Così morì Pasolini: lunga ricostruzione su Micromega

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Così morì Pasolini, lunga retrospettiva di Gianni Borgna e Carlo Lucarelli pubblicata su Micromega, prova a ipotizzare un percorso, un filo logico, che aiuti a comprendere la morte del poeta e scrittore contestualizzandolo all’interno di ricostruzioni contraddittorie, accuse nebulose, eventi storici solo apparentemente slegati, violenza politica e libri a rischio. E si legge:

La nostra è un’ipotesi. Se ne possono fare anche altre. Quel che è certo è che solo così si può spiegare logicamente e razionalmente quel che accadde quella maledetta notte all’Idroscalo. Solo così si può cominciare a dare un volto, se non un nome, agli «ignoti» di cui parlò la sentenza di primo grado.
Se si trattò di un delitto politico in senso lato, di un delitto «semplicemente politico», questi ignoti potrebbero anche essere delle persone che magari volevano soltanto rapinare Pasolini, o «punirlo» per la sua omosessualità e anche, forse, per la sua fede politica. Ma Pasolini, che era forte e coraggioso, si difese e allora il pestaggio degenerò in un massacro. È possibile, ma non del tutto convincente. Non è convincente, in particolare, tutta quella ferocia spinta fino alle estreme conseguenze nei confronti di un uomo che a quei ragazzi poteva persino essere molto utile. Se, invece, si trattò di un delitto politico in senso stretto, di un delitto «complessamente politico», allora è più probabile che i killer fossero dei veri professionisti, che rispondevano a un preciso mandato.

(Via Lipperatura.)

Balcani: i mandati degli scorpioni e il racconto della dissidente

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Con l’arresto di Radovan Karadzic, Crimeblog dà spazio a Jasmina Tesanovic, scrittrice e attivista serba, e al suo libro Processo agli scorpioni, cronaca del procedimento contro i responsabili materiali del massacro di Srebrenica di cui si parlava pochi giorni fa (peraltro l’autrice raccontava ben prima degli organi di stampa “ufficiali” che Karadzic continuana a vivere a Belgrado indisturbato). E nel post di Crimeblog si legge:

Quale fu la particolarità del processo agli scorpioni? Che per la prima volta esistevano delle prove video di un massacro con torture. Sì, perché: “Il primo giugno del 2005 avvenne qualcosa che scosse finalmente le coscienze intorpidite: una testimonianza inequivocabile di come si fossero svolte le cose dieci anni prima a Srebrenica. Un filmato di pochi minuti mostrava l’esecuzione a freddo, dopo maltrattamenti e torture, di sei prigionieri musulmani, per lo più minorenni, da parte delle truppe paramilitari serbe chiamate ‘Skorpion'”. Dalla prefazione di Luca Restello.

Il libro della scrittrice serba è davvero un ottimo strumento per capire cosa fu non solo quel tragico episodio, ma qual era il clima più generale, a iniziare dal disinteresse delle forze internazionali schierate in quegli anni nel Balcani.

Guardian: il G8 e la sospensione della legge

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Nick Davies, giornalista del britannico Guardian, scrive un lungo resoconto a proposito dei fatti del G8 del 2001. L’articolo si intitola The bloody battle of Genoa (ed è corredato da un’intervista audio a una vittima dei pestaggi, Jon Dennis, che si fece anche un paio di giorni di coma) e tra tutto quello che è uscito in questi giorni sui fatti di sette anni fa, tra sentenza di Bolzaneto e richieste di condanna per la Diaz, dare un’occhiata a ciò che all’estero si dice su quei fatti è utile. Fuori da ogni ironia, sarebbe auspicabile che ci fossero risposte alle domande che Leonardo pone nel post Passa la Storia, fai ciao con la manina, ma rimane il fatto che le dichiarazioni di chi le prese senza neanche sapere perché rimangono la fonte principale a cui attingere (almeno fino a ora). E in proposito ecco quanto si conclude oltre Manica:

Fifty-two days after the attack on the Diaz school, 19 men used planes full of passengers as flying bombs and shifted the bedrock of assumptions on which western democracies had based their business. Since then, politicians who would never describe themselves as fascists have allowed the mass tapping of telephones and monitoring of emails, detention without trial, systematic torture, the calibrated drowning of detainees, unlimited house arrest and the targeted killing of suspects, while the procedure of extradition has been replaced by “extraordinary rendition”. This isn’t fascism with jack-booted dictators with foam on their lips. It’s the pragmatism of nicely turned-out politicians. But the result looks very similar. Genoa tells us that when the state feels threatened, the rule of law can be suspended. Anywhere.

