma passa anche un dipendente comunale per portare una richiesta di permesso per una gara ciclistica e parla con Chianese, Quaglia e Camesasca. Sembra tutto a posto.
Ma manca poco a mezzogiorno e mezzo quando scoppia il finimondo. E c’è chi ha iniziato a dire che forse non tutto era a posto, in quella caserma, che Mantella era «roso da una sofferenza interiore», come si legge sui giornali dell’epoca. Mentre si comincia timidamente a insinuare che il carabiniere scelto fosse esageratamente geloso della moglie o avesse avuto attriti con Chianese o ancora che fosse tormentato da telefonate anonime, il parroco di Bagnara di Romagna, don Francesco Borrello, avrebbe detto a Repubblica che «qualcosa so, ma tacerò». Nei giorni successivi smentirà di aver fatto un’affermazione del genere e di essere a conoscenza di qualsiasi elemento che possa far luce sulla vicenda. Intanto quella mattina tre ragazzi sono in piazza Marconi in bicicletta e un quattordicenne dice di aver sentito parlare dell’«opera di una persona portata in caserma per un controllo». Ma non ci si capisce nulla: i familiari di Mantella smentiscono storie legate a depressione, aggressività o gelosia. Un ufficiale anonimo, parlando con un giornalista, accenna a una «causa improvvisa e gravissima». E sono in tanti in paese a giurare che tra quei carabinieri c’era armonia. Tanto che la sera prima della strage sarebbero usciti tutti insieme a cena e, a detta di chi li aveva incontrati, il clima era gioviale e disteso.
L’autopsia, secondo la versione ufficiale fornita, viene eseguita il giorno dopo da un medico legale di Ferrara e da uno di Ravenna. Si accerta che sono stati esplosi 96 colpi di mitra e 15 di pistola, 111 in tutto. Dalle prime indagini, emerge che Mantella avrebbe usato tre mitragliette M12 scaricando i caricatori contro Chianese, Fabbri e Camesasca. Prima una sventagliata verso l’alto e poi un’altra verso il basso. Poi si scaglia contro Quaglia. Prende quindi la sua pistola e spara quindici colpi al colleghi. Infine metterebbe i mitra e la pistola sulla scrivania del comandante e afferrerebbe la pistola di Camesasca per spararsi dato che la sua si è scaricata.
Questa in sostanza la vicenda di Bagnara di Romagna, così come ricostruita da chi indagò all’epoca. Prossimamente tornerò a parlarne perché, di fatto, la storia non si conclude con i funerali, celebrati due giorni dopo il massacro. Ci sono altre vicende che si intrecciano con essa. Vicende che tratteggiano un periodo travagliato, ben lontano dall’immagine di tranquillità che la provincia romagnola infonde in chi la visita. Da sottolineare fin da subito che del destino di quei cinque carabinieri si parlò pochissimo: nel giro di qualche giorno, i riferimenti alla storia si fanno flebili, le indagini si cristalizzano sull’omicidio-suicidio, i giornali passano ad altre vicende. I familiari delle vittime, tra cui il fratello di Luigi Chianese, Giuseppe, denunciano il fatto che gli inquirenti «si sono chiusi a riccio e non dicono più nulla». Mentre Nicola Mantella, fratello di Antonio, continua a porsi domande e a rifiutare la versione ufficiale.













il 30-12-2006 alle 1:23 am,
sono un brigadiere dell arma.mi sono arruolato nell’89.Un giorno un mio istruttore della scuola allievi, un vecchio maresciallo mi disse:…ma tu che ne sai di bagnara di romagna?io risposi…ciò che ho letto sui giornali, ovvero che il collega è impazzito…
Lui rispose…prova a chiederti chi era il famoso politico che quella mattina è stato casualmente fermato in macchina in compagnia di quella persona che rappresentava l’antistato e che venne segnata sul foglio di servizio…che poi è scomparso….
e come mai…anche se il personale era in ambienti diversi nessuno ha articolato anche una minima reazione….
