Centoundici colpi: la storia di Bagnara di Romagna

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Immagine di Pensiero rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.0Tempo addietro, mentre mi stavo occupando di una storia che sfiorava in qualche punto quella della Uno Bianca, mi sono per caso imbattuta in una vicenda che risale al novembre del 1988 e di cui stranamente si è persa quasi completamente memoria. Si tratta della strage dei carabinieri di Bagnara di Romagna, comune al di là del fiume Santerno di 1.800 persone in provincia di Ravenna. Guidato in quegli anni da una giunta composta da PCI e PSI, è nella cittadina vicina a questo piccolo centro di provincia – Forlì – che il 16 aprile 1988 viene assassinato dalla Brigate Rossa Roberto Ruffilli, consigliere per i problemi istituzionali dell’allora presidente del consiglio Ciriaco De Mita.

Ed è per questo che la strage dei carabinieri fa pensare in un primo momento al terrorismo. Tuttavia questa pista viene scartata quasi subito a favore di quella malavitosa, altrettanto velocemente abbandonata. Ma che accadde a Bagnara di Romagna il 16 novembre 1988? Alle 12.20 di quel giorno, alla stazione dei carabinieri di Lugo di Romagna giunge la telefonata di un civile: nella caserma di Bagnara qualcuno sta sparando. Dieci minuti dopo i militari del vicino comune sono sul posto e alle 12.40 giunge l’ambulanza mentre in zona si portano elicotteri, pattuglie e ufficiali che arrivano da Faenza, Ravenna e Bologna.

Per entrare le forze dell’ordine utilizzano la porta laterale: quella principale è chiusa dall’interno e quella di lato invece è stata aperta dalla moglie del comandante della stazione quando, alle 12.15, si era precipitata fuori dall’edificio di via Garibaldi qualche secondo dopo l’inizio della sparatoria. Una furia, quella che si stava scatenando all’interno. Tanto che dall’ufficio del comandante fuoriescono nove colpi sparati ad altezza d’uomo da una mitraglietta M12 in dotazione ai carabinieri. Uno dei proiettili raggiunge il finestrino posteriore di un’auto di passaggio, una Fiat 126 che appartiene al postino del paese, Martino Zardi, che blocca la vettura, scende, va verso l’ingresso della caserma e invoca aiuto.

Una volta dentro, carabinieri e soccorritori scoprono un mattatoio: i cadaveri sono cinque, quattro dei quali crivellati di proiettili. Solo uno, il quinto, presenta a una prima ricognizione un’unica ferita alla tempia destra, provocata da un colpo esploso a distanza ravvicinata e proveniente da una pistola, probabilmente una Beretta d’ordinanza. Le vittime sono i militari in servizio nella stazione romagnola. Si tratta del brigadiere Luigi Chianese, il comandante, 30 anni, nato a Minturno (Latina) e sposato con due figlie. Era arrivato a Bagnara di Romagna nell’agosto 1987. Poi c’è Angelo Quaglia, 27 anni, carabiniere scelto, nato a Controguerra (Teramo), celibe, che è in servizio qui da sei anni ed è rientrato da due giorni da una licenza. Paolo Camesasca di anni ne ha 21 anni, è nato a Giussano (Milano), e presta servizio in Romagna dal maggio 1988. Altra vittima è Daniele Fabbri, 20 anni, carabiniere ausiliario, nato a Cesena, trasferito a Bagnara nell’agosto 1987 dopo il corso. Infine viene rinvenuto il corpo dell’unico militare che ha una sola ferita: è Antonio Mantella, 31 anni, penultimo di cinque figli, se ne va nel 1981 da Vibo Valentia per raggiungere la Romagna, dove vive già il fratello, Nicola, carabiniere che comanda la stazione di Sant’Agata sul Santerno (Ravenna). Qui si arruola, si sposa e ha due figlie, rispettivamente di due anni e di pochi mesi. Al tempo dei fatti è un carabiniere scelto e sta alla stazione di Bagnara da tre anni.

Alla strage scampa solo il carabiniere scelto Alessandro Trombin, 25 anni, tre di servizio a Bagnara. Quel giorno era in licenza e si trovava nel paese natale, Gavello (Rovigo). Appena dopo l’identificazione delle vittime, viene contattato e richiamato a Bagnara dal comandante della stazione di Cerignano.

