Del cinema Statuto e di come Paolo e Maddalena non ci andarono

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Seduta spiritica, foto del Capitano D'AlbertisPremessa

La vicenda della strage del cinema Statuto di Torino è reale. Venne avviata un’inchiesta per stabilire eventuali colpe nella morte di tutta quella gente, 64 persone. Di fatto, a essere condannati per via delle uscite bloccate e per negligenza furono solo il titolare, la maschera e gli operai che avevano lavorato all’interno. Nessuna conseguenza invece per i componenti della commissione di vigilanza che avevano dato l’ok alla riapertura del cinema. A loro favore si pronunciò nel 1995 anche la Corte dei Conti esimendoli da qualsiasi risarcimento. Per una quarantina delle vittime vennero officiati funerali di stato a cui partecipò anche l’allora presidente della repubblica, Sandro Pertini, al quale il rogo aveva ucciso un corazziere. Venti famiglie invece scelsero, in segno di protesta, una cerimonia privata. In seguito all’incendio, venne modificata la legislazione vigente, che risaliva al 1953, vietando l’utilizzo di materiali infiammabili e introducendo nuove misure di sicurezza nei luoghi pubblici.

Oggi, al posto del cinema, sorge un condiminio con quindici appartenenti.

Anche la storia di Maddalena e Paolo è vera. O almeno così si cerca di farla passare. Gli unici particolari che non corrispondono a realtà sono i nomi degli improvvisati spiritisti.

Venerdì 11 febbraio 1983

Torino, un bar del centro all’ora dell’aperitivo. Paolo e Maddalena sono sposati da molti anni ormai. Conosciutisi durante le contestazioni universitarie del ’68, nel giro di qualche mese stupiscono gli amici con cui hanno cullato sogni di rivoluzione e amore libero per presentarsi davanti a un prete e pronunciare un sì che li avrebbe legati per la vita. Quasi quindici anni, niente figli, qualche crisi, alcune più serie di altre, ma quel venerdì di fine inverno non ci pensano, sono alle spalle rimbrotti e momenti difficili. Stanno progettando un week end insieme, due giorni completamente dedicato a loro. Nel programma rientrano per la serata di sabato una cena in trattoria e per il pomeriggio successivo un film al cinema.

Per decidere quale pellicola, Paolo si alza per prendere La Stampa e non appena si risiede, Maddalena la afferra per aprirla sulla pagina delle proiezioni. Paolo intanto ha acceso una sigaretta e attende che la moglie ne individui una.

«Ho trovato,» gli dice a un certo punto, «che ne dici di questo?».

Paolo allunga il collo verso la pagina del quotidiano e con gli occhi individua il titolo che l’indice di Maddalena sta puntando. E trasale. Perché il dito della moglie è appoggiato su un cerchio tracciato con un pennarello nero a contorno del film «La Capra» di Francis Veber con Gerard Depardieu. Lo danno in seconda visione al cinema Statuto di via Cibrario. Non è tanto il titolo a farlo irrigidire quanto quel segno, una specie di lista a lutto che gli fa tornare in mente un epidosio di otto anni prima di cui non aveva mai parlato a Maddalena. O almeno non completamente.

«No, niente film, si va a fare una gita fuori città,» sentenzia perentorio.

Maddalena non capisce, ma nemmeno protesta. In fondo non le importa che faranno, se lo faranno insieme, come ai primi tempi e come molte altre volte dopo. E poi per il giorno successivo le previsioni dicono che il tempo si metterà al bello.

Venerdì 7 novembre 1975

Maddalena immagina le espressioni che si troverà davanti non appena avrà girato la chiave nella serratura e sarà entrata nella sua casa di via Saluzzo. Paolo stavolta ha già occhi più sbarrati del solito e lei non riesce a reprimere un moto d’ira dopo aver guardato suo marito e gli altri quattro idioti presenti, gli amici che frequentano dai tempi dell’università.