A tredici anni dall’ecatombe di Srebrenica

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Se ne parlava giusto qualche giorno fa, anche se se ne parlava più del processo collegato che del fatto in sé. Che è questo:

Esattamente 13 anni fa si consumava, sotto gli occhi della comunità internazionale, il più grande crimine avvenuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, il massacro di Srebrenica, definito genocidio dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia. Meno di un mese fa si è aperto all’Aja il processo intentato da alcuni sopravvissuti contro lo Stato olandese, i cui soldati facevano parte del contingente ONU, per non aver protetto i civili a Srebrenica nel luglio del ’95. Nei giorni scorsi il Tribunale civile olandese si è dichiarato incompetente per il processo contro i membri dell’ONU, in quanto protetti da immunità. Il libro “Le Nazioni Unite al palo della vergogna di Srebrenica”, pubblicato a Tuzla nel 2007, ancora inedito in Italia, raccoglie 104 testimonianze sul ruolo dell’ONU nel genocidio contro la popolazione della “zona protetta di Srebrenica”. Osservatorio sui Balcani ha tradotto e pubblicato una di queste testimonianze.

(Via Osservatorio Balcani e False Percezioni)

Un filo che unisce fenomeni non così scollegati

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Tutte le volte che leggo un post del Miserabile Scrittore ne rimango avvinta per una serie di ragioni: è esplicito, sarcastico, strafottente, ma soprattutto gode di un’invidiabile lucidità nell’interpretare correttamente tra le righe di articoli, libri o lanci di agenzia e nelle retinature (o nei pixel) delle immagini. Per averne un esempio si dia un’occhiata al post Gli americani? Che si sparino… E anche noi in cui riesce a derivare un mosaico coerente da una serie di tasselli apparentemente poco azzeccati l’uno con l’altro: un settimanale che in copertina presenta come se fosse una notizia reale una predisposizione (presunta, da loro) a delinquere di certi bambini appartenenti a etnie specifiche, la circolazione delle armi, i suoi effetti e le sue ripercussioni su sindromi post-belliche e patologie sociali quasi di massa. Il tutto collegato da un’unica linea:

Ci sarebbe da spiegare, da dispiegare. Premesse che sembrano distanti tra loro (copertina di Panorama, l’uso delle armi liberalizzate in USA, il soldato Dwyer, i milanesi depressi e consumatori di psicofarmaci à go go) sono in realtà legate da un filo rosso, che meriterebbe un saggio. Qui vale la pena di lasciare ai vostri commenti. Quanto a me, se devo riassumere ciò che vedo, posso dire questo: il sogno occidentale sta realizzandosi, si tratta del desiderio di uscire dall’umano, di connettere la violenza arcaica a una violenza rettile, di superare la soglia dell’umanità per come è stata conosciuta nella sua storia di meraviglie e nefandezze, per giungere a una forma condizionata e insenziente, disforica e dispercettiva, oberata da protesi mentali e fisiche. Questa è la Macchina Occidentale, lanciata contro il muro del tempo, all’impatto manca poco, e noi tutti ci siamo a bordo. Tirate le vostre conclusioni, vedete un po’ voi se vale la pena di aprire lo sportello e lanciarsi da quest’auto in corsa.

Si riapre a Trieste il caso di Riccardo Rasman

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Sulla vicenda è stato girato un documentario, “Uccidere un usignolo – Video-inchiesta sulla morte di Riccardo Rasman” (prima e seconda parte). È disponibile anche una petizione del comitato triestino che si è costituito per far luce su questa vicenda.

  • Valerio Evangelisti, L’uccisione di Riccardo Rasman:

    Si apre un processo che sembra volgere all’archiviazione, se non fosse per un ripensamento del PM, che di recente ha riaperto il caso. La mobilitazione e la denuncia, malgrado alcune interrogazioni parlamentari e varie controinchieste sul web, sono scarse, e per lo più a livello locale. Eppure è l’ennesimo sintomo di una malattia generalizzata. Come a Genova nel 2001, come nel caso di Federico Aldrovandi, esponenti delle forze dell’ordine si sentono legittimati, dall’uniforme che indossano e dalla quasi certezza dell’impunità (qualcuno ricorderà le centinaia di vittime innocenti della Legge Reale), a scatenare istinti ferini su chi non si può difendere.