Subito si cerca di capire che è accaduto. Mentre a Roma il ministro dell’interno Antonio Gava si ritrova immediate sollecitazioni da parte dei comunisti Pecchioli e Imposimato e dal capogruppo del MSI Filetti, in loco, tralasciate le ipotesi legate al brigatismo e alla criminalità organizzata, si inizia a parlare di «raptus», di «dramma della follia»: Antonio Mantella, il militare con l’unico colpo alla testa, sarebbe «impazzito» e avrebbe massacrato i colleghi togliendosi poi la vita. E allora l’obiettivo successivo è la ricostruzione di ciò che è accaduto quella mattina.

Intorno alle 8 del 16 novembre 1988, Mantella e Daniele Fabbri prendono servizio davanti alla banca del paese, il Credito Romagnolo di piazza della Repubblica, e devono restare lì fino alle 13. Li vede l’allora sindaco, Ludovico Muccinelli, che non sembra notare niente di strano. Di fatto, da ciò che viene accertato, alle 12 ricevono una chiamata dal comandante, Chianese, perché rientrino. Il motivo dell’ordine invece non si conosce. Sulla via del ritorno, Mantella e Fabbri si fermano per la spesa, chiacchierano con la fornaia e con il vigile urbano: parlano di calcio e Mantella commenta le gesta della Juventus e scherza invece sulle disavventure di Bologna e Cesena. Intanto due operai dell’Amiu, l’azienda rifiuti di Imola, si rivolgono ai due militari per denunciare un piccolo furto: è stato forzato il loro furgone e rubate un paio di tute da lavoro. Ma viene detto loro di rivolgersi alla stazione di Mordano. «Noi abbiamo da fare, ci ha chiamati il comandante», avrebbero ribattuto alla coppia di operai. Quella mattina, mentre Mantella e Fabbri sono davanti alla banca, in caserma passa anche un dipendente comunale per portare una richiesta di permesso per una gara ciclistica e parla con Chianese, Quaglia e Camesasca. Sembra tutto a posto.

Ma manca poco a mezzogiorno e mezzo quando scoppia il finimondo. E c’è chi ha iniziato a dire che forse non tutto era a posto, in quella caserma, che Mantella era «roso da una sofferenza interiore», come si legge sui giornali dell’epoca. Mentre si comincia timidamente a insinuare che il carabiniere scelto fosse esageratamente geloso della moglie o avesse avuto attriti con Chianese o ancora che fosse tormentato da telefonate anonime, il parroco di Bagnara di Romagna, don Francesco Borrello, avrebbe detto a Repubblica che «qualcosa so, ma tacerò». Nei giorni successivi smentirà di aver fatto un’affermazione del genere e di essere a conoscenza di qualsiasi elemento che possa far luce sulla vicenda. Intanto quella mattina tre ragazzi sono in piazza Marconi in bicicletta e un quattordicenne dice di aver sentito parlare dell’«opera di una persona portata in caserma per un controllo». Ma non ci si capisce nulla: i familiari di Mantella smentiscono storie legate a depressione, aggressività o gelosia. Un ufficiale anonimo, parlando con un giornalista, accenna a una «causa improvvisa e gravissima». E sono in tanti in paese a giurare che tra quei carabinieri c’era armonia. Tanto che la sera prima della strage sarebbero usciti tutti insieme a cena e, a detta di chi li aveva incontrati, il clima era gioviale e disteso.

L’autopsia, secondo la versione ufficiale fornita, viene eseguita il giorno dopo da un medico legale di Ferrara e da uno di Ravenna. Si accerta che sono stati esplosi 96 colpi di mitra e 15 di pistola, 111 in tutto. Dalle prime indagini, emerge che Mantella avrebbe usato tre mitragliette M12 scaricando i caricatori contro Chianese, Fabbri e Camesasca. Prima una sventagliata verso l’alto e poi un’altra verso il basso. Poi si scaglia contro Quaglia. Prende quindi la sua pistola e spara quindici colpi al colleghi. Infine metterebbe i mitra e la pistola sulla scrivania del comandante e afferrerebbe la pistola di Camesasca per spararsi dato che la sua si è scaricata.