«Mi auguro che questa storia sia davvero chiusa. Non vi accorgete che state diventando delle larve?»

Detto questo scaraventa la borsa sul divano e fa per andare in camera da letto, ma Paolo la blocca afferrandola per un braccio. «Che film sei andata a vedere?» le chiede.

«Ti interessa, forse? Ti interessa qualcosa che non rientra tra i giochini che fai con i tuoi amici?»

«Ti ho chiesto che film hai visto». Paolo a questo punto scandisce sillaba per sillaba, perentorio.

«Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto di Lina Wertmüller,» risponde disorientata Maddalena. Ma subito le rimonta la rabbia e, sentendo allentarsi la stretta di Paolo, si volta di scatto e fa sbattere la porta del salotto quando se ne va dalla stanza.

A quel punto, Paolo osserva muto gli sguardi di Alberto, Anna, Filippo e Lorenzo. Non sa che dire di fronte a quella che si ostina a concepire come una coincidenza. I quattro, seduti intorno al solito tavolo, si alzano e raggiungono i cappotti appesi all’ingresso.

«È meglio che andiamo,» dice Alberto. «Ci vediamo venerdì prossimo?»

«No,» risponde Paolo, «fermiamoci qui».

«Va bene,» acconsente Lorenzo.

Anna si sforza di sorridere, ma come gli altri non aggiunge nulla, nemmeno un ciao, quando si gira per uscire.

Dopo aver richiuso la porta, Paolo raggiunge il divano e ci si lascia cadere. Ripensa alla telefonata fatta poco prima di mezzanotte. Gli tremevano le mani mentre faceva girare la rotella per comporre il numero. Deve essere sembrato un pazzo alla donna che ha risposto. Per fortuna non ha detto il suo nome, ottenuta la risposta ha attaccato e basta.

Quando ha chiamato, il telefono ha squillato a lungo prima che qualcuno rispondesse. Del resto, mentre era in attesa, Paolo pensava che, in una serata normale, lo spettacolo avrebbe dovuto essere finito da poco e la gente defluita.

«Chi è?» aveva detto con scarso garbo una voce femminile quando finalmente qualcuno aveva sollevato la cornetta.

«Mi scusi per l’ora, state tutti bene? Non è successo niente, vero?»

«Successo cosa?» chiese tra lo stupito e il sempre più irritato la donna dall’altra parte.

«Non hanno tentato di rapinarvi? Non c’è stato nessun ferito, una donna?»

«Ma dico? È fuori di testa? Qui nessuno ha rapinato nessuno e i suoi scherzi vada a farli a qualcun altro».

A quel punto Paolo ha riattaccato. Non c’è stato bisogno di spiegare nulla agli amici che non si erano persi una parola della telefonata. Ora non restava che attendere il rientro di Maddalena per sapere se in quel cinema c’era anche lei.

Venerdì 26 settembre 1975

Maddalena, Paolo, Alberto, Anna, Filippo e Lorenzo non si sono persi di vista con la fine dell’università. Hanno da poco passati i trent’anni e, abbandonati gli ardori delle contestazioni studentesche, trascorrono sempre insieme almeno una serata la settimana. Di preferenza si ritrovano il venerdì, a casa di Maddalena e Paolo, gli unici ad aver messo su famiglia anche se, al momento, di bambini non ne hanno. Così il tempo libero dal lavoro è tutto per loro.

Ogni volta i loro incontri si ripetono nello stesso modo. Prima la cena a cui ognuno contribuisce portando un piatto preparato a casa o una bottiglia di vino. Poi caffè e amaro in salotto a parlare di politica, degli anni di piombo, degli attentati, dei sequestri di persona, del governo ufficiale e di quello ombra. Sono tutti e sei di sinistra, marxisti si dichiarano, anche se in piazza non ci vanno più. E atei, malgrado la cerimonia religiosa il giorno del matrimonio di Maddalena e Paolo, una concessione alle rispettive famiglie. Una concessione a loro, invece, sono i dischi di Lucio Battisti, che vanno forte in quel periodo e piacciono anche alla compagnia di amici nonostante le voci che vogliono il cantautore orientato a destra.

