Piazza FontanaPrendendo spunto da alcune riflessioni di Sbancor contenute nell’articolo 12 dicembre 2006: nessun imputato per l’anniversario pubblicato da Carmilla a trentasette anni di distanza dalla strage di Piazza Fontana, aggiungo qualche passaggio in riferimento agli “amici americani” e alle ingerenze atlantiche. Sulle quali dice Sbancor:

[oggi esistono] solo tracce, e probabilmente solo dell’ultimo livello. Ma abbastanza per capire il gioco. Sulla presenza dei servizi segreti della Grecia dei “colonnelli” non c’erano mai stati dubbi. Certo, molto c’è da lavorare sui documenti che via via verranno “declassified” dalla CIA. Se verranno declassificati anche quelli sull’Italia.

A proposito di Piazza Fontana e degli “amici americani”, nella relazione riguardante l’Organizzazione “O” redatta dal V Comando Militare Territoriale, si leggono le parole del generale Gianadelio Maletti, ex ufficiale del controspionaggio italiano. Parole che risalgono al marzo 2001 e che furono pronunciate al processo per l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura:

La CIA, seguendo le direttive del suo governo, intendeva suscitare un nazionalismo italiano in grado di fermare quello che veniva visto come un progressivo slittamento del paese a sinistra e a questo scopo può aver fatto uso del terrorismo di destra [...]. L’impressione era che gli americani avrebbero fatto qualsiasi cosa per fermare l’Italia nel suo slittamento verso sinistra [...]. Non dimenticate che era presidente Nixon e che Nixon era un uomo molto strano, un politico molto intelligente, ma anche l’uomo dalle iniziative poco ortodosse [...]. L’Italia ha avuto a che fare con una specie di protettorato [...]. Mi vergogno quando penso che eravamo ancora soggetti a questa supervisione speciale.

La paura del pericolo rosso in Italia non era cosa nuova. Per limitarsi solo agli Anni Sessanta, alla vigilia delle elezioni del 1963, Vernon Walters, uomo della CIA, avvertì l’allora presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy che se i socialisti fossero usciti vincitori dalle urne, gli Stati Uniti avrebbero sovvertito l’ordine democratico nella nazione mediterranea. C’era di che preoccuparsi, se lo diceva Walters, che – secondo la storica Regine Igel – avrebbe affermato di «essere stato coinvolto direttamente o indirettamente nel rovesciamento di un certo numero di governi, più di qualsiasi altro statunitense».

Fatto sta che in quell’occasione la DC portò a casa il peggiore risultato del dopoguerra (il 38 per cento dei voti) mentre PCI (25 per cento) e PSI (14 per cento) insieme rappresentavano la maggioranza del paese. Kennedy non fece nulla e si limitò a incassare l’avversione del segretario di Stato e del capo dell’intelligence. Intanto i socialisti si avvicinarono alle poltrone di governo con Pietro Nenni che descriveva come un «uomo meraviglioso» il presidente degli Stati Uniti e i comunisti che, lasciati fuori dalle stanze dei bottoni, portarono in piazza nel maggio 1963 i lavoratori edili per una nutrita manifestazione. In quell’occasione, le forze dell’ordine, infiltrate da uomini di Gladio (dichiarazione degli Anni Ottanta di un ex uomo SID sull’affaire P2), caricarono i manifestanti e fecero più di duecento feriti.

Il risultato delle elezioni è ancora più clamoroso nel 1968 quando – a fronte del 39,1 per cento della DC – PCI e PSI portano a casa un incremento rispettivamente dell’1,9 e dello 0,5 per cento, cioè il 41,4 per cento insieme. A piazza Fontana ormai manca sempre meno e Sbancor parla dell’errore commesso da Aldo Moro nel secondo memoriale scritto mentre era prigioniero delle Brigate Rosse, nove anni più tardi: l’uomo che si inventò il compromesso storico sarebbe venuto a sapere della strage a Milano quattro ore e mezza prima che accadesse e, tramite una catena di contatti con funzionari del partito comunista, venne informato della necessità che prendesse «accorgimenti per il rientro in Italia». Perché?

Se si guardano alle cronache di qualche anno dopo – e precisamente al 1974 -, le pressioni che il leader democristiano stava subendo dagli “amici americani” erano molto forti. Al suo rientro da un incontro avuto a Washington con Ford, subentrato a Nixon a causa dello scandolo del Watergate, e con Kissinger, fresco del caso Cile, Moro sparì per un po’ dalla scena politica e meditò il ritiro. In proposito la moglie Eleonora disse al giornalista britannico Philip Willan (la testimonianza è riportata nel libro I burattinai. Stragi e complotti in Italia, Pironti, 1993):

È una delle poche volte che mio marito mi ha riferito con precisione che cosa gli avevano detto, senza dirmi il nome della persona [...]. Adesso provo a ripeterla: “Onorevole, lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. O lei smette di fare questa cosa o la pagherà cara.

Fatto sta che se nel 1974 Kennedy era già morto da undici anni e tra le colpe che gli erano state attribuite c’era quella di non aver fermato l’avanzata della sinistra in Italia, nel giro di quattro anni lo sarà anche Aldo Moro dopo essere stato sequestrato dalle Brigate Rosse. Un sequestro che, più o meno tangenzialmente, ha toccato anche la banda della Magliana, la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, Romano Prodi con la seduta spiritica in cui si indicava il nome del luogo di prigionia di Moro e diversi altri fatti tutt’altro che chiari. Ma questa è un’altra storia.