Questa in sostanza la vicenda di Bagnara di Romagna, così come ricostruita da chi indagò all’epoca. Prossimamente tornerò a parlarne perché, di fatto, la storia non si conclude con i funerali, celebrati due giorni dopo il massacro. Ci sono altre vicende che si intrecciano con essa. Vicende che tratteggiano un periodo travagliato, ben lontano dall’immagine di tranquillità che la provincia romagnola infonde in chi la visita. Da sottolineare fin da subito che del destino di quei cinque carabinieri si parlò pochissimo: nel giro di qualche giorno, i riferimenti alla storia si fanno flebili, le indagini si cristalizzano sull’omicidio-suicidio, i giornali passano ad altre vicende. I familiari delle vittime, tra cui il fratello di Luigi Chianese, Giuseppe, denunciano il fatto che gli inquirenti «si sono chiusi a riccio e non dicono più nulla». Mentre Nicola Mantella, fratello di Antonio, continua a porsi domande e a rifiutare la versione ufficiale.

342 thoughts on “Centoundici colpi: la storia di Bagnara di Romagna

  1. Etrusco

    Sono quell’ Etrusco del messaggio 7.

    Chi era MARCO MANCINI

    Da giovane abitò in una frazione di Ravenna chiamata Sant’Alberto. Dopo essere entrato nell’Arma dei Carabinieri, con prima città di destinazione Milano, al Nucleo Radiomobile, passò nelle squadre antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con il grado di Brigadiere.

    Al suo fianco c’era Giuliano Tavaroli, il 46enne top manager del settore sicurezza di Telecom-Pirelli, anch’egli indagato dalla Procura Milanese nell’inchiesta sul probabile utilizzo di notizie riservate in possesso di Telecom e intercettazioni clandestine. Ai primi anni Ottanta, all’Antiterrorismo di Della Chiesa, con Mancini e Tavaroli c’era anche Emanuele Cipriani, titolare della Polis d’Istinto (un’agenzia fiorentina di investigazioni), anche lui sotto inchiesta per le possibili intercettazioni illegittime.

    Sciolto il nucleo speciale del Generale Dalla Chiesa, Marco Mancini entra a far parte del Sismi. Nel 1985 è trasferito al centro Sismi di Bologna, quale addetto. Fu lui il 16 novembre 1988 ad accorrere a Bagnara di Romagna quando si temette che la strage di Carabinieri (cinque morti) nei locali della stazione fosse stata opera di un commando di terroristi (poi la verità emerse di lì a poco: i terroristi non c’entravano).

    Alla fine degli anni ’80 l’Emilia-Romagna fu insanguinata dalle imprese della Uno bianca, anche il Sismi di Bologna venne attivato: le indagini, che per qualche anno presero direzioni mano a mano rivelatesi sbagliate, coinvolsero anche Mancini, indagato con un Maggiore dei Carabinieri, dalla Procura bolognese per una vicenda marginale, collegata a un bossolo recuperato in un tiro a segno. L’inchiesta finì in archivio.

    Alla fine degli anni novanta fu nominato responsabile dei centri Sismi del Nord Italia e tale era il ruolo che rivestiva quando l’imam Abu Omar venne rapito.

    …. E NON DICO ALTRO… PERCHE’ ALTRO NON SO

  2. 164° A.C.A.

    Che Mancini arrivò immediatamente dopo la strage (sono confermate le testimonianze che gli agenti del SISMi arrivarono dopo pochi minuti?) in quali documenti ufficiali è scritto?

  3. Marco C.

    ho letto tutti i post… voglio solo dire che nemmeno nel Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi, un sergente (brigadiere) può arrivare alla carica di numero 2 di un Servizio Segreto. Mancini è entrato nel 1985 al SISMI da brigadiere dell’Arma. In pochi anni ce lo troviamo vice del Gen. Nicolò Pollari. Un ex brigadiere che dava ordini a Colonnelli con T.s.G. (titolo scuola guerra, gente in accademia alla Nunziatella dall’età di 12 anni!). E chi ha scoperto, Mancini? I nomi degli agenti del KGB in Italia? Ha ucciso qualcuno? Ha coperto gli autori della strage di Bologna? Deve aver fatto qualcosa di grosso, per una carriera fulminante! E dopo la vicenda Abu Ammar? È stato riammesso al Servizio, con annessi e connessi (leggi arrestrati, ecc.. E Mancini viaggiava a circa 10.000 € al mese, più vari benefit. Certa gente andrebbe fucilata, non perdonata. Infanga il nome di gente che ha dato una vita allo Stato ed in cambio ha ricevuto solo… escrementi! Su Wikipedia c’è la notizia che è stato il primo ad arrivare sul posto a Bagnara: è perché ha messo lo zampino nella vicenda il motivo della sua incredibile carriera?

  4. 164° A.C.A.