Quel venerdì sera i discorsi prendono una piega insolita. Prima iniziano a parlare degli anni della guerra, degli espedienti di genitori e nonni per sopravvivere durante l’occupazione tedesca. E Paolo tira fuori la storia di una zia di sua madre che sosteneva di avere un dono: entrava in contatto con l’aldilà e chiedeva a quello che doveva essere il suo spirito guida che strada consigliare alle staffette che uscivano da Torino per raggiungere i monti dove si erano rifugiati i partigiani. Così la conversazione finisce per scivolare verso il paranormale e ognuno di loro sfodera un parente o un conoscente che con l’esoterismo ci ha avuto a che fare.

«Perché non ci proviamo anche voi? Perché non facciamo una seduta spiritica?» propone al termine della serata qualcuno. Nessuno ricorderà esattamente chi.

«Perché no?» ridacchia Paolo. «Facciamo venerdì prossimo dopo cena, qui da noi».

«A me sembra una stronzata,» dice a quel punto Maddalena. «Se lo fate, venerdì vado da mia cugina Ilaria».

Gli altri cinque non sembrano preoccuparsi troppo della contrarietà di Maddalena. E la settimana successiva si ritrovano puntuali. Scelgono un tavolino e improvvisano con carta e penna il materiale necessario per il contatto medianico: un foglio su cui vengono scritte le lettere dell’alfabeto e le parole “sì” e “no”. Poi prendono un bicchiere e dispongono il tutto al centro del ripiano.

«Niente scherzi qua,» dice Alberto. «Non si usa nessun dito. Se il bicchiere si muoverà, lo farà da solo».

Gli altri ci stanno e iniziano a invocare con frasi che devono apparire opportune. Per un po’ non succede nulla, ma a un certo punto il bicchiere inizia a muoversi. I cinque si scrutano come a caccia del colpevole e ognuno risponde con un’espressione come a dire «non guardare me». Alle domande successive, il bicchiere si sposta sul sì e sul no, a seconda del quesito, e poi si sposta sulle diverse lettere formulando parole irriguardose su tutti i presenti. E anche sull’assente, su Maddalena.

Al termine della serata, vola qualche battuta. Ci si vorrebbe credere, ma lo scetticismo prevale.

«Allora ripetiamo l’esperimento venerdì prossimo e vediamo che succede,» propone Paolo. Gli altri ci stanno, ma quando Maddalena rientra e le comunicano l’esito della serata e il programma per il venerdì successivo, lei li guarda con fastidio senza dire nulla.

Una settimana più tardi la situazione è simile: Paolo e gli altri quattro intorno al tavolo mentre Maddalena preferisce non partecipare. Il bicchiere torna a muoversi e l’entità responsabile del movimento dice di chiamarsi Francesco Malanima.

«Malanima, come Nada,» dice Alberto.

«Sì, ma non è un cognome benaugurante,» gli risponde Anna.

«Può darsi però intanto lei, con quel cognome, ha vinto il festival di Sanremo».

E tutto ridono. Ma il bicchiere non si muove più mentre dal giradischi arrivano le parole di Battisti che canta «I giardini di marzo».

Non c’è neanche bisogno di dirlo: una settimana più tardi i cinque si danno di nuovo appuntamento per la seduta, che sembra diventata per ognuno un momento irrinunciabile. Maddalena dà forfait anche stavolta, lei non ci vuole avere a che fare con il loro nuovo passatempo, e anzi, sempre più innervosita, ha annunciato a Paolo che starà fuori fino a domenica. Andrà in Liguria con Ilaria.