  • Alessandro Metz, Verità e giustizia per Riccardo Rasman:

    Sul corpo di Riccardo diverse ferite, molto sangue nella camera, le perizie dei legali di parte dicono: “per causare le lesioni riscontrate gli agenti hanno usato mezzi di offesa naturale in maniera indiscriminata anche verso parti del corpo potenzialmente molto delicate, ma anche oggetti contundenti come potevano essere il manico dell’ascia rinvenuta nell’alloggio o il piede di porco usato dai vigili del fuoco per forzare la porta d’ingresso. Gli stessi agenti hanno ammesso di averlo utilizzato contro il braccio destro di Riccardo”. Manette ai polsi e filo di ferro alle caviglie, ma anche i segni di un “imbavagliamento con blocco totale o parziale della bocca, effettuato con un cordino o con qualcosa di simile. Questo imbavagliamento avrebbe causato una ulteriore restrizione, soprattutto della respirazione”.

  • Fabio Mascagna, Riccardo Rasman: dopo due anni il processo:

    La sera del 27 ottobre 2006 l’intervento delle pattuglie avvenne dopo la segnalazione di “spari” provenienti dalla casa di Riccardo, erano petardi per festeggiare il nuovo lavoro da netturbino. Arrivano gli agenti che gli intimano di aprire la porta, lui si rifiuta per paura rannicchiandosi sul letto. Gli urla contro. Loro sfondano la porta e nessuno li ferma.

“Foto di gruppo da Piazza Fontana”: la strage e i frammenti di verità

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Foto di gruppo da Piazza Fontana di Mario ConsaniÈ in errore chi sostiene che sulla strage di piazza Fontana, avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969, non si conosce la verità e non sarà mai possibile conoscerla. Almeno in parte. Perché dopo quasi quarant’anni, dieci processi e malgrado le assoluzioni, quanto meno una parte di quella verità la si può comprendere ed essa viene ricostruita in questo libro, “Foto di gruppo da Piazza Fontana”, in cui Mario Consani, giornalista milanese, mette insieme atti giudiziari e li incrocia a dichiarazioni e interviste per dimostrare che una serie di frammenti chiari esiste. Frammenti che peraltro non sono marginali né scarsi. E, proprio come se fosse un album fotografico, Consani articola il suo racconto creando capitoli che sembrano immagini e passa in rassegna tratti biografici di eversori, politici, magistrati, imputati, sospetti innocenti, agenti dei servizi segreti e delle forze dell’ordine per ricostruire un periodo storico che con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura ha inaugurato la strategia della tensione. Altro pregio del libro è la sintesi: non si perdendosi in complicati intrecci giudiziari, paragrafi brevi per riportare il succedersi degli eventi guadagnandone in efficacia.
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Il (surreale) racconto di una tranquilla giornata criminale

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Una tranquilla giornata criminaleRoberto Vignoli di Information Guerrilla segnala che nei giorni scorsi un intervento di Antonio Manzini a proposito di Una tranquilla giornata criminale. Sottotitolo: “Come sarà la vita in Italia ora che saranno sospesi i processi per decine di reati?” Un racconto strano, frutto della fantasia del suo autore, che inizia con una moglie massacrata dentro le pareti domestiche e che termina con un elenco di reati i cui procedimenti chissà che non saltino. E questa non è l’immaginazione dello scrittore. Il quale scrive nella sua narrazione all’apparenza surreale:

Finalmente al gate mi sedetti insieme a Paolo a sfogliare il Messaggero, che è l’unico giornale che riesco a leggere. E lessi. Avevano appena fatto una nuova legge che mi sembrava molto interessante. Paolo mi disse che non c’era più niente da temere. E che finalmente l’Italia stava diventando un paese come dio comanda grazie a quest’uomo che ci dava una mano concreta, mica chiacchiere. Berlusconi. Io penso che ce l’abbia mandato la provvidenza. Potevo tornare in Italia e stare tranquillo, continuare i miei affari, vivere felice e e libero in un bel paese democratico. Certo, mi sarebbe piaciuto aggiustare quel processo che ancora pendeva sulla mia testa, quando avevo corrotto un giudice patrimoniale (23). Ma poi scoprii che anche quello era un pensiero che non avevo più. Incredibile, ero nella stessa situazione del primo ministro

Biacchessi a Bologna con le sue letture sulla memoria

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Songs from a room è uno spettacolo live che approderà il prossimo 3 luglio alle 21 nella sala di seconda classe della stazione di Bologna e che vedrà la partecipazione di Daniele Biacchessi (voce narrante), Antonio “Rigo” Righetti (voce, basso elettrico, chitarra acustica) e Robby Pellati (percussioni e drum kit). Organizzato dall’Associazione 2 Agosto che riunisce i familiari delle vittime della strage del 1980, l’evento verrà nutrito da letture sulla memoria tratte dai libri di Ray Bradbury, Leonardo Sciascia, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese e dello stesso Biacchessi.