    @ Marco C. :

    Ricordati che spesso e volentieri il potere è dato dalla possibilità di conoscere informazioni relative agli altri. Informazioni che il “semplice”, come hai scritto tu, brigadiere (poi maresciallo) Marco Mancini poteva avere grazie alle intercettazioni illecite che potrebbe avergli fornito il suo ex collega Tavaroli. Con quelle informazioni Mancini avrà sicuramente compiuto operazioni che gli avranno permesso di scalare i gradini di comando all’interno del Servizio (raramente, per non dire quasi mai, le operazioni dei Servizi vengono pubblicate sulla stampa). Oppure, ma sono supposizioni, con alcune intercettazioni illecite potrebbe aver “messo da parte” le velleità dei suoi superiori. Fermo restando che i Servizi hanno di per sé centri di ascolto.
    Tornando a quanto si trova scritto su Wikipedia (che non è la Verità Assoluta), non ci sono rimandi a dove sono state riprese certe notizie come da sempre si legge su Mancini, ovvero, come ho scritto più volte: è agli atti che alcuni agenti del nucleo del SISMi di Bologna arrivarono dopo pochi minuti la conclusione della strage a Bagnara? Dove si può leggere che Mancini fu indagato per la storia del bossolo trovato in un poligono di tiro sportivo?

  5. prendi spunto da chi osserva a 360 gradi la realta : ” il poeta” di Michael Connelly ; Forse, ma non ci posso credere, che nessuno ci abbia ancora pensato !!!!!!.
    Non mi voglio assolutamente sostituire agli investigatori ma credo fermamente che dietro questa storia di ripetuti suicidi vi sia un killer seriale. ciao carlo.

  6. marmosso

    credo che si possa fare il punto della situazione di fronte a un bel piatto di tortellini alla bolognese; incontriamoci!

  7. Ovviamente mi riferivo al recentissimo caso di suicidio “presunto” di un carabiniere ritrovato ucciso da un colpo di pistola (la sua di ordinanza) nei pressi di forli’ ; guarda caso che nelle strette vicinanze sono accaduti altri tre casi analoghi di suicidi di carabinieri !!!!!! ciao carlo.
    serenocassefforti@libero.it

  8. 164° A.C.A.

    Sono alle ultime pagine di lettura del libro “L’Italia della Uno bianca”, scritto dall’ex pm Giovanni Spinosa, il pm del processo Medda, in pratica il primo processo alla Uno bianca. Veramente un ottimo libro, pieno di particolari che solo il pm del processo poteva conoscere. Non vi scrivo qual è la “linea di fondo”, vi rimando alla lettura. Sono state messe da parte le ipotesi “complottarde” che spesso hanno fatto da preambolo alla vicenda. Però, ad un secondo (o più probabilmente un terzo) livello, ci si arriva per formula logica dopo aver “esaminato” le prove che lo stesso dott. Spinosa “snocciola” in modo logico e preciso.
    Ci sono anche alcuni rimandi (nelle note) al libro di Antonella Beccaria “Uno bianca e trame nere”. Inizialmente mi ha stupito che non ci siano anche dei rimandi al libro di Provvisionato, che se non erro fu il primo libro sull’argomento. Poi, leggendo l’opera di Spinosa, se ne “intuisce” anche il perché. O, almeno io, credo di averne scorto il motivo …
    Tra l’altro, mi pare che vi sia un rimando anche ad un articolo (riportato in modo “paro-paro”) di Avvenimenti, settimanale d’informazione che chiuse i battenti poco più di dieci anni fa (oggi si è “reincarnato” in Left).
    Curiosamente, ancor prima di acquistare il volume, avevo postato nel blog “Cado in piedi”, dove vi si possono leggere alcuni interventi di Spinosa, oltre alla prefazione del volume a cura di Travaglio; un messaggio rivolto all’autore proprio inerente al fatto che le sue “argomentazioni” processuali furono viste come troppo “logiche” e “scontate” e per questo “delegittimato”. Sono in attesa di una replica.
    Spinosa, questo posso scriverlo, “ridimensiona” il ruolo operativo-guerrigliero dei Savi, e questo mi riporta in mente quanto mi rispose, dal suo blog, Fabio Piselli su una mia richiesta di spiegazione sulla [eventuale] tecnica utilizzata dai Savi in occasione del triplice omicidio dei CC al Pilastro: “nessuna particolare tecnica, i Savi non erano particolarmente addestrati”.