Vorrei tanto capirci qualcosa….
perchè questa storia è stata dimenticata da tutti?
il 30-12-2006 alle 11:20 am,
Edoardo, grazie del tuo intervento. Perché non mi scrivi via mail? L’indirizzo è antonella [at] beccaria.org.
il 3-01-2007 alle 2:52 am,
credetemi…non c’è più nulla in cui credere….
il 3-01-2007 alle 8:54 pm,
Per no parlare dell’oblio in cui sono finite le mezze stagioni…
il 20-01-2007 alle 7:16 am,
A parte la ricostruzione a dir poco approssimativa fatta dagli inquirenti,io mi chiedo come puo’ un solo uomo togliere dalle mani dei colleghi le armi e sparare..Un altra cosa,l’M12 non è un arma individuale,ma in dotazione alla Caserma,come mai ne erano in giro tre,non dovevano essere custodite o chiuse?MAH!
il 3-07-2007 alle 10:48 pm,
ciao luigi.Descrizione sommaria a parte, quando il Sismi entra in gioco, 2+2 fa 5, ovvero le carte cambiano. Per rispondere al quesito sulle armi di reparto, giova che tu sappia che le armi in questione sono custodite in due diverse locazioni. Alcune PM12, nel numero di 3 o 4 per le piccole caserme come quella in questione sono in una piccola cassaforte nella stanza del “militare di servizio alla caserma”.Le stesse dispongono per ciascuna di almeno 3 caricatori da 32 colpi e sono pronte all’uso, basta inserire il caricatore e armare. La combinazione dell cassaforte è nota a tutto il personale che presta servizio nello specifico comando.
Le altre armi 2lunghe”,sempre di tipo automatico, sono custodite nell armeria del reparto, e la chiave della stessa è custodita in un altra cassaforte nell ufficio del comandante, la cui combinazione è nota solo a lui o al suo vice. A volte questa cassaforte è di tipo antiquato e funziona ancora con la chiave e la serratura.Spero di aver fatto luce sui tuoi dubbi.Edoardo.
il 9-07-2007 alle 10:56 am,
Ciao Antonella…. ciao Edoardo…. conoscevo bene sia Mantella, sia Quaglia che Chianese e, all’ epoca dei fatti, facevo servizio a Bologna e risiedevo vicino a Bagnara… sai bene che la pattuglia al momento del rientro in caserma aveva un solo M/12 e la borsetta contiene tre caricatori…. quindi non potevano esserci tre M/12 sulla scrivania anche per i motivi che tu hai accennato.
E’ vero, come dice Antonella, che le voci di paese riferivano di gelosia morbosa di Mantella nei confronti della moglie… ma…. mia opinione… i motivi sono da ricercare in fatti avvenuti poco tempo prima in quel di Alfonsine,,, quando perse la vita il Car. aus. Minguzzi e poi il Car. Vetrano….. e Mantella faceva servizio in quella stazione.
il 29-10-2007 alle 7:17 pm,
Ciao.Prima di tutto mi dispiace per ciò che è accaduto ai vostri colleghi.Posso immaginare il dolore della famiglia e degli amici/colleghi.
Spero che un giorno la verità su quanto sia accaduto venga fuori.
Perchè non è giusto che quanto sia successo rimanga un fatto irrisolto.
Un caloroso saluto a tutti e Nei Secoli Fedele.
Aspirante Carabiniere Stefania T.
Chi volesse contattarmi può farlo attraverso il mio indirizzo e-mail:Fedelissima06@libero.it.
il 27-11-2007 alle 6:10 pm,
Ho inserito la foto del suo post ed un richiamo al libro nel mio post pubblicato qui, citando fonte e link:
http://antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it/antoniomontanari/2007/11/modelli-e-miste.html
Nel mio post parlo della recensione al suo libro apparsa oggi su Repubblica-Bologna.
Antonio Montanari
il 27-11-2007 alle 10:33 pm,
Grazie mille, Antonio, e intanto ne approfitto per inserire il tuo blog tra gli RSS che leggo.