Anche stavolta lo spirito si manifesta e dice di averli presi in giro. Non si chiama Francesco Malanima, ma Salvatore ed è morto a venticinque anni pochi mesi prima a causa del cancro. Dice di aver amato in vita la pallacanestro ed Elena, che fa commessa in un noto negozio di abbigliamento del centro. Suo padre, invece, ha ancora un’autofficina della quale fornisce l’indirizzo. E appena prima di morire aveva preso una laurea in scienze politiche perché i suoi genitori volevano per lui un futuro diverso, migliore del loro.

«Verificate, vedrete che non vi ho raccontato balle,» dice ancora l’entità. La quale, prima di concedarsi, pone una domanda: «Dov’è Maddalena?». Poi più niente.

Nel corso della settimana i cinque improvvisati spiritisti verificano le informazioni che Salvatore ha dato. Tra un «mi sembrate diventati tutti scemi» di Maddalena e il sospetto che comunque uno di loro continui a prendersi gioco degli altri, si ritrovano venerdì sera, come al solito, per confermarsi che un Salvatore con quel vissuto è effettivamente esistito e che è morto nel marzo precedente. Prima di iniziare con l’evocazione, Anna prende da parte Paolo e gli dice di aver parlato di ciò che stanno facendo con un’amica della madre, frequentatrice di un salotto esoterico dell’alta borghesia torinese, che le ha consigliato di smetterla perché può essere pericolo.

«Pericolo in che senso?» chiede Paolo.

«Non me l’ha detto, ha ripetuto solo di piantarla».

Ma anche se con il procedere delle settimane il sottile brivido da gioco proibito lascia sempre più spazio all’inquietudine, per il momento i cinque amici vanno avanti. Nemmeno la sempre più marcata insofferenza di Maddalena e i conseguenti litigi con Paolo li portano a prendere seriamente in considerazione l’idea di smetterla. E neanche la costante domanda dello spirito di Salvatore: «Dov’è Maddalena?». Proseguono così fino a quel venerdì, 7 novembre.

Di nuovo venerdì 7 novembre 1975

Il giorno prima, Maddalena e Paolo hanno deciso di provare ad allentare la tensione. Domenica avevano litigato di brutto per questa storia delle sedute spiritiche: Maddalena urla a Paolo di essere sempre più teso, di aver imboccato la via dell’esaurimento nervoso. Lui ribatte che sono cazzate, che non vuole essere trattato come se avesse iniziato a farsi di eroina. Seguono tre giorni di musi lunghi, i due non si rivolgono la parola. Poi in entrambi deve subentrare l’idea che stanno sbattendo via la tranquillità del loro matrimonio per una sciocchezza.

«Senti,» dice Maddalena a Paolo, «venerdì vado da Ilaria e faccio qualcosa con lei. Ma a fine serata torno a casa e vediamo di trascorrere un paio di giorni insieme, senza saltarci alla gola».

«Per me va bene, non chiedo di meglio,» le risponde Paolo.

Il venerdì sera, Maddalena non è molto espansiva mentre, uscendo, saluta gli amici che stanno arrivando.

«A che ora ti aspetto?» le chiede Paolo mentre lei ha già il cappotto addosso.

«Non lo so, non ho ancora fatto programmi. Comunque direi che per l’una al massimo sono a casa».

Poi lui le dà un bacio al quale lei non si lascia andare con molto trasporto. Ma sempre è meglio che la freddezza dei giorni precedenti, pensa Paolo mentre la porta si è già chiusa. Quindi raggiunge gli amici che hanno preso posto intorno al solito tavolo e la seduta ha inizio.

Il bicchiere dapprima si muove lento, quasi svogliato. Poi prende a vorticare in modo confuso sulle lettere componendo parole senza senso. Fino a quando non torna a chiedere «Dov’è Maddalena?».

«Salvalore, perché chiedi sempre di Maddalena?»