  9. marmosso

    Ciao 164° ACA,
    ti dico subito che se fossi uno della “banda” starei al sicuro perché tutto ciò che viene detto e scritto non va oltre la propria visuale. A proposito del libro di Spinosa mi chiedo come mai dopo alcuni anni si possono scrivere dei dettagli a dir poco ininfluenti che, possono si far capire che chi li scrive ne era al corrente ma non sono mai stati “importanti” ai fini della scoperta di eventuali responsabilità ulteriori a quella di quattro o cinque giovani spavaldi. Scrivere niente é più facile che non scrivere… Al riguardo comunque, mi viene da pensare che si “mangiano” ancora i primi sui piatti piani…

  10. 164° A.C.A.

    ciao marmosso,
    per correttezza, visto che il libro è uscito da pochi giorni, non entrerò nei particolari, però Spinosa spiega i motivi del perché ha scritto il libro solo ora. Si intuiscono bene anche i motivi che lo hanno spinto a lasciare l’inchiesta e a “sdegnarsi” con certa stampa.
    Nel capitolo finale del libro ci sono le chiavi di lettura che fanno capire come l’ipotesi Savi+criminalità organizzata, sia concreta, per non dire concretissima. Poi, visto che quello che accadde in quegli anni, e visti gli sviluppi di alcune inchieste in Sicilia degli ultimi mesi; si ha un’ulteriore chiave di lettura.
    Alla fine hanno pagato i Savi. I criminali “comuni” coinvolti nella vicenda, invece, nella pratica non hanno scontato pene, o quasi. Quindi se ne deduce (e il libro lo spiega bene) che i Savi (per non dire degli altri tre poliziotti coinvolti) erano l’ultima ruota del carro. E molto probabilmente si sono accollati colpe non loro, si sono addossati crimini non commessi da loro, o almeno non soltanto da loro.
    Ancora una volta mi tornano in mente gli scritti di Piselli: “i Savi furono agganciati e poi scaricati, i cosiddetti vuoti a perdere”.

  11. marmosso

    Ciao 164° ACA,
    Tutto ciò che Spinosa possa dire riguardo all’inchiesta mi fa pensare. Certo, non spetta a me giudicare ma nessuno può vietarmi di farmi un’idea sui detentori della “verità”.
    Si, chiunque può dire che sotto sotto c’é la criminalità organizzata ma un conto é farlo immaginare un conto é provarlo e combatterla come hanno fatto alcuni tra i quali: Falcone, Borsellino, Cassarà ecc… Un esempio, chi mi vieta di pensare che il primo ridondante arresto dei “component”i della banda, parlo dei noti pregiudicati, nel quale si innesta il depistaggio di Macauda, per poi essere subito “purificati” e scarcerati, non sia un depistaggio nel depistaggio? Cioè chi mi dice che Macauda non avesse un ruolo ben specifico nella messa in scena di tali comportamenti e che questo non possa aver sviato le indagini dai possibili responsabili? Difficile capire ma ancora più difficile é credere ai detentori di copyright..

  12. 164° A.C.A.

    Intanto mi scuso in anticipo per alcuni errori di battitura, oppure per alcune parole che non ho editato nel mio messaggio n° 318. Sono certo che ne farò anche in questo, non so perché ma in questo blog mi viene da scrivere in fretta e furia.
    Per quanto riguarda i tuoi dubbi posso solo aggiungere che sono legittimi. In fin dei conti Macauda depistò per incolpare dei pregiudicati catanesi (Catania e i catanesi vengono tirati in ballo per tutta la storia), poi sappiamo tutti che finì per far incolpare una famiglia di incensurati con conseguenze tragiche (tra l’altro Spinosa nel libro racconta come capì praticamente fin da subito che nel rapporto di Macauda c’era una contraddizione palese nei reperti fotografici).
    Ed è anche vero che Spinosa portò avanti un processo che poi finì per far assolvere praticamente tutti, quindi si potrebbe pensare ad una rivalsa mai sopita da parte sua. Eppure, posso garantirti, che di dubbi Spinosa ne solleva moltissimi, e -si badi bene- non tanto da far pensare ad un “semplice” piano della malavita (se l’impressione che vi siete fatti è questa avete sbagliato, a che pro poi?), bensì ad un “gioco” molto più grande. Ad un certo punto l’autore scrive: “mi sono chiesto del perché Bologna fosse stata risparmiata dalle bombe che colpirono Firenze, Roma e Milano. Poi mi resi conto che Bologna aveva già la Uno bianca”.
    Lui sostiene che in realtà non sia esistita soltanto la “Uno bianca”, ma anche la “Banda dei Savi” e la “Banda delle COOP”. In pratica tutti tentacoli della stessa piovra. Cambiava solo il modus operandi e, molto probabilmente, gli attori che salivano sul palcoscenico non erano sempre gli stessi, in particolare i Savi.
    Ed anch’io credo proprio, onestamente, che i Savi non fossero al vertice di quella piramide terroristica.
    Ritornando al discorso, sicuramente vi sarebbe stato un modo di agire non tipico della criminalità organizzata, la quale ben si sarebbe guardata dal creare un allarmismo continuato come accaduto nei sette anni di Uno bianca. Quei sette anni vollero dire che molte risorse investigative furono dirottate verso la cattura dei famigerati rapinatori sanguinari, ma è altresì vero che i controlli sul territorio, per forza di cose, aumentarono in modo esponenziale.
    Gli attentati della cosiddetta stagione delle bombe, alla quale vanno aggiunti i modi sensazionalistici con i quali furono uccisi Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte, fanno parte di un disegno atto ad “avvertire” chi di “competenza”. Non si può parlare in quel caso di terrorismo.

