Centoundici colpi: violenza frutto di «espressioni isolate»?

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Immagine di Pensiero rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.0Torniamo alla situazione che alla fine del 1988 inizia ad articolarsi intorno la strage di Bagnara di Romagna. In dicembre, Domenico Macauda, il carabiniere che depista le indagini sulla morte dei due colleghi a Castelmaggiore il 20 aprile precedente (si veda Gli infedeli dell’Arma), viene condannato a otto anni e quattro mesi in primo grado non prima di aver indicato come mandante del depistaggio un pregiudicato evaso tre anni prima dal carcere di San Giovanni in Monte e in quel momento detenuto in Germania per rapina.

Il motivo della dichiarazione non è chiaro e sulle vicende che in quei giorni tempestano i carabinieri interviene Roberto Jucci, allora comandante generale dell’arma dei carabinieri, secondo il quale la scia di violenza sarebbe determinata da «espressioni isolate» di pochi militari deviati. Contemporaneamente Aldo Ricciuti, il procuratore di Ravenna titolare dell’inchiesta su Bagnara di Romagna, dichiara che «seguiamo tutte le piste, ma indagini nella nebbia» e non aggiunge nulla a quanto già non si sappia la conferenza stampa che viene convocata dai vertici locali dei carabinieri. Lo scontento tra i familiari delle vittime di Bagnara si approfondisce.

Insomma, si naviga a visibilità zero in un periodo in cui, in generale, i motivi di tensione – a livello nazionale e locale – non mancano. È infatti in corso il processo Pierluigi Concutelli, leader di Ordine Nuovo che verrà condannato a tre ergastoli per alcuni omicidi che comprendono anche quello del giudice Vittorio Occorsio, che era riuscito con un suo procedimento a far sciogliere il movimento di matrice fascista, oltre ad aver collegato alcuni episodi romani alla strage di piazza Fontana del 1969. Nel frattempo, a fine anno a Bologna si diffonde la notizia di indagini in corso a carico di logge massoniche cittadine, la Zamboni-De Rolandis e la Virtus: ne sono coinvolti politici, docenti universitari e magistrati.

Queste vicende, con la chiusura del 1988, arrivano a monopolizzare l’attenzione al punto che cala il silenzio sulle traversie dei carabinieri. Fino al 29 gennaio 1989 quando lontano da Bologna, a Vercelli, si verifica un episodio che ricorda fin troppo i fattacci consumatosi in Emilia Romagna finendo per riaccendere le polemiche. Accade infatti che viene dato l’assalto a un furgone portavalori. Il colpo non va bene per niente: nella banda ci sono due carabinieri e, nel conflitto a fuoco con i colleghi, uno dei banditi in divisa uccide un militare per poi suicidarsi. Frattanto, per la sparatoria di Alfonsine del luglio precedente, quando muore il carabiniere Sebastiano Vetrano, la procura generale di Bologna apre un’inchiesta contro due ufficiali e un maresciallo che avevano progettato l’operazione con cui sgominare un gruppo di rapinatori in cui, come si scoprirà, c’erano altri militari. Visto l’esito dell’operazione, il comandante del gruppo di Ravenna finirà trasferito a Bolzano, l’ex comandante della compagnia sarà assegnato alla legione di Bologna solo dopo un ricorso al TAR e il sottufficiale, comandante del nucleo operativo, si troverà a fare i conti anche con un’inchiesta trasmessa dalla procura militare di La Spezia per violata consegna.

A questo punto, per Jucci diventerà sempre più difficile reggere la versione delle «espressioni isolate». Secondo il Cocer (Consiglio centrale di rappresentanza) dei carabinieri, la situazione è differente e la crisi istituzionale sembra a questo punto inevitabile.