Il bicchiere resta muto per un po’ e poi riprende a spostarsi.

«Attento, Paolo,» è la frase che compone.

«Attento a che?» chiede lui.

E poi di nuovo parole incomprensibili. Fino a quando ritorna la domanda su Maddalena.

«Che cosa vuoi da lei, Salvatore?»

«Ma quale Salvatore? Salvatore non c’è mai stato, sono sempre stato io che ho fatto muovere il bicchiere. Io, Francesco Malanima. Vi ho preso in giro».

E di nuovo: «Dov’è Maddalena?»

«Non lo so dov’è Maddalena, è uscita come ogni venerdì sera».

«Maddalena è andata al cinema,» scrive il bicchiere che si sposta sulle lettere e aggiunge che ha deciso di vedere il film della Wertmüller. Ma che è stato un errore perché, mentre stava per entrare in sala appena dopo aver acquistato il biglietto, due rapinatori hanno fatto irruzione davanti alla cassa. Uno spettatore ha tentato di ostacolare i banditi i quali, reagendo, hanno sparato ferendo una donna. Maddalena.

C’era voluta un’ora per mettere insieme quella dichiarazione e alla fine Filippo ha provato a dire che «dai, non è possibile. Ammesso che questo spirito esista davvero, sostiene di aversi mentito sulla sua identità. Lo può aver fatto anche su Maddalena». Gli altri non rispondono, ma Paolo si alza e afferra il giornale che ha acquistato quel mattino mentre andava al lavoro. C’è un solo cinema che dà il film indicato durante la seduta. E Paolo chiama un telefono che squilla a lungo prima che qualcuno risponda.

Sabato 8 novembre 1975

Paolo è rimasto a lungo sprofondato sul divano dopo il rientro di Maddalena e la scenata che ne è seguita. L’orologio dice che sono le 4 e mezza quando si alza per andare in camera da letto. Immagina che la moglie si sia addormentata da tempo, ma sul comodino la luce è accesa e lei ancora vestita sta distesa guardando il soffitto.

«Perché hai scelto quel film? Non ti piacciono nemmeno le commedie italiane».

«Non c’è un motivo particolare. Ero in pizzeria con Ilaria e non avevamo voglia di tornare già a casa. Così abbiamo chiesto il giornale e abbiamo guardato cosa davano al cinema».

«Ma perché proprio quello?»

«Era stato evidenziato con un tratto di penna rossa. Abbiamo pensato che fosse stato qualcuno a cui era piaciuto e allora ci siamo andate anche noi. Ma perché tutte queste domande?»

«Niente, non preoccuparti».

«È successo qualcosa stasera durante la vostra seduta?»

«No, non è successo niente, il bicchiere non si è mosso e abbiamo deciso di smettere.

Di nuovo febbraio 1983, stavolta domenica 13

La giornata trascorsa nelle Langhe, a una fiera di paese, è stata splendida. È l’ora del telegiornale quando rientrano, quella sera, e Maddalena accende la televisione.

«Paolo, vieni a sentire cosa è successo».

Lui arriva, un panino in mano, e lì per lì non riconosce la sua città dalle immagine che stanno andando in onda. Una voce fuori campo, comunque, racconta alla coppia che quel pomeriggio, all’interno del cinema Statuto, durante la proiezione del film con Depardieu, è divampato un incendio: il materiale infiammabile ha iniziato a sprigionare gas venefici e le uscite di sicurezza sbarrate hanno contribuito a fare un sacco di morti. Cortocircuito la causa più probabile, ma già si parla un’inchiesta, di possibili responsabilità dei proprietari, di nulla osta compiacenti dati dalla commissione di vigilanza a conclusione di recenti lavori di ristrutturazione.

Paolo si siede accanto a Maddalena. Sente freddo e non risponde quando Maddalena gli chiede se il cinema andato a fuoco è lo stesso di cui avevano parlato due giorni prima.