    Non dimentichiamoci poi della Falange Armata, che rivendicò, quasi nella metà delle loro telefonate totali, gli episodi della Uno bianca. Evidentemente i due soggetti si facevano “comodo” a vicenda, oltre all’impressione che entrambi viaggiassero sulla stessa auto, anche se una delle due vetture era “virtuale” (visto che agivano tramite il cavo telefonico).

  13. 164° A.C.A.

    Cerco tutte le registrazioni del processo alla Uno bianca che una volta erano disponibili nel sito di Radio Radicale.

  14. 164° A.C.A.

    Quel link lo conosco, però, pur avendo scaricato anche RealPlayer, non riesco ad ascoltare i files. Più che cliccare sull’iconcine che rappresentano l’altoparlante (quelle poste a fianco del nome del testimone/imputato/giudice) io non so cosa fare, non parte nessuna registrazione. Tu come fai ad ascoltarli? Grazie.

    • Uso Firefox sotto Ubuntu 11.10. Installando il plugin RealAudio funziona, e’ solo lento l’avvio, ma quello e’ un problema del sito. Attendendo pero’ parte e si sente bene.

  15. 164° A.C.A.

    Ho provato ad aprire altri files di altri processi e alcuni li sento, ma per quanto riguarda i files (tutti) sul processo ai Savi mi si apre una finestra di Real Player con scritto: This metafile contains invalid syntax.

    Ci rinuncio.

  16. carlo

    NON HO COMMENTI vi lasciate depistare da argomenti fasulli, mancavo solo io frank corso per riportavi alla verita, ma ne esistono altre ben peggiori

  17. Salvo

    Salve,ho letto tantissimi post.
    Mi sono arruolato nel 1986,e nel maggio 87 ero effettivo ad una stazione cc romana, poi ho iniziato a girare un bel po’ in diversi reparti compreso uno operativo,(esperienza davvero eccitante),per cui ne ho viste di cotte e di crude,alcune esperienze rimarranno per sempre nel mio cuore.nel 96 sono stato sospeso dall’arma per ben 6 anni dopodiche’ subentrando una condanna penale sono stato destituito….
    Troppo sintetico….ma tutto reale da non crederci dopo dieci lunghi anni al servizio delle istituzioni…un trauma per molti aspetti!!!! Scusate se vi ho raccontato questo,nemmeno io so’ perche’….forse perche’ ho sempre l’arma dei carabinieri sempre nel cuore………un ex appartenente carabiniere.

  18. marmosso

    Ciao Salvo, la vita si sa, a volte riserva delle sorprese sia positive che negative ma che fanno comunque parte del bagaglio di esperienza personale e del nostro essere attual; nel darti il benvenuto, ti chiedo subito: ci puoi raccontare qualcosa che rinnovi l’entusiasmo per chi segue questo blog? Per esempio, sai qualcosa sui fatti accaduti in emilia romagna negli anni 80-90? Naturalmente puoi anche non rispondere..