il 24-03-2008 alle 8:19 pm,
nn sono un cc ma frequendo la caserma del mio paese è sò quando sia difficile e pericoloso il mestiere del carabbiniere…. nn sò cosa sia successo nella caserma di cui parlate so solo ke mi dispiace tantissimo, x la sofferenza ke provano le persone ke amavano e stimavano questi angeli in divisa, se dovesse succedere qualcosa agli angeli della caserma dove vivo ne morirei quindi riesco a capire i parenti e i colleghi di questi carabbinieri………. sempre fedele all’arma dei cc linda
il 24-03-2008 alle 8:35 pm,
scusate x l’errore madornale scrivere carabiniere cn 2 b ma la storia ke ho letto mi ha sconvolta un po più del dovuto,xkè mentre leggevo mi sn venute in mente tt quelle xsone ke dicono ke i cc nn fanno un czz ….. nn capisco cosa pretende la gente da questi poveri militari oltre a riskiare la vita ogni giorno x salvaguardare la nostra ke dovrebbero fare?
il 6-05-2008 alle 1:57 pm,
Scusate se mi intrometto ma, se “l’omicida-suicida” avesse realmente premeditato tutto, come avrebbe potuto prevedere il ritorno in caserma voluto dal Comandante un’ora prima del termine del servizio? perchè il comandante richiama i due? è possibile che nessuno di loro abbia avuto il tempo di rispondere al fuoco o di fuggire? perchè non si è diffusa la motivazione della strage? se si trattasse di un vero raptus di pazzia come lo si può giustificare? certamente ci sono delle pazze ragioni per non far trasparire una verità che ridarebbe credito e giustizia a degli uomini che sono stati sempre fedeli allo Stato….
il 2-07-2008 alle 10:01 pm,
Etrusco è sulla pista giusta… Raccontacene di più
il 17-07-2008 alle 10:02 am,
Ciao a tutti… ringrazio Fiamma e Linda per la solidarietà e…. Mario per la fiducia… e a lui chiedo: Forse stava aspettando la punizione per lo smarrimento di una paletta??? O forse è stato richiamato dal Brig Chianese per aver fatto la spesa durante il suo ultimo turno di servizio??? Non giustifica la strage.
Mario, aiutami a capire… Forse Mantella era stato informato di essere stato indagato per i fatti di Alfonsine??? Ciò è plausibile.
E intanto resta tutto secretato………..
il 18-07-2008 alle 10:59 am,
Con il vecchio comandante, il Mantella aveva le mani in pasta da per tutto, forse gestiva o copriva qualche cosa, che va al dilà delle nostre immaginazioni.
Quando il nuovo comandante l’ha scoperto, ha pensato bene di eliminare i presenti, con le eventuali prove all’interno della caserma, infatti il colpo finale, è stato udito, molto dopo delle raffiche di mitraglietta, ma sopratutto non ci dimentichiamo che ha provato anche ad eliminare la moglie e le figlie del comandante, sparandogli dalla vetrata della caserma!
Quindi questo non è assolutamente un Raptus, in quanto a seguito di un forte rumore, come l’epslosione di alcuni colpi, dico alcuni “perché bastano alcuni copli” per far ritornare in sé la persona, non come ha fatto lui, andando tranquillamente a prendere le altre mitragliette nell’armeria!
il 23-07-2008 alle 6:58 pm,
ribadisco un concetto a mio avviso fondamentale, è difficile uccidere più persone armate senza che almeno una di queste non riesca, anche minimamente a sparare almenno un colpo. Infatti sembra anche che i corpi erano dislocati in maniera sparsa. poi, perchè sparare alla moglie e al figlio del maresciallo se poi avrebbe avuto l’idea di farla finita? forse chi a sparato alla moglie del marescialo aveva lo scopo di non far guardare verso la finestra? infine se fosse come già detto in altre circostanze, se il maresciallo doveva notificare cose “sgradevoli” al mantella, sicuramente erano ancora di più sul chi va la, quindi era molto difficile farsi prendere impreparati e farsi uccidere tutti nello stesso momento. mentre, se gli stessi erano sotto la minaccia delle armi e, obbligati a richiamere gli altri, possono essere stati uccisi senza la minima reazione e poi giustiziare il montella per attribuire a lui tutta la colpa e chiudere il caso come un atto di pazzia da parte di un carabiniere.
il 29-07-2008 alle 7:22 am,
marmosso, diciamo che, i carabinieri periti in quella triste circostanza gli hanno trovati, in modo da poter schivare quanto possibile le pallottole, addirittura uno è stato trovato riverso sopra il Mar. Chianese per proteggerlo dalla pioggia di fuoco, facendo scudo con il suo corpo!!!