  19. IENA 61

    Oggi ricorrono 24 anni da quel maledetto giorno ed oltre ad oggi ricordo la sera del 15.11.1988 perché insieme a loro ed altri amici e colleghi abbiamo consumato l’ultima cena scherzando e ridendo di cose varie. La serata è terminata per pochi al Bar Jolly di Faenza dove abbiamo consumato caffe e amaro. Nessuno poteva immaginare quello che sarebbe accaduto verso le ore 12,00 del 16.11.1988 e sentire tramite la radio di servizio le fasi successive all’allarme ed al ritrovamenteo dei cadaveri e la corsa presso quella Caserma dove ho visto i corpi distesi sul pavimento con il mondo che ti cade addosso. Ho letto tutti i vari commenti ed ipotesi, rispetto anche quelle della figlia di Mantella, ma chi ha vissuto la sera del 15.11.1988 e il giorno successivo ed ha avuto la fortuna di aver conosciuto i ragazzi morti, non faccio distinzione tra vittime e colpevole, non dimenticherà mai e dico mai quelal data. Qualcono ha detto “la verità la sanno solo loro” è questo lo confermo perché di tutte le cose dette senza fondamento posso dire che la fantasia ha fatto dei lunghi viaggi. dopo 23 anni qualcuno in umbria si è ricordato di un controllo di un’autovettura strana per non parlare di tutte le fantasie scritte e dette all’epoca. Sappiamo tutti che l’essere umano può cambiare comportamento in una frazione di attimo e commettere cose impensabili e a far scattare quella molla delle volte basta poco anche un semplice rilievo. Ho sempre affermato che la morte dei cinque Carabinieri moralmente e dico moralmente sono sulla coscienza di tanti che hanno permesso con il loro comportamento di creare quella situazione che poi è degenerata in strage. Il mio più profondo pensiero va ai congiunti in vita e deceduti dei cinque CARABINIERI. Posso aggiungere che nel pomeriggio del 16.11.1988 ho capito che siamo solo dei numeri ascoltando le disposizioni che venivano date dagli Ufficiali presenti sul posto. Posso fornire questo particolare che nessuno sa “la moglie del Brigadiere CHIANESE Luigi e le sue due splendide figlie si sono salvate grazie ad una damigiana che non gli ha permesso di passare dall’alloggio di servizio alla Caserma tramite l’accesso interno. Antonella mi ha fatto piacere leggere la storia da TE raccontata e spero che questi episodi non accadino più anche se vista l’attuale situazione sociale dove siamo tutti sotto stress se ne sentono di frequente.
    Un saluto all’allora Carabiniere TROMBIN da chi è venuto a prenderti a casa quella sera maledetta.

  20. marmosso

    “..Ho letto tutti i vari commenti ed ipotesi, rispetto anche quelle della figlia di Mantella, ma chi ha vissuto la sera del 15.11.1988 e il giorno successivo ed ha avuto la fortuna di aver conosciuto i ragazzi morti, non faccio distinzione tra vittime e colpevole, non dimenticherà mai e dico mai quella data. Qualcuno ha detto “la verità la sanno solo loro” è questo lo confermo perché di tutte le cose dette senza fondamento posso dire che la fantasia ha fatto dei lunghi viaggi. Dopo 23 anni qualcuno in umbria si è ricordato di un controllo di un’autovettura strana per non parlare di tutte le fantasie scritte e dette all’epoca. Sappiamo tutti che l’essere umano può cambiare comportamento in una frazione di attimo e commettere cose impensabili e a far scattare quella molla delle volte basta poco anche un semplice rilievo. Ho sempre affermato che la morte dei cinque Carabinieri moralmente e dico moralmente sono sulla coscienza di tanti che hanno permesso con il loro comportamento di creare quella situazione che poi è degenerata in strage..”

    In questa occasione credo sia necessario ribadire che anch’io penso che “la verità la sanno solo loro” ma, con tutto il rispetto per quelle persone che si sono trovate a vivere la storia di Bagnara, protagonisti, familiari, amici e non, credo anche che molte affermazioni e alcune ricostruzioni possano avere quantomeno un minimo di fondamento.
    Magari non le mie ma, la tua testimonianza, dimostra solo che fino alla sera prima tra i commilitoni coinvolti vi era una forte amicizia, a meno che tu non voglia affermare il contrario, come si dice in gergo “tra le righe”.
    Se i fatti starebbero così come vengono rappresentati, potrebbe indicare una certa premeditazione del Mantella per compiere un gesto che spesso é l’epilogo di chi da tempo si trova ad essere vessato, deriso, mobbizzato, ostracizzato ecc.., allora mi chiedo: chi sono quei tanti moralmente colpevoli di aver permesso il crearsi di quella “situazione” poi degenerata?
    Inoltre, il comandante della Stazione può aver richiamato in Caserma il Mantella solo per uno di questi motivi?
    Sinceramente non credo che il responsabile di una Stazione di CC possa aver fatto una cosa del genere ma questa é solo una mia convinzione, altrimenti farebbe parte di quelle persone a cui ti riferisci.
    La “damigiana” che ha salvato la moglie e le figlie del Brigadiere Chianese, é una casualità che non dice nulla in più sul colpevole della strage, a meno che la Sig.ra non affermi che ha visto in faccia chi le sparava addosso.
    Si, é vero, come dici tu tutte le persone sono soggette a compiere gesti inconsulti anche senza una spiegazione “logica” ma resta il fatto che delle volte la fantasia delle persone “degenera” semplicemente perchè alle loro domande, molto spesso si risponde in modo a dir poco fantasioso..

  21. 164° A.C.A.

    Invito marmosso a non lasciare il blog. Ringrazio IENA61 per la testimonianza. Concordo con lui quando manifesta amarezza nel sentirsi un “numero”. Sono numeri i comuni malati che periscono nelle strutture ospedaliere, e sono numeri i militari che vengono colpiti da tumori dopo le vaccinazioni. Numeri, quindi statistiche.
    Ha ragione marmosso quando scrive che l’affermazione di IENA61, ovvero ” Ho sempre affermato che la morte dei cinque Carabinieri moralmente e dico moralmente sono sulla coscienza di tanti che hanno permesso con il loro comportamento di creare quella situazione che poi è degenerata in strage”; meriterebbe un ulteriore approfondimento.

    @Antonella Beccaria: alcuni giorni fa cercai di inserire un messaggio, che però non venne pubblicato. Forse ebbi io dei problemi con la linea, oppure non mi fu pubblicato perché inserii l’altro mio indirizzo mail e quindi non sono stato riconosciuto? (poi eliminare questa postilla, grazie)

  22. 164° A.C.A.

    Curiosità: come mai l’utente Gloria (dal post 130 a seguire) ha la foto di Antonella Beccaria come avatar?

    • @164A° A.C.A.: per la foto non ne ho idea. Se la tua domanda ne sottende un’altra, cioe’ se ho postato io sotto alias, la risposta e’ no. In merito al tuo non inviato, i commenti in coda di moderazione vengono pubblicati tutti, con l’eccezione dello spam, quando non viene filtrato in automatico. Il tuo non c’era. Dunque direi che non era partito.

  23. marmosso

    Ciao 164° A.C.A., grazie per l’invito ma credo di non avere più nulla da dire. L’utente Gloria sono io. Come sono io Massimo Maravalli. I motivi per cui l’ho fatto sono diversi. Molti i nick falsi. Credo di averlo detto ad Antonella ma non ricordo. L’immagine non l’ho utilizzata, tra l’altro non la vedo neanche. Un saluto particolare a Luce.

  24. 164° A.C.A.

    ♦ “@164A° A.C.A.: per la foto non ne ho idea. Se la tua domanda ne sottende un’altra, cioe’ se ho postato io sotto alias, la risposta e’ no. ”

    • “Ciao 164° A.C.A., grazie per l’invito ma credo di non avere più nulla da dire. L’utente Gloria sono io. Come sono io Massimo Maravalli. I motivi per cui l’ho fatto sono diversi. Molti i nick falsi. Credo di averlo detto ad Antonella ma non ricordo.”

    Spero che il blog possa andare avanti lo stesso.

  25. dottoressina2

    Chiedo scusa, ho trovato questo blog pochi giorni fa, ricordo bene l’episodio di Bagnara perché lavoravo come anatomopatologa da poco più di un anno, ma non fui coinvolta, ovviamente, nelle autopsie che vennero eseguite sui carabinieri morti.
    Il blog è chiuso?
    Grazie.

  26. Marco

    Il Blog non è chiuso, ma sembra che nessuno voglia fare veramente chiarezza su questa storia! cmq Dottoressina2 se hai novità o informazioni utili, il moderatore del Blog ha la mia autorizzazione per comunicarti la mia e-mail

  27. sandro

    La verità la sanno solamente gli alti comandi dei CC, e se ricordo bene ci fu un’altra strage all’interno di una caserma dei CC anche quella finì in cavalleria. Spiace per i poveri ragazzi deceduti e per i loro famigliari, ma questi signori sanno nascondere bene, sono solo capaci di farsi belli davanti alle